Darwin chi?
Federico Gattini
.......E questo è tutto. Ero partito convinto che gli esseri viventi fossero andati incontro, nel corso dei millenni, ad una evoluzione che ne avesse lentamente ma costantemente modificato le forme. Ma nessuna spinta interna del genere di quella proposta da Lamarck può spiegare le differenti forme del becco dei fringuelli delle Galapagos, becchi appuntiti per quelli che necessitano di scovare gli insetti nelle fessura della corteccia degli alberi, come Camarhyncus pallidus, o becchi larghi e forti per quelli, come Geospiza fortis, i quali devono rompere il guscio di quei semi che rappresentano la loro dieta abituale. Dio e solo Dio può avere creato forme così perfettamente utili come queste.....
(Charles Darwin. da "Viaggio di un creazionista intorno al mondo" Londra, 1839)
Un topo in acido invitato ad una mostra felina.
Un bradipo costretto a correre.
Se penso al mio stato d’animo quando ho cominciato a vedere qualcosa in mezzo alla nebbia primordiale delle parole del professor Nobili, se penso a quei minuti, non può venirmi in mente che qualcosa del genere.
Tutto ciò che è successo da quel momento in poi è successo troppo in fretta ed ancora non mi è chiaro che solo in parte. E’ la solita nebbia primordiale, fittissima, che avvolge ogni cosa e mi restituisce frammenti, immagini fisse come fotografie -Chiara, soprattutto-, brevi dialoghi.
Ciò che ricordo meglio è quel pomeriggio sul lago, io e lei vestiti come degli idioti, il rumore dei remi, regolare, ad interrompere il silenzio.
Smetto di remare e, non appena la barca si ferma, Chiara si appresta a versare nel lago il contenuto delle fiale.
E’ il 16 agosto 1837 ed io, vegetariano, animalista e pacifista, sto per essere complice di una strage.
In qualche ora le neurotossine uccideranno ogni vertebrato, in seguito le forme di vita vegetale verranno azzerate dai defolianti e l’odore di morte si sentirà sino in cielo.
Da quel momento è stato tutto un rincorrersi di sensi di colpa e di giustificazioni.
Ho continuato a pensare alle parole di Nobili, alle motivazioni del nostro gesto, di quel sacrificio, ma non sono poi mai riuscito a non sentirmi un verme, un anellide da sezionare o da schiacciare sino a che i liquidi corporei non formassero un ammasso putrescente.
"I probabilisti hanno considerato ogni possibile variabile e di una cosa sono certi. Il sacrificio del Lago di Aracci, la sua distruzione totale e duratura nel tempo è l’unica possibilità alternativa all’esplosione nucleare di Roggiano" pausa-silenzio "ai tre milioni e mezzo di morti di Roggiano".
E’ stato dopo quelle parole che abbiamo saputo della macchina del tempo.
Una macchina del tempo che, dovendo sottostare alla Legge di Markoff Chaney, non può muoversi che dei 162 anni della costante onnitemporale di Hagbard Celine. Da tanto lontano, da così indietro nel tempo, l’unico modo di evitare che la centrale nucleare venisse costruita in un sito poi distrutto da un inaspettatissimo terremoto era quello di rovinare totalmente il primo sito proposto dagli ingegneri nucleari, quello poi scartato a causa della sua bellezza e del suo valore naturalistico.
Il lago di Aracci, appunto.
‘Una volta ucciso il lago non ci sarà motivo, 150 anni e passa dopo, per non costruirvi la centrale nucleare e si eviteranno, quindi, i morti di Roggiano’, ci hanno detto così.
Ci hanno spedito di qua, nel passato, per questo motivo.
Il lavoro sporco tocca a noi biologi.
E lo so che un domani -se e quando riusciremo a tornare nel nostro tempo- piangerò di gioia a sapere che a Roggiano non è stata costruita alcuna centrale nucleare e non ci sono stati tre milioni e mezzo di morti; sarò felice, magari, ma non riuscirò comunque a scordarmi di quando siamo tornati a riva ed ho visto le mogli dei pescatori preparare le reti per il mattino dopo, non riuscirò mai a scordarmi di quella cosa brutta e nera che mi sono sentito dentro.
