MICHELA
Claudio Tinivella
 
Quel mattino dal mazzo uscì l’Inganno, una delle peggiori carte che potesse pescare. Michela la mise via con un gesto di rabbia e sussurrò uno scongiuro.

Si aspettava qualcosa del genere, c’erano presagi negativi dovunque. Aveva sognato specchi per tutta la notte, come le accadeva prima di ogni Mutamento; e la sera precedente il vento aveva ululato con voce quasi comprensibile, ripetendo una parola che la sua mente non riusciva a memorizzare. Persino gli animaletti che vivevano nei muri da qualche giorno si erano fatti più intraprendenti, si intrufolavano dappertutto, rubavano il cibo alla luce del sole.

Dalla finestra socchiusa filtrava l’incerto chiarore dell’alba. Un fruscio discreto di passi femminili l’avvertì che le Credenti erano già uscite per la Cerimonia del mattino. Fra poco le prime clienti si sarebbero messe in fila. Era ora di andare.

Si vestì lentamente, rimirandosi nello specchio. Stentava a riconoscersi nel volto che vedeva riflesso: era ancora una bella donna, nonostante tutto, eppure c’era qualcosa di sciupato nel suo aspetto, una traccia di vecchiaia che ogni giorno sembrava farsi più solida. Aveva solo trentacinque anni, la vita non aveva ancora smesso di sorriderle, ma il tempo correva implacabile, sempre più veloce, i mesi e gli anni volavano via in un attimo, senza che le riuscisse di gustarli appieno.

La campana del Municipio batté sette rintocchi. Si stava facendo tardi. Terminò di truccarsi rapidamente, poi scostò la tenda e uscì per strada.

C’era già un cliente in attesa, vide. Un uomo. Un forestiero abbigliato in modo singolare: una lunga palandrana di pelle, un cappello di pelliccia calcato fino alle orecchie e un enorme paio di occhiali che gli pendeva dal collo. Portava la barba lunga, al modo di certe popolazioni della pianura settentrionale, e la sua pelle era di un colore insolito, più scura del legno di noce stagionato.

Esitò, incerta. Le giornate più brutte della sua vita erano tutte iniziate così, con un cliente maschio. Fu tentata di tornare in casa e attendere che il forestiero se ne andasse, ma si accorse che lui l’aveva notata. Stava guardando verso di lei e le sorrideva.

Percorse i pochi metri che la separavano dalla bancarella a passo lento, studiandolo di nascosto. Era molto alto e molto robusto. In vita sua non aveva mai visto un gigante simile. Chissà cosa poteva volere da lei.

"Tu devi essere Michela" le disse, senza nemmeno attendere che si sedesse. Aveva una voce bassa, profonda, molto sonora.

Lei si strinse nello scialle, si accomodò senza degnarlo di uno sguardo e iniziò a mettere ordine fra le sue cose.

"Ti ho fatto una domanda."

Lo straniero l’afferrò per un braccio e la costrinse a guardarlo in faccia. Lei lo fissò con disprezzo, senza dire nulla, finché lui non abbassò lo sguardo.

"Non ho ancora aperto" disse poi, tornando alle proprie occupazioni "Fra un minuto sarò da lei."

Lo straniero imprecò in una lingua che Michela non conosceva.

"Mi verrebbe voglia di mandarti al diavolo" sbottò "Se non fosse che ho promesso a Lupo di consegnarti questa…"

Lei alzò il capo, sorpresa.

"Lupo?"

Ma lo straniero se ne stava già andando. Lo vide allontanarsi a grandi passi in direzione della Porta Meridionale, la lunga palandrana che svolazzava alle sue spalle. Sul tavolino la busta gialla spiccava sbilenca, con un angolo sollevato. La prese in mano e la esaminò: era leggerissima; la calligrafia era quella, inconfondibile, di suo fratello. Il cuore prese a batterle forte.

Il suono improvviso del campanello reclamò la sua attenzione. Alzò lo sguardo: c’erano già tre donne in fila, e altre si stavano accodando. Con un sospiro nascose la lettera nel seno e fece cenno alla prima di accomodarsi.
 
 

Quel giorno non ebbe un attimo di tregua. C’era molta inquietudine in giro, molta incertezza. La città brulicava di forestieri. Voci incontrollabili si gonfiavano di bocca in bocca.

Lavorò fino a tardi, poi andò a mangiare un boccone nella taverna di Charlie.

Pochi minuti dopo il suo arrivo, lo sceriffo venne a sedersi al tavolo vicino. Era più scuro del solito, con la barba di tre giorni e gli occhi pieni di rancori e di paure. Attese che lei terminasse di pranzare fumando un lunghissimo sigaro.

"Gente strana in giro, vero?" disse poi, come parlando a nessuno. Il suo sguardo, però, non si staccava da lei.

"Se ti riferisci allo straniero alto e scuro di pelle, non so chi sia."

Lo sceriffo annuì, emettendo una nuvola di fumo puzzolente.

"Però è venuto da te. L’hanno visto tutti."

Michela si strinse nelle spalle. Non era disposta a parlare dei propri affari con nessuno. Nemmeno con lo sceriffo.

"Ce n’era una squadra intera, fuori città. Almeno una ventina. Con delle vecchie motociclette che facevano un baccano d’inferno. Hanno aspettato che il tuo amico tornasse, poi se ne sono andati. Li abbiamo persi di vista dalle parti del Bosco Nero."

