Indovina un po'
chi sta ammazzando
la narrativa breve?
(Guess who's killing the short story?)
Ernest Hogan
illustrazione di Ernest Hogan
Verso gli anni '70 spesso veniva detto che la fantascienza era la salvezza della narrativa breve. Lo diceva la gente impegnata nel ramo della fantascienza e occasionalmente lo diceva anche qualche professore universitario, alcuni di coloro che non approvavano il genere ma dovevano ammettere che era responsabile della maggior parte della narrativa breve. Agli studenti di scrittura creativa veniva detto che se volevano scrivere dei racconti li dovevano fare di fantascienza. Dopo tutto c'era almeno un po' di mercato per quel genere.

Nell'arco della decade successiva tutto ciò è mutato. E non a causa dell'analfabetismo. E non a causa della rivoluzione dei film e dei video dagli effetti speciali high-tech. E' la mentalità del workshop che sta uccidendo la narrativa breve.

In circolazione ci sono ancora pubblicazioni periodiche di fantascienza ma nessuna sta vendendo molto. Secondo la Rassegna delle Riviste del 1990 pubblicata da Locus, la circolazione di Aboriginal SF, Analog, Isaac Asimov's Science Fiction Magazine e di The Magazine of Fantasy and Science Fiction nell'anno precedente è crollata per tutte quante. Anche se Amazing ha avuta una leggera crescita, secondo Factsheet Five, ha "una circolazione più bassa di molte altre cose che recensiamo", il che significa che è molto piccola. Il proprietario di più di un negozio di libri mi ha detto che la ragione per cui non tiene riviste di fantascienza è che ne ordinerebbe tre copie e poi ne restituirebbe tre, mese dopo mese dopo mese.

Ancora peggio, neppure i professionisti leggono più queste pubblicazioni. Non sono riuscito a leggerne una da cima a fondo da anni... sul serio, leggo i racconti degli autori che mi piacciono, ma per la maggior parte se ne stanno là senza essere lette per mesi, a volte per anni. So di un agente che diceva ai suoi clienti di inviare il materiale ad una rivista in particolare per poi ammettere di aver lasciato scadere il suo l'abbonamento perché non la leggeva mai. Non è raro sentire gente che lavora nel ramo e che può scaricare la spesa, dire che ha lasciato scadere l'abbonamento alle riviste di fantascienza. Solo perché non potevano proprio leggerle.

Non so di nessuno che compri riviste di fantascienza, con una qualche regolarità, che non abbia un qualche tipo di interesse giustificato nel ramo, come l'essere uno scrittore che sta cercando di vendere dei racconti. Di fatto, l'ultima persona che ho incontrato e che ha detto di aver fatto un abbonamento ad una rivista di fantascienza e di leggerla per il semplice piacere di farlo, era un ubriaco che gironzolava attorno al bancone delle bibite in una pizzeria molti anni fa...

Come può essere successa una cosa così terribile a quella che una volta veniva salutata come la salvezza della forma artistica del racconto? Io avrei una teoria. Penso che il racconto e la rivista di fantascienza vengano uccisi lentamente dalla mentalità del workshop diffusa tra i curatori.

Molto ma molto tempo fa, un buon curatore era colui che metteva assieme riviste o antologie che fossero stimolanti e, sì, divertenti da leggere. I lettori dipendevano dai curatori per il rifornimento di pacchetti di materiale da leggere e, in questo modo, li ripagavano con lealtà e rispetto. Questo accadeva prima che i lettori diventassero una specie in estinzione.

Oggigiorno i criteri sono del tutto differenti. Ora un buon curatore è colui che invia commenti personali ad ogni anima sfortunata posseduta dal bisogno di mandargli un manoscritto.

Questa tradizione è iniziata nel mondo delle fanzine e delle piccole case editrici. Se la tua rivista ha una circolazione di qualche centinaio di copie, si pagano degli editori che facciano da compagni ai lettori, che mandino loro piccole note scarabocchiate a mano. E se i lettori cercano di contribuire con del materiale, e anche se dovesse essere così brutto da desiderare di buttarlo nel gabinetto e tirare l'acqua, tu scriveresti una lettera "d'incoraggiamento" precisando cosa c'è di sbagliato per far sì che la misera fanghiglia la prossima volta possa essere un po' migliore e, oh sì, che lui o lei rinnovi l'abbonamento, così da poter pubblicare un altro numero. La vita continua. Tutto serve in questo piccolo mondo.

Poi George Scithers fu scelto per curare una rivista chiamata Isaac Asimov's Science Fiction Magazine. Scithers veniva dal minuscolo mondo delle fanzine e delle piccole case editrici e, come parte di una vasta campagna per vendere la rivista, portò avanti la politica di commentare ogni stramaledetta cosa qualcuno gli mandasse e, naturalmente, c'era sempre un modulo per ricordare al possibile collaboratore di abbonarsi. E di solito lo faceva.

Ma questo significa dover diventare un amico di penna per migliaia di aspiranti scrittori per impedire ad una rivista professionale di annegare, un compito impossibile! Si tenga presente il crollo della circolazione.

Comunque, questa politica fu molto popolare tra tutti gli aspiranti scrittori. Questo accadeva nei giorni della fredda e impersonale nota di rifiuto. Qualsiasi tipo di attenzione personalizzata da un curatore significava che ti ci stavi proprio avvicinando, tutto ciò che dovevi fare non era altro controllare la forma e la paginetta scritta a mano che George ti ha mandato e, per giove, un giorno o l'altro realizzerai il sogno di vendere veramente un racconto! E anche se passavano gli anni... be', questo curatore è stato tanto premuroso, così continui a rinnovare l'abbonamento.