Ho detto a Chiara, quel giorno, che se avessimo avuto un minimo senso dell’onore, se fossimo stati dei samurai, ci saremmo anche noi bevuti un po’ di acqua del lago e l’avremmo fatta finita.
Lei è stata zitta. Un silenzio durato sino al nostro rientro in città in albergo.
"Ancora cinque mesi" ha detto poi "Prima di partire ho pensato molto a questo tempo che avremmo avuto prima che venisse organizzato il nostro ritorno. E dopo quello che abbiamo fatto mi sembra doveroso impiegarlo al meglio".
Un altro ricordo forte è questo. Il calore con il quale lei espone le sue opinioni, il suo piano. Un calore, una passione, che adesso non le riconosco.
Mi dice, in quella camera d’albergo, che noi abbiamo la possibilità di eliminare alla radice alcune delle storture che affliggono il nostro mondo, abbiamo la possibilità di tornarcene indietro in una Terra molto migliore di quella che abbiamo lasciato.
"Evoluzione" dice poi.
"Non c’è uno di questi babbei di scienziati che non sappia che la cosiddetta Teoria della Creazione è un mucchio di palle senza il minimo senso. Tutti lo sanno ma nessuno ha il coraggio di dirlo; quando provi a sussurrare qualcosa, ad insinuare sani dubbi, quelli ti dicono che anche Darwin era creazionista, che nessuno dei grandi delle scienze naturali del diciannovesimo secolo ha mai scritto niente a proposito di evoluzione. Le solite palle. E allora sai cosa facciamo noi che ci siamo finiti in questo fottuto diciannovesimo secolo?"
Immagino con un certo timore qualcosa tipo il volantinare davanti alle facoltà di Scienze, rompere le scatole con il nostro attivismo fuori tempo sino a che non ci sbattano finalmente in galera.
Ma Chiara mira più in alto. Mi svela il suo piano quasi sorridendo.
"E guarda che non lo faccio solo per l’Evoluzione" dice "un mondo che abbia accettato una teoria di questo tipo, un mondo che si sia scrollato di dosso il creazionismo sarà sicuramente più libero, più aperto, meno legato a dogmi di ogni genere".
Esco dall’albergo per informarmi su come raggiungere Genova nel minor tempo possibile.
Da lì saremo a Brighton in una ventina di giorni e Chiara potrà mettere in atto il suo Piano.
Adesso invece, alla mezzanotte del 30 dicembre 1837 -il Piano di Chiara alle spalle- aspettiamo davanti all’Istituto di Fisica che le guardie a cavallo siano passate. Il rumore degli zoccoli si allontana, lentamente. Si lascia stringere la mano, Chiara, e non appena la strada è in silenzio si alza dalla siepe dove ci eravamo nascosti. La seguo. Apriamo il portone cercando di fare il minor rumore possibile, scendiamo di corsa verso la cantina e, finalmente, ci sediamo per terra.
Chiara abbozza un sorriso, il primo da non so più nemmeno quanto tempo.
Questi ultimi giorni a Torino sono stati terrificanti. Non abbiamo fatto altro che litigare e, credo, se non fosse stato per il nostro comune appuntamento con il raggio che dovrebbe scomporci e, speriamo, ricomporci sani e salvi 162 anni dopo, se non fosse stato per questo ci saremmo già divisi da tempo.
Credo sia l’ansia di rivedere il nostro vecchio, e nuovo, mondo.
Tra le altre cose che hanno incrinato il nostro rapporto, Chiara non ha sopportato il fatto che io abbia espresso dei dubbi sulle possibilità del nostro rientro.
"E se non ci fosse nessuno ad aspettarci? pensaci " le ho detto "A) noi siamo stati mandati in missione nel passato per evitare una catastrofe; B) se siamo riusciti nel nostro intento, la catastrofe non c’è stata, C) se non c’è stata una catastrofe non c’è stato bisogno di organizzare un viaggio nel passato e, quindi, nemmeno di preparare un rientro dal passato."
"Ma vaffanculo" ha risposto.
Tutto questo mi fa male e preferisco tornare, con il ricordo, alla Gran Bretagna, al Piano di Chiara, ai primi passi della nostra comune storia.