Continuava a fissarla in viso, come studiandola. Michela cominciò a sentirsi irritata da quell’atteggiamento provocatorio.

"Perché mi racconti queste cose?"

Lo sceriffo si tolse il sigaro di bocca, rimase per un poco a esaminare la brace rossa, poi lo spense con il mignolo.

"Così, giusto per informarti. Nel caso volessi raggiungerli."

Si alzò in piedi e si sistemò i pantaloni. Aveva un’aria estremamente soddisfatta.

"Sai, tra di loro c’era tuo fratello" aggiunse, appena prima di varcare la soglia.
 
 

Distesa sull’amaca, con il ventilatore che le soffiava addosso folate di aria tiepida, Michela non sapeva decidersi a lacerare la busta. Aveva imparato a fidarsi delle proprie percezioni, e quella lettera la spaventava. Le tremavano le mani ogni volta che accennava ad aprirla. Aveva paura.

Il pomeriggio stava scivolando verso la sera. La piazza si era acquietata, si udivano soltanto i bisbigli degli innamorati che si davano appuntamento. La campana del municipio batté sei rintocchi.

Proprio allora bussarono alla finestra.

Michela balzò in piedi, allarmata. Chi poteva essere a quell’ora? In città sapevano tutti che lei lavorava solo quando il sole era alto…

Si avvicinò alla finestra.

"Chi è?" chiese.

Una lunga esitazione.

"Aprimi. Sono Padre Janvier."

Sorpresa, Michela socchiuse l’anta. Il prete si accostò, con gesti nervosi. Si guardò intorno un paio di volte.

"Volevo avvertirti che c’è una riunione in Municipio. Lo sceriffo vuole organizzare una battuta. Sta radunando gente armata."

Parlava a voce così bassa che Michela stentava ad afferrare tutte le parole.

"Con chi ce l’hanno?"

"Gente del nord. Sono arrivate delle carovane. Lungo il fiume è tutto un brulicare di camion e di carri."

Fece un passo indietro. Aveva l’aria colpevole di chi teme di aver tradito.

"Ho voluto che tu lo sapessi. Forse puoi fare qualcosa…"

Michela si sentì invadere da una rabbia sorda.

"Tutti possono fare qualcosa. Basta che lo vogliano."

"Hai ragione" disse il prete, iniziando ad allontanarsi "Ma non è facile. I cuori sono spaventati."

Scivolò lungo il muro di cinta e si eclissò negli orti. Per qualche istante si udì il suo passo affrettato, poi i rumori della sera ripresero il sopravvento.

Michela rimase a guardare dalla finestra: in lontananza, in direzione delle alture, nuove luci sbocciavano a grappoli; nel cielo si disperdevano nuvole di fumo acre; lampi improvvisi squarciavano l’aria.

Tornò all’amaca, prese la lettera di Lupo e l’aprì. Erano solo poche righe, nel suo consueto linguaggio stringato, privo di sfumature.

La migrazione era ripresa, diceva. Nuove popolazioni erano apparse all’estremo nord e si stavano riversando nella pianura di mezzo.

E poi, proprio in fondo, scritto in piccolo e con grafia incerta, c’era la notizia che aveva tanto temuto.
 
 

La Sala del Consiglio era impregnata di fumo e di sudore. Lo sceriffo era chino su di una carta geografica sgualcita, intento a cerchiare con la matita dei siti. Il suo sigaro si consumava nel posacenere come un braciere nel tempio.

Al suo ingresso decine di occhi rapaci si volsero a scrutarla. Si fece silenzio. Solo lo sceriffo continuò imperturbabile a scarabocchiare la carta geografica.

"Se sei venuta per fermarci, puoi tornartene a casa" le disse, senza alzare lo sguardo.

Michela camminò lentamente fino al suo tavolo.

"Cosa credi di risolvere in questo modo? Ammazzerai un po’ di gente. Qualcuno di noi sarà ammazzato. E poi?"

Lo sceriffo depose la matita e afferrò il sigaro. Vide che non ne restava che un mozzicone troppo corto e lo spense con rabbia.

"Difendiamo la nostra terra" rispose, fissandola con occhi gelidi "La terra dei nostri padri. Non possiamo permettere che ce la portino via."

Era inutile discutere con lui, Michela lo sapeva. Non si sarebbe spostato di un millimetro dalle sue posizioni. Era fatto di roccia, duro e insensibile. Ma gli altri forse poteva convincerli.

"Cercate di ragionare" disse, ma nessuno le prestò attenzione. Stavano tutti a capo chino, a lustrare i fucili o a misurare le munizioni. Le loro orecchie erano rosse per l’imbarazzo, le spalle rigide per la tensione. Non l’avrebbero ascoltata, capì.

Se ne andò di corsa, con gli occhi che le lacrimavano per il fumo e per la rabbia. La notte era popolata da ombre indistinte. Canti lontani si mischiavano agli ululati dei cani, inferociti dagli odori stranieri che solcavano l’aria. Lungo le vie della città brillavano processioni di torce. Voci strozzate dall’odio chiamavano a raccolta.

Un pensiero si impadronì di lei: tapparsi in casa; attendere che passasse la nottata. Non c’era nulla che potesse fare per arrestare la follia. Poteva solo sperare di uscirne fuori tutta intera.