Ho iniziato ad incontrare fan di George Scithers alle convention. Di solito gente sincera che giocondamente ammette di rubare le proprie idee da Astounding Stories del periodo della Golden Age. Avrebbero artigliato chiunque fosse stato così scortese da criticare San George, dicendo che tutti i consigli che aveva dato loro negli ultimi dieci, dodici, quindici anni li avevano realmente aiutati e che erano certi che proprio uno di questi giorni si sarebbe degnato di trasformarli in scrittori professionisti.

Dopo un po' ho realizzato che le riviste di fantascienza avevano cessato di essere delle riviste, erano diventate dei workshop per scrittori per corrispondenza.

Una persona che non riesce a scrivere ma ne ha l'impulso adora i workshop per scrittori. I workshop gli permettono di sentirsi come uno scrittore, di incontrare dei professionisti, avere un ritorno sul proprio lavoro. Ciò che un workshop non riesce a fare è di far diventare qualcuno uno scrittore.

Una persona che va ad un workshop e diventa uno scrittore professionista, era già uno scrittore tanto per cominciare. Semplicemente non lo sapeva, aveva bisogno di qualche rassicurazione e di un po' di conoscenza su come iniziare. Avrebbe potuto trovare il tutto da qualche altra parte, è stato solo un caso che sia andato a gironzolare per un workshop.

Il resto delle persone del workshop sono animali del tutto differenti. Hanno bisogno della rassicurazione, la amano, leccandola come cani affamati, ma non ottengono alcun miglioramento nella scrittura. Per loro partecipare ad un workshop significa bazzicare col gruppo di supporto che fornisce, ficcanasare sulla scrittura degli altri.

A volte questi sfortunati diventano come i tizi che collezionano "commenti incoraggianti" dagli amati curatori da decenni (diavolo, a volte sono le stesse persone) e si trasformano in completi tossicomani del workshop. Come i fan di fantascienza che hanno dimenticato tutto sulla fantascienza perché il fandom è diventato un fine in se stesso, per i tossicomani del workshop, il workshop è l'oggetto, lo scrivere è solo una scusa.

Non fa differenza se sia un workshop in carne ed ossa o una rivista mascherata da workshop, è comunque una attività diversa dallo scrivere professionalmente. Il punto non sta nel creare qualcosa che qualcuno desidererebbe realmente leggere, ma nell'interagire con gli altri, usando la scrittura come una scusa. Il che non è completamente un male: non ho nulla contro la gente che si mette assieme, che fa amicizia, che intreccia rapporti, ma non confondiamo tutto ciò con la scrittura. Sfortunatamente, molti professionisti che bidonano del denaro extra dirigendo dei workshop o insegnandoci, iniziano a confondere tutto ciò con il vero scrivere; passano tanto di quel tempo coi tossocomani del workshop che iniziano a condividerne le illusioni.

Come diretto risultato, la narrativa breve e le riviste di fantascienza stanno morendo. Molte riviste del ramo, Amazing, Pulphouse, F&SF e Weird Tales, si trovano ora in mano a curatori che soffrono della mentalità del workshop. I tempi di risposta da queste pubblicazioni stanno diventando sempre più lunghi, ma il tossicomane del workshop non si preoccupa, purché riesca ad ottenere una lettera sciccosa che elenca tutte le magagne nelle sue storie. Questi curatori stanno scacciando i buoni scrittori dalle loro riviste.

La cosa buffa riguardo a tutto ciò è che nessun curatore può dirti ciò che un altro curatore desidererebbe o cosa gli piacerebbe. In più di un'occasione ho ricevuto lunghe lettere di rifiuto che tranciavano le storie fino all'osso, pagina dopo pagina di critiche pungenti a spazio uno, sottolineando come queste storie avessero bisogno di una seria riscrittura, come avessi sbagliato in tanti aspetti. E volete saperlo? I curatori a cui ho mandato poi quelle storie le hanno apprezzate e le hanno accettate (così com'erano) pur essendo le stesse copie che avevo inviato a quei curatori che le avevano fatte passare per il mulino del workshop e se n'erano venuti fuori con tutti quegli "utili commenti".

Utili quanto un kit fai-da-te di lobotomia!

Potrebbe forse essere che la mentalità da workshop, concentrata nel trovare difetti, distrugga l'abilità di riconoscere ed anche di apprezzare una lettura buona ed interessante?

Le frattempo i lettori vanno praticamente estinguendosi. Le riviste sono piene di storie sovra-costruite appesantite da descrizioni assurde che possono essere iniettate facilmente con un word processor e distruggono qualsiasi senso del ritmo nella prosa: un personaggio può sporgersi per toccare un oggetto per nessun'altra ragione oltre a quella di immettere un po' più di "azione" senza far avanzare per niente la trama. E non ci dimentichiamo della "risonanza emotiva", l'equivalente letterario del masticamento paesaggistico che può lasciarti totalmente confuso su cosa diavolo si suppone che stia accadendo. Cercare di leggere queste cose è come fare il sommozzatore in una tanica chiusa. Non c'è da meravigliarsi che un fumetto abbia vinto il World Fantasy Award nella categoria Best Short Story lo scorso anno: ha superato ogni cosa nelle riviste!

Pensate, mi concentrerò nello scrivere e nel vendere romanzi per un po' di tempo.
 

© Ernest Hogan
Tit. Orig. Guess who's killing the short story?
apparso in Science Fiction Eye, june 92, #10
tr. ital. Danilo Santoni
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James Patrick Kelly, I workshop per scrittori
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