A ciò che potrebbe -dovrebbe- aver cambiato il mondo.
Giungemmo alla periferia di Londra in un tardo pomeriggio di fine settembre.
Ci avvicinammo alla casa, come per studiarla -e la vedevo, Chiara, cercare di scoprire movimenti umani dietro le tende-. Avremmo dovuto incontralo la mattina successiva ma Chiara, quasi all’improvviso, attraversò il fango della strada per bussare alla sua porta.
Si fece viva una cameriera.
Chiara le disse qualcosa a bassa voce ed in breve apparve lui.
Gli occhi. La prima cosa che ti colpiva erano gli occhi. Occhi che sembravano aver voglia di guardare più lontano, di cercare qualcosa.
Chiara ci presentò, immaginai -il mio inglese si ferma ai tre dischi che i Beatles riuscirono ad incidere prima che la censura facesse sciogliere il gruppo e non posso poi capire più di tanto-.
Stringevo le mani a Charles Darwin senza nemmeno riuscire a sorridere, relazionare con persona morte un secolo prima della mia nascita continuava a mettermi a disagio.
Entrammo nella casa con il naturalista che ci faceva strada sino al suo studio.
Mi sedetti, ancor più di altre volte sentivo la voglia di correre via, anche se non sapevo dove, qualsiasi posto sembrava andarmi bene, probabilmente, purché il 31 dicembre 1837, alle tre esatte di mattina, noi si fosse nella cantina dell’istituto di Fisica e poi, finalmente, a casa. Bagno caldo, lo stereo, i miei libri.
Chiara mi disse che sarebbe stato servito del tè.
"We too are interested in natural science" disse poi sorseggiando un Lapsang Souchong. Aspettò che l’altro facesse altrettanto e poi partì, partì a valanga con le sue considerazioni su selezione naturale, adattamento all’ambiente e deriva genetica che in altre occasioni aveva spiegato anche a me.
Darwin sembrava colpito, inizialmente quasi indispettito, dalle parole di Chiara. La interrompeva, faceva domande con un tono che a me appariva ostile, sbuffava.
Chiara, invece, sorrideva e parlava; continuò a parlare con quel tono calmo e quasi monotono che si usa in genere con i bambini sino a che Charles Darwin, l’uomo che stava finendo un saggio sulle meraviglie della creazione, smise di interromperla e, addirittura, parve annuire di tanto in tanto.
Chiara si girò verso di me.
"Puoi aiutarmi a convincerlo che siamo scienziati provenienti da un altro pianeta?"
Assistente fedele quanto e più di una valletta da telequiz, le passai una macchinetta polaroid che lei usò sullo scienziato e, subito dopo, sulla moglie.
Le dissi che quello era il punto più basso mai raggiunto durante una dimostrazione scientifica ma lei non fece una piega, si godeva Darwin e la moglie che si fotografavano a vicenda, felici come giapponesi che avessero finalmente incontrato Cip & Ciop a Disneyland.
Quando uscimmo Darwin ci strinse forte le mani, dapprima, e poi ci abbracciò.
Chiara aveva gli occhi lucidi, io no. Penso di essermene innamorato allora e quando mi strinse a se - la pressione dei suoi seni, due, uno per parte, attraverso l’armatura di stoffe e rasi del suo vestito- glielo dissi.
Più tardi, insonne sul primo letto sfatto di quella nostra relazione, mi trovai a guardare il soffitto e poi le sue forme nascoste dalle lenzuola. Mi avvicinavo al suo viso, alla bocca semi-aperta. Ascoltavo quel suo respirare sofferto, adenoidico, e mi trovavo a pensare a quanto maledettamente vicino fosse il rientro.
E, infatti, trovarsi a Torino è stato un niente, meno di un attimo, poche passeggiate sul ponte gelato di una nave o ad Hyde park, poche notti abbracciati sotto le coperte e siamo alle due di mattino del 31 dicembre 1837.
Adesso manca veramente poco, manca niente.
Penso a Roggiano, penso anche al nuovo ventesimo secolo permeato di libertà che potrebbe aspettarci. Al ventesimo secolo di Chiara.