Da qualche parte, non molto distante dall’abitato, una mitragliatrice si mise a crepitare. Una serie di tonfi cupi rispose al suo richiamo. Una colonna di fumo si levò altissima, oscurando le stelle.

Michela fu colpita da un’improvvisa sensazione: lei aveva già vissuto quel momento. Tutto ciò che stava accadendo ora era già successo. Molto tempo prima, quando era solo una ragazzina, oppure addirittura durante la sua infanzia. L’invasione, e gli scontri armati, e l’odio che spegneva la ragione…

Un ricordo lampeggiò nella sua mente, ma non appena tentò di afferrarlo scoppiò come una bolla di sapone, lasciandole in bocca un sapore sgradevole, e un senso di fastidio di cui non riusciva a capire l’origine.
 
 

All’alba le cose si rivelarono meno gravi di quanto avesse temuto. C’erano stati degli scontri, ma lontano, all’imbocco della via che scendeva verso il mare. Gli uomini dello sceriffo tornarono senza aver sparato un solo colpo. Fecero una riunione in Municipio per programmare la vigilanza, ma i loro volti erano più distesi, le voci più allegre.

La piazza si riempì più lentamente del solito. Una fiumana di gente uscì dal tempio al termine della Cerimonia. Gli uomini sgattaiolarono via cercando di non farsi notare, le donne invece si sparpagliarono lungo le bancarelle. Un numero cospicuo di loro venne a mettersi in fila da lei.

Di nuovo la routine delle domande, degli occhi ansiosi che attendevano risposte. Ma i segni erano deboli, quel giorno, di difficile interpretazione. La sua mente brancolava in una nebbia indistinta, cogliendo solo vaghi sprazzi di immagini.

Le carte al mattino avevano dato il medesimo responso. Era uscito di nuovo l’Inganno. Un fatto decisamente insolito. Non le era mai capitato che per due giorni di seguito uscisse la stessa identica carta.

A mezzogiorno chiuse la bancarella per andare a mangiare. Prima di arrivare alla trattoria fu raggiunta da una ragazzina, piedi scalzi incrostati di fango e capelli ricci e ingarbugliati.

"Signora" la chiamò, ansando per la corsa "Il mio padrone l’attende per il pranzo."

Michela si arrestò sorpresa. La studiò brevemente.

"Alla Fattoria?"

La ragazzina annuì, mettendo in mostra una fila di denti storti e mezzo cariati.

"Abbiamo gente da fuori, e il padrone vuole che venga anche lei."
 
 

La prima cosa che notò, dopo aver varcato il cancello d’ingresso, fu la dozzina di antiquati motocicli parcheggiati alla bell’e meglio. Allora capì perché il Fattore l’avesse mandata a chiamare.

Lupo le venne incontro dal terrazzino della casa colonica. Aveva la pelle abbronzata e la barba lunga. La abbracciò con la consueta energia.

"Come sta la mia sorellina?" le chiese.

Lei si sciolse a fatica dall’abbraccio.

"Potevi passare a trovarmi. Dovresti sapere dove abito."

Lui fece una smorfia.

"Lo sai che lo sceriffo non mi può vedere. Ho preferito evitare un incidente diplomatico."

Frugò a lungo nelle tasche, e alla fine ne estrasse un piccolo nastro.

"Tieni" le disse, porgendoglielo "Questo è per te. È tutto ciò che mi è rimasto."

Michela dovette fare uno sforzo per respingere le lacrime. Nascose il nastro nel suo seno e seguì il fratello.

Nell’ampio salone dove di solito si tenevano le serate danzanti era stata allestita una lunga tavolata. Il padrone di casa sedeva a capotavola; quando la vide le venne incontro per salutarla. Fra i commensali riconobbe il gigante che le aveva portato la lettera.

C’erano anche alcune donne fra gli stranieri, notò. A prima vista non era facile accorgersene, in quanto portavano i capelli molto corti e vestivano come uomini, ma i loro occhi avevano una dolcezza tutta particolare, tipicamente femminile.

Furono serviti da un gruppo di ragazzine scalze, che per l’occasione erano state costrette a farsi il bagno e a pettinarsi. I loro giovani corpi profumavano di lavanda e di eccitazione. Per loro quello era un giorno di festa.

Durante il pranzo ci furono poche parole. Lupo era seduto di fronte a una donna di straordinaria bellezza e non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Lei era visibilmente lusingata, gli scoccava di tanto in tanto occhiate cariche di sottintesi.

Quando portarono le caraffe di caffè bollente il pomeriggio era ormai inoltrato. Michela non ne poteva più di stare seduta, aveva mangiato e bevuto fin troppo, sentiva il bisogno di una passeggiata per smaltire l’eccesso di cibo; tuttavia, essendo ospite non poteva alzarsi da tavola per prima. Dovette attendere che il Fattore sorbisse tre tazze di caffè. Notò che il padrone di casa sembrava molto nervoso, come se ci fosse qualcosa che lo turbava.

"Possiamo andare" disse infine.

Tutti si alzarono prontamente. Lupo la prese sottobraccio e la guidò verso il cortile interno.

"Dobbiamo farti vedere una cosa" le sussurrò.

Si inoltrarono fra i giardini. Il padrone di casa camminava in testa, con passo malfermo. Doveva aver bevuto parecchio.

Raggiunsero le stalle, e qui il Fattore si arrestò. Fece cenno a Lupo di avvicinarsi.

"Entrate voi" gli disse "Io preferisco restare fuori. Ho già visto fin troppo."

Lupo cercò con lo sguardo fra gli stranieri: un paio di loro gli passarono accanto e lo precedettero.

"Abbiamo catturato un tipo strano" le disse "Credo sia uno dei nuovi, ma non ne sono sicuro. Abbiamo provato a interrogarlo, ma non risponde. Forse è muto, oppure non comprende la nostra lingua. Non lo so. Ho pensato che magari tu riesci capirlo."
 
 

L’uomo si confondeva con l’oscurità della stalla. Michela non lo vide finché la torcia di uno degli stranieri non lo illuminò in pieno. Era piccolo, tozzo, con la pelle gialla e quasi glabro; aveva due occhi sottili, con le estremità curvate all’insù; indossava una corta tunica di lana grezza e pantaloni lunghi fino al ginocchio.

Il loro ingresso non parve produrre in di lui la minima reazione. Quando la luce della torcia lo colpì si limitò ad alzare lo sguardo per un momento, poi tornò a osservare i bastoncini che aveva disteso innanzi a sé. Li studiò a lungo, in perfetta immobilità.

Michela provò fin dal primo istante un duplice sentimento: di avversione, quasi di ribrezzo per qualcosa che emanava da lui; e al tempo stesso di curiosità, di attrazione, di desiderio di stabilire un contatto.

Con un cenno del capo ordinò a suo fratello e agli altri due che erano entrati con loro di uscire. Titubanti, e forse timorosi, ubbidirono.

Il portone si richiuse con un tonfo, e pochi secondi dopo lo straniero raccolse i bastoncini e li nascose in una piega della tunica. Alzò lo sguardo e le sorrise.

"Io sono Michela" gli disse, sforzandosi di parlare lentamente. Faceva fatica a osservare in viso lo straniero, i suoi occhi scuri le davano l’impressione di scrutare in un abisso senza fondo. Quel volto non sembrava umano, aveva la fissità della statua. Ed evocava nella sua mente una sensazione di freddo.

Dopo un attimo di esitazione, lo straniero si inchinò, ma non rispose.

"Riesci a capirmi?"

Lui annuì, e poi si inchinò di nuovo.

Trascorsero lunghi minuti di immobilità. Lo straniero sembrava non respirare nemmeno, la fissava con gli occhi semichiusi, il volto una maschera indecifrabile. Michela cominciava a sentirsi inquieta, vagamente irritata. Si costrinse a rilassarsi, a vuotare la mente dai sospetti e dai timori che covava.

"Chi sei?" gli chiese. Lui sorrise, i suoi occhi una fessura sempre più stretta. Nella sua mente balenò un’immagine: un’alta muraglia che correva per migliaia di chilometri, e al suo interno decine, forse centinaia di città, palazzi immensi circondati da giardini lussureggianti, templi dalla forma stranissima…

Michela si scostò, spaventata. Per un istante le era parso di ricordare dove si trovasse quel luogo. Era bastato quell’accenno di ricordo per farla star male.

Lo straniero allungò una mano col palmo volto all’insù. Continuava a sorriderle e a scrutarla dalla fessura degli occhi. Lei esitò a lungo prima di posare la propria mano su quella di lui. Era calda, come se avesse la febbre.

Di colpo, senza nessun preavviso, lo straniero la attirò a sé. Prima che potesse tentare una reazione si ritrovò con la fronte appoggiata alla sua. Sentì il calore di lui diffondersi nel suo corpo, poi un’ondata di immagini la travolse.

La sua mente lottò contro quell’invasione, un senso di nausea improvviso le bloccò ogni muscolo. Come da una distanza immensa udì lo scalpiccio di piedi in corsa e le frasi rabbiose che spezzarono il silenzio. Si sentì afferrare da braccia robuste che la sollevarono e la allontanarono dallo straniero. Per alcuni minuti non fu nemmeno in grado di rendersi conto di quanto stava succedendo attorno a lei, i tonfi sordi e i gemiti di dolore non riuscivano a raggiungere la sua coscienza.

Quando infine tornò in possesso del proprio corpo, lo straniero era un cartoccio esanime ai piedi di Lupo, che continuava a colpirlo con pugni e calci.

"Lascialo stare" riuscì a dire, con voce spaventata.

Lupo si arrestò e si voltò a scrutarla. Aveva un’espressione torbida che non gli aveva mai visto.

"Cosa ti ha fatto? H cercato di violentarti?"

Michela scosse il capo. Di istante in istante si sentiva sempre più padrona di sé, ma nella sua mente rimaneva come un buco nero, la sensazione che lo straniero volesse comunicarle qualcosa di importante, un messaggio specifico per lei, che l’arrivo di Lupo le aveva impedito di ricevere.

"Non mi ha fatto niente" disse, ma nel dirlo non poté evitare di provare un brivido di paura "Forse voleva solo comunicare con me. Dev’essere muto…"

Lupo continuò a fissarla in silenzio con sguardo truce, poi gettò un’occhiata allo straniero, quindi la prese sottobraccio e la guidò fuori dalla stalla.
 