Ci spogliamo. E’ una settimana che non la vedo nuda. Prendiamo le capsule di sonnifero e ci sediamo per terra.
Mi avvicino a lei per baciarla su una guancia. Ho l’impressione che si irrigidisca, che si allontani. Mi addormento.
E’ Nobili a risvegliarmi scuotendomi le spalle. Mi sento come se avessi dormito per anni un sonno senza sogni, duro e vuoto come la morte.
"Roggiano?" chiedo e Nobili scuote la testa lentamente, guardandosi i piedi.
"E Darwin?" aggiunge Chiara.
"Darwin chi?" risponde quello che noi conosciamo come il capo degli ingegneri temporali.
Chiara si alza e gli molla un ceffone terribile. Si mette dei vestiti addosso, vestiti più adatti al nostro tempo che qualcuno aveva preparato nella stanza, ed esce di corsa. Seminudo la rincorro per i corridoi assieme a Nobili.
Piange. Si ferma, si lascia andare per terra e io mi chino per sederle accanto.
Arriva anche Nobili, respira male, a fatica, e si appoggia al muro.
"Mi sono sentito così sciocco, così vecchio. Appena siete scomparsi, prima ancora che provassi a chiamare qualcuno, intendo per sapere qualcosa di Roggiano, loro mi hanno spiegato ogni cosa."
L’ogni cosa spiegato a Nobili non era molto, giusto che il fallimento della nostra missione era considerato estremamente probabile, le indicazioni della teoria andavano tutte in quella direzione, e che quasi ci contavano in tale fallimento per confermare alcune delle loro opinioni.
Primo enunciato di Bongo-Shaftsbury: Qualsiasi cambiamento si vada ad apportare al passato tramite viaggio temporale, questo non potrà in alcun modo influire sul presente di partenza.
O, ancora, la stessa cosa detta da Amanda e Paul Ziller: Nessuno può modificare il presente attraverso il passato.
Corollario di questi enunciati è che qualsiasi azione noi si compia durante un viaggio nel passato, basteranno anche quelle microscopiche ripercussioni che tali azioni comportano, per creare una nuova realtà, un nuovo universo dove si svolgerà questo nuovo futuro modificato dalle nostre azioni -dalla sola nostra presenza, in pratica-.
Nel mondo di partenza, nell’universo di partenza, non cambierà invece proprio niente.
Chiara continua a guardare un punto davanti a lei che forse non esiste. Aspira per un po’ una sigaretta che non è riuscita ad accendere. La getta via. Forse sta pensando alla Terra che abbiamo creato io e lei, al mondo nuovo e libero che abbiamo fatto nascere.
Un mondo però, mi ha poi spiegato il Nobili, dove erano i nostri corpi, il mio e quello di Chiara, a fungere come da attrattori della realtà, a renderne possibile la stessa esistenza.
Un mondo nel quale la nostra partenza ha avviato un processo di disgregazione totale e inarrestabile.
162 anni.
Secondo non mi ricordo più quale teorema di Bongo-Shaftsbury, i 162 anni della costante di Markoff-Chaney sono il limite temporale di esistenza di un nuovo universo senza attrattori.
162 anni.
"Nello stesso istante nel quale voi siete ricomparsi nella stanza, l’altro universo cessava di esistere".
A Chiara, di queste parole del Nobili, non ho detto niente; non voglio aggiungere altro dolore.
.La vedo ancora di tanto in tanto, distratta, ad un qualche congresso.
Abbozziamo due frasi, ci guardiamo e poi cerchiamo il modo di tagliare.
La sera, quando scendo in spiaggia a controllare il movimento dei talitri, mi capita spesso di pensare a lei.
A lei e a quella specie di fratello gemello -il mio stesso corpo? Il mio stesso cervello?- che potrebbe essere nato di là. Nato e cresciuto in un mondo sicuramente più libero di quello che conosco io, un mondo dove la scienza non è terreno di pascolo per teologi e sacerdoti e dove, probabilmente, la censura non ha troncato la carriera dei Beatles dopo soli tre album.
Un mondo esploso come una bolla di sapone poche ore prima di finire il suo millennio.
 

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Federico Gattini


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