 

Notte. Dalla finestra della sua casa Michela guardava i fuochi nella pianura: erano sempre più numerosi, e sempre più vicini. Lupo aveva parlato di migliaia di carovane in viaggio e lei credeva che esagerasse. Invece aveva ragione. Fra pochi giorni non ci sarebbe più stato uno spiazzo libero. Allora sarebbero iniziati gli scontri, le battaglie vere.

Lo straniero era rimasto alla Fattoria. Le botte di Lupo dovevano avergli procurato qualche danno serio, ma lui non si lamentava. Il Fattore si era lasciato convincere a ospitarlo per una notte ancora, ma era stato categorico: entro la sera del giorno seguente dovevano liberarsi di lui. In un modo o nell’altro.

Dopo quel breve incontro, Michela si era resa conto che qualcosa era cambiato in lei. Non avrebbe saputo dire cosa, e aveva preferito non parlarne con suo fratello. Tuttavia, non poteva ripensare a quell’incontro senza provare un brivido di terrore. Nei pochi istanti in cui i loro corpi erano stati a contatto, la sua mente si era riempita di ricordi, di visioni che non riusciva a cancellare dalla memoria. E più cercava di scacciarli, più quei ricordi riemergevano con prepotenza.

Qualcosa di simile al panico si andava diffondendo nei suoi pensieri. Senza sapere lei stessa il perché, provava un impellente desiderio di fuggire, di lasciare tutto ciò che possedeva per andare a rifarsi una vita da un’altra parte.
 
 

Quella notte sognò di nuovo gli specchi, ma specchi che riflettevano il vuoto. Nel sogno un’ombra la seguiva da vicino, una voce le parlava in tono sarcastico: "Vi stanno rubando tutto quanto" diceva, e lei si sentiva triste e angosciata "Vedi? La tua immagine è svanita. Nemmeno il riflesso ti rimane. Non sei più nulla."

Si destò di soprassalto, con il cuore che batteva all’impazzata. Un silenzio innaturale la circondava. Andò a guardare dalla finestra: una fitta oscurità ricopriva il quartiere; il cielo era velato da nubi nere; persino la stanza era immersa nel buio più assoluto. Cercò a tentoni l’interruttore della luce. Non lo trovò. Urtò contro uno spigolo appuntito che le procurò un dolore lancinante. Gridò, senza riuscire a udire la propria voce.

"Svegliati!" le intimò qualcuno accanto a lei.

"Non posso" rispose, o credette di rispondere.

Braccia forti e muscolose si serrarono attorno a lei. La stretta era così forte da toglierle il respiro. Cercò di divincolarsi. Scalciò. Una mano le calò sul viso, chiudendole il naso e la bocca.

Aprì gli occhi: davanti a lei c’era uno sconosciuto, un uomo che assomigliava vagamente allo straniero, ma vestito in modo bizzarro, o addirittura non vestito affatto. La sua pelle aveva il colore del latte cagliato e le mani che la toccavano avevano un odore strano, che le faceva girare la testa.

Lo sconosciuto si chinò verso di lei, e i loro sguardi si incrociarono. Michela fu costretta a chiudere gli occhi per vincere la repulsione. L’odio e la cattiveria che trasudavano da quelle pupille scure le gelarono il sangue.

D’un tratto le parve di ricordare chi fosse quello sconosciuto e dove si trovasse in quel momento. Cercò di aggrapparsi a quel ricordo fugace, ma non riuscì a impedirgli di sbiadire.

È solo un sogno, pensò, o fu indotta a pensare. Lo sconosciuto era sempre chino su di lei, sentiva il suo odore riempirle le narici, sempre più intenso e penetrante. E poi ebbe l’impressione di sdoppiarsi, o peggio: di frantumarsi in una miriade di schegge; i ricordi di mille personalità, di migliaia di tempi e di luoghi le si riversarono addosso strappandola al sogno. Socchiuse gli occhi: lo sconosciuto e tutto ciò che era dietro di lui stavano iniziando a svanire. Le parve di udire un suono lamentoso, forse una voce ormai incomprensibile, e per un attimo ebbe il sospetto che quella fosse la propria voce. Ma ben presto altri rumori la sovrastarono.

D’improvviso risuonarono degli spari. Lontani, in un’altra dimensione. Qualcuno urlò. Il suo corpo fu scosso da un brivido. Sentì chiamare il proprio nome.

Aprì gli occhi. La prima cosa di cui fu cosciente fu il crepitio della mitraglia. Era vicina, così vicina da far tremare i vetri della casa. E poi vennero le esplosioni. A intervalli ravvicinati, e sempre più forti.

Qualcuno bussava alla finestra e gridava il suo nome. Una voce vagamente familiare, le parve.

Balzò in piedi e andò a socchiudere l’anta. Era una delle mogli del Fattore. Cercò di ricordarne il nome, ma senza riuscirci.

"Cosa c’è?" chiese.

La donna sospirò e si accostò per parlarle a bassa voce.

"Tuo fratello vuole vederti. Dice che è urgente."

Tossì, si scostò una ciocca di capelli dagli occhi e aggiunse:

"È meglio sbrigarsi. Ci sono degli scontri appena fuori città. Hanno già chiuso uno dei ponti."
 
 

Alla Fattoria erano tutti al lavoro. Il Fattore dirigeva personalmente le operazioni: le mitragliatrici erano già state piazzate nei punti strategici e un nutrito gruppo di uomini stava scavando le trincee. Fra di loro, Michela vide alcuni degli stranieri.

Lupo era nelle stalle, intento a montare i cannoni. Una decina di ragazzini lo osservava con aperta ammirazione. Sentendola arrivare, si voltò e le venne incontro. Aveva gli occhi rossi, i capelli impastati di sudore e l’aspetto di chi non dormiva da settimane.

"Abbiamo bisogno di te" le disse, pulendosi le mani sui pantaloni.

"Si tratta dello straniero?"

La sua domanda provocò una smorfia di disappunto sul volto di Lupo.

"No" rispose, guardandosi attorno a disagio "Di lui ci occuperemo più tardi. È una faccenda più complicata."

Le fece cenno di seguirla e si avviò, a passo sostenuto. La condusse nel cortile posteriore, dove un gruppetto di donne stava osservando qualcosa all’interno di una buca.

"Stavamo scavando delle trincee quando sono saltate fuori quelle casse. Qualcuno avrebbe voluto aprirle subito, ma nessuno ha avuto il coraggio di farlo. Potrebbero essere pericolose. Sembrano molto antiche."

Si fermarono sul bordo della buca. Immediatamente tutti i presenti si scostarono e vennero a mettersi dietro di loro.

Michela osservò le casse. Fin dal primo istante fu colpita da una sensazione di stupore, da una forte impressione di déjà-vu. Nella sua mente si affacciarono immagini passate, risalenti a chissà quando.

Decise di avvicinarsi. Balzò all’interno della buca. Nel momento esatto in cui i suoi piedi colpirono il terreno avvertì una sensazione di malessere. Una visione le balenò nella mente: il cielo e le case e tutto quanto che impallidiva a vista d’occhio e scompariva, come spegnendosi; e un buio greve e impenetrabile che calava su di lei, ghiacciandole il cuore. Una parola sconosciuta le affiorò alle labbra, una parola straniera di cui le sfuggiva il significato e che non riusciva nemmeno a pronunciare.

D’un tratto fu sicura di avere già visto quelle casse, ne ricordò con minuziosa precisione il contenuto. Il ricordo la atterrì. Sentì il proprio corpo irrigidirsi, farsi di pietra, perdere calore. Tentò di muoversi, ma si rese conto di non riuscirci.

"Tiratemi su" mormorò, con voce roca. Per un poco temette che nessuno non l’avesse sentita e fu quasi travolta dal panico. Poi, finalmente, due braccia robuste la afferrarono e la trascinarono verso l’alto.

Distesa al suolo, col corpo insensibile ridotto a un blocco di marmo, poteva vedere suo fratello chino su di lei che le parlava senza che la sua voce la raggiungesse.

"Seppellitele!" urlò, o pensò di urlare "Ricopritele con più terra che potete!"
 
 

Qualcuno le massaggiava le spalle, una mano piccola e delicata. Voci sommesse parlavano attorno a lei; con uno sforzo riusciva quasi a comprendere cosa dicessero.

Aveva caldo, adesso, e la coperta le dava fastidio. Tuttavia, il tocco della piccola mano era piacevole, avrebbe voluto che continuasse in eterno.

"Ha aperto gli occhi" disse una voce roca. Ci fu un rumore di piedi in corsa, poi una porta sbattuta. Fu sommersa di domande, volti sconosciuti o dimenticati si affacciavano al suo sguardo per osservarla un istante. Il massaggio alle spalle riprese vigore.

"Come stai?" Lupo si era chinato su di lei e la scrutava con espressione preoccupata.

"Dobbiamo andare via" sussurrò. Il viso di Lupo si oscurò. Parve sul punto di ribattere, ma scosse il capo e si scostò. Disse qualcosa a una delle donne che le stavano attorno, poi tornò a rivolgersi a lei.

"Le abbiamo seppellite le casse. Come ci avevi detto."

Michela si sforzò di ricordare. Il ricordo le procurò una fitta di dolore.

"Dobbiamo andarcene" ripeté. Non sapeva nemmeno lei il perché, ma avvertiva l’urgenza di allontanarsi da quel luogo.

E poi la porta si aprì di colpo, ne entrò un ragazzino eccitato che si precipitò da Lupo.

"Lo straniero" disse, ansando "È riuscito a scappare."

Lupo lo fulminò con un’occhiata.

"Cosa?"

"Nelle stalle non c’è più. Qualcuno dice di averlo visto correre lungo il Canale."
 
 

Nel pomeriggio ci fu un primo attacco. Michela si stava riprendendo lentamente, aveva la mente confusa e non riusciva a spiegarsi cosa le fosse preso. Avvertiva ancora, ma sempre più debolmente, l’urgenza di fuggire, di andarsene lontano, eppure quando suo fratello le aveva chiesto di spiegargli il perché non era stata capace di rispondere.

Le casse… Non tanto le casse, quanto ciò che aveva creduto di ricordare. Un episodio avvenuto chissà quando, o forse soltanto sognato. Quelle casse non potevano trovarsi lì. Lei stessa le aveva seppellite da un’altra parte…

Forse era solo una coincidenza, o un falso ricordo. Non erano le stesse casse. O l’episodio che ricordava non era mai avvenuto. Sì, doveva essere così. Un sogno particolarmente realistico, che aveva lasciato nella sua memoria sedimenti profondi.

Quando Lupo tornò, dopo che gli attaccanti erano stati respinti, aveva una leggera ferita al capo. Michela si offrì di medicargliela, ma lui si oppose.

"Non è niente" disse "Solo un graffio."

Gli scontri si stavano moltiplicando in tutta la regione. La pressione delle carovane si era fatta insopportabile, ormai quasi tutti i villaggi avevano creato una milizia per difendere le proprie terre, ma anche i nuovi venuti erano armati e decisi a conquistarsi un po’ di spazio. I combattimenti si sarebbero ben presto estesi.

Michela assisteva a quegli avvenimenti come anestetizzata. Un terrore nascosto lottava per farsi strada nei suoi pensieri. Fu solo a sera che comprese: quel giorno, per la prima volta da quando aveva fatto il Giuramento, non aveva adempiuto al rito dell’estrazione della carta. Se n’era dimenticata, o meglio: non ne aveva avuto il tempo. E il mazzo di carte era rimasto a casa sua, per recuperarlo avrebbe dovuto sfidare i cecchini…

Disgrazia. Per lei e per chi amava. Questo significava rompere un Giuramento. Michela si sentì mancare. Se fosse successo qualcosa anche a Lupo, la responsabilità sarebbe stata sua.

Cominciò a piangere in silenzio, a lacrimoni, come faceva da bambina. Nella stanza con lei non c’era nessuno, la sera che incombeva dalla finestra si rubava le ultime gocce di luce.

D’un tratto si sentì sfiorare delicatamente una spalla. Un’ondata di calore le avvolse i pensieri. Si voltò sorpresa: lo straniero era lì accanto a lei, con i suoi occhi strani che la fissavano amichevoli e le mani che si tendevano verso di lei.

"Cosa vuoi da me?" gli chiese, ritraendosi istintivamente.

La risposta la udì solo nella testa, o forse la immaginò soltanto. Un’unica parola che non conosceva, che suonava strana e misteriosa. Senza sapere nemmeno lei il perché, si alzò, indossò lo scialle pesante e seguì lo straniero.
 
 

Notte. Una notte buia e priva di stelle. Le luci degli accampamenti erano alle loro spalle, sempre più distanti e sempre più fioche. L’aria si andava facendo fresca, quasi fredda, e Michela si strinse nello scialle per riscaldarsi. Non capiva dove stessero andando; a ogni passo aumentavano in lei l’incertezza e la paura.

Con un brivido pensò a cosa sarebbe successo se Lupo li avesse inseguiti e ripresi. Certamente avrebbe ucciso lo straniero. Lo avrebbe fatto a pezzi. E lei non sarebbe riuscita a spiegargli perché lo aveva seguito di sua spontanea volontà.

Si rese conto che stavano salendo solo quando le gambe cominciarono a dolerle. Allungò una mano e prese il braccio dello straniero, obbligandolo a rallentare. La salita era leggera ma costante; il sentiero, dapprima largo e ben levigato, diventava sempre più stretto e irregolare.

"Dove mi stai portando?" sussurrò.

Lo straniero le posò un dito sulla bocca e la costrinse a tacere. Nel cielo stavano spuntando a grappoli le stelle. Faceva sempre più freddo. Arrampicarsi si rivelava di metro in metro più faticoso.

All’improvviso si rese conto che tutto attorno a loro era silenzio. I rumori della pianura, dei villaggi e degli accampamenti erano svaniti, come cancellati da un ordine imperioso. Era molto strano. Non avevano percorso così tanta strada da essere fuori portata, avrebbero dovuto udire almeno l’eco dei combattimenti, le esplosioni o i crepitii delle mitragliatrici…

Il freddo stava diventando sempre più intenso. Il suo corpo era scosso da continui brividi, ogni respiro le versava in gola sottilissimi aghi ghiacciati. Non sentiva più i piedi, ogni passo le costava una fatica spossante.

Poi le parve di inciampare. Cadde in avanti senza un grido, ma lo straniero la sostenne e la fece sedere al suolo. Il gelo le divorava il cuore, le imprigionava i pensieri in sottili ragnatele di brina.
 
 

"Svegliati! Cerca di ricordare!"

La voce proveniva da sopra, o da sotto, e non assomigliava a nessuna che conoscesse. Con uno sforzo aprì gli occhi: lo straniero era chino su di lei, ma il suo volto era in ombra, come la sua figura; era impossibile capire se avesse parlato lui.

"Ho freddo…" riuscì a dire. Dopo un attimo di esitazione, lo straniero si distese su di lei e l’abbracciò. Irrigidita dal gelo, Michela si lasciò stringere senza opporre resistenza. Sentì il calore di lui riversarsi nel suo corpo, un tepore languido impadronirsi dei suoi pensieri.

Con gli occhi chiusi ascoltava il silenzio glaciale della notte, il vuoto assoluto che la premeva da ogni lato. Com’era possibile che a così breve distanza dalla città non si udisse il minimo suono? E perché faceva così freddo?

Rimase immobile a lasciarsi riscaldare finché lo straniero si staccò da lei con un gesto repentino. Allora si levò a sedere massaggiandosi le braccia e guardò in su: le stelle occupavano solo una porzione della volta celeste; un vasto arco di cielo era immerso nel buio più assoluto.

"Cos’è questo luogo?" chiese.

Lo straniero non rispose, si limitò a prenderla per la mano e a costringerla a riprendere il cammino. Michela cercò di opporre resistenza, ma lo straniero sembrava dotato di una forza sovrumana e la trascinò con sé senza fatica.

Sempre più in su verso quel cielo scuro. Man mano che salivano le stelle diminuivano di numero e di luminosità, ormai solo un’area ristretta baluginava di luci. Davanti a loro ogni cosa svaniva, restava solo il ripido sentiero che stavano percorrendo, nient’altro che una sensazione di solidità che i suoi piedi sfioravano appena.

Infine non ci fu più nulla: solo buio e vuoto e silenzio e gelo, e la mano dello straniero che stringeva la sua. Michela tentava di respirare, ma la sua bocca non riceveva più aria; tastava attorno a sé con la mano libera, ma non riusciva a toccare nulla di solido; sforzava lo sguardo per cercare un barlume di luce, ma senza scorgerne.

Il freddo riprese a divorarla. D’un tratto cominciò a tremare e a battere i denti. Ebbe nuovamente l’impressione di cadere, ma per la seconda volta lo straniero l’afferrò e la strinse a sé.

Sto per morire, pensò.

Non puoi morire, perché non sei viva, disse una voce nella sua mente. Era una voce diversa da quella che aveva udito in precedenza, una voce calda, con una sfumatura di compassione.

Cosa vuoi dire?

Ormai anche l’ultima stella si era spenta, il cielo era una pergamena nera che premeva sui suoi occhi.

Né tu né il mondo dove hai vissuto siete reali. Puoi avere l’impressione di morire, credere di morire, e poi rinascere mille volte senza ricordare nulla delle vite precedenti. È stato programmato così.

Michela ascoltava incredula quelle parole che risuonavano solo all’interno della sua testa. Le sembravano assurde, prive di senso, e allo stesso tempo cariche di una ineludibile autenticità.

Ti sbagli. Io sono viva. Amo. Penso. Ho un corpo che soffre e prova piacere, che invecchia e si ammala e tutto il resto.

Lo straniero aumentò la stretta, fino quasi a soffocarla.

Questa non è vita. È una parvenza, un simulacro. Devi svegliarti per tornare a vivere.

Svegliarmi?

Uscire da questo ciclo di vite artificiali. Ricordare chi sei veramente.

Con sorpresa Michela si accorse che lo straniero adesso le stava stringendo il collo con le mani, come per strangolarla.

Perché vuoi uccidermi?

Sto solo cercando di aiutarti. Davvero non ti ricordi di me?

Lottò disperatamente con tutte le sue forze, tentò di allontanare da sé quella presenza ostile che le stava rubando la vita.

Vattene via!, lo supplicò, Lasciami tornare da mio fratello! Non ti ho fatto nulla di male. Perché mi uccidi?

Ma lo straniero continuava a stringere senza pietà, nella sua mente le sensazioni si andavano affievolendo, sentiva fuggire via da sé ogni energia vitale.

Poi dall’alto vide il proprio corpo scivolare al suolo esanime, e lo straniero scostarsi da esso con gesti rigidi. Quella visione la riempì di sgomento.

Sono morta, pensò. Mi hai ucciso.

No. Adesso sei viva. In questo preciso momento, hai la possibilità di scegliere: ricordare la password segreta per uscire dal gioco, o piombare in un nuovo mondo artificiale. Ma devi fare in fretta. L’intelligenza che governa questa simulazione sta già elaborando un nuovo scenario.

Michela rifletté, si sforzò di ricordare. Dentro di lei si combatterono due forze contrapposte, due fazioni ognuna convinta delle proprie ragioni: in un lampo rivide la sua vita reale, squallida, desolata, la miseria morale e materiale che dominava i suoi giorni; e le vite da protagonista che aveva vissuto nel mondo virtuale. Ricordò la password segreta, ma la cancellò subito dalla mente.

Stavolta non ripeterò gli stessi errori, si disse. Mi creerò una vita davvero felice. Ormai ho capito come funziona il gioco, posso evitare tutti i trabocchetti, eliminare gli avversari prima che inizino a darmi fastidio…

Lo straniero era una statua nel buio, si era irrigidito in una posa innaturale e sembrava sul punto di confondersi con lo sfondo nero del cielo. Michela intuì un suo ultimo pensiero, un’esortazione flebile e inconsistente, poi un’esplosione di luce cancellò ogni cosa attorno.
 
 

Quel mattino dal mazzo uscì l’Eterno Ritorno, una carta benaugurante. Quella sarebbe stata una giornata fortunata.

Mentre si preparava la colazione, Michela ricordò che proprio quel giorno iniziava la primavera, la sua stagione preferita. I peschi e i mandorli stavano per fiorire, presto avrebbero inondato la piazza del Mercato col loro profumo inebriante.

Aveva sognato specchi per tutta la notte, come le accadeva dopo ogni Mutamento. Stavolta però gli specchi riflettevano solo volti felici, il suo, quello di suo fratello Lupo appena tornato dal nord, e soprattutto quello dell’uomo che amava. I presagi erano buoni, sembravano indicare un periodo straordinariamente favorevole.

Dalla Torre del Castello, una voce stentorea declamò la formula di ringraziamento al Sole che sorgeva. Era ora di uscire. La Regina la attendeva per il consueto oroscopo del mattino, e lei non poteva permettersi di arrivare in ritardo.