Vita sulla luna
(Life on the moon)
Tony Daniel

illustrazioni di Fabio Germanà
Il Grande vuoto di Henry Colterman

Se mai dovessi avventurarmi nel Grande Vuoto,
un movimento minuscolo tra stelle dure e veloci, 
se mai dovessi avventurarmi sulla luna e nella polvere della luna
e in quei saloni di ceramica levigata, quegli spazi lustri e benigni,
o sulla superficie evaporata,
la vuota distesa e le crepe minerali…
riuscirei a ritrovarti?

Stai immobile nella valenza tra gli spazi? Bacerei il ricadere dei tuoi capelli, giacerei
accanto a te nel silenzio,
e traccerei con la punta del dito il fremito e la piega delle tua labbra.
Ti tirerei gentilmente fuori dal materiale sedimentato,
dal cristallo e dalla pietra, come la ragnatela dal fogliame, come il respiro da un dormiente.
Se mai dovessi avventurarmi nel Grande Vuoto,
non smetterei un attimo di cercarti, Nell

Nell era molto magra e pallida. I capelli erano castani, tendenti al nero e gli occhi erano marroni e tristi. Henry non capiva perché l'amasse, in quanto si era sempre considerato un uomo che tendeva all'epidermico quando si arrivava al dunque, con una testa rivolta alla bellezza esteriore e a denti e occhi appariscenti. Nell era una pozza calma e oscura. Probabilmente era anche la più grande artista della sua generazione, comunque, e quando si ha la fortuna straordinaria di richiamare l'attenzione di una tale donna... be', si fanno delle eccezioni.

Si incontrarono in una riunione di facoltà a St. Louis. Henry era un precario nel programma di laurea di scrittura della Washington University. Nell, ormai già quasi famosa nella sua cerchia professionale, aveva fatto una lezione proprio quel giorno alla scuola di architettura, una lezione che Henry aveva evitato in modo studiato. Nell, per quello che conta, non aveva letto nessuna delle poesie di Henry, ma lo avevano fatto in pochi. Se non altro i poeti del ventunesimo secolo erano più oscuri e sconosciuti di quanto non lo fossero stati i loro predecessori.

Ma tutti e due conoscevano l'altro per fama e, dato che erano le uniche due persone all'incontro a non essere invischiate negli intrighi delle scaramucce della politica accademica, tutti e due si ritrovarono in un angolo a parlare di angoli.

"Perché devono mai essere novanta gradi?" aveva chiesto Henry. Stava appoggiato ad una parete cercando di apparire distaccato e sentì che il drink gli si versava sulla manica. Per la prima volta Henry si pentì di non essere un tipo abituato a sentirsi a proprio agio all'interno dei palazzi.

"Non devono esserlo per forza," aveva replicato Nell. "Ma ci sono delle buone ragioni per cui dovrebbero esserlo." Per qualche ragione il viso di Nell sembrava mancare di qualche cosa, come se i muscoli e i tendini fossero ben tesi e definiti ma senza riuscire a supportare niente di importante. Strano.

"Ragioni strutturali?"

"Perché si forma l'angolo delle gambe quando ci sediamo?"

Henry seppe allora che gli sarebbe piaciuta, nonostante il suo viso così peculiare.

"C'è qualcosa che ha a che fare con le gambe stesse, suppongo," disse.

"E per tenerci sopra gatti e bambini. Funzionalità e bellezza." Nell sorrise e di colpo Henry capì la ragione per cui il suo viso sembrava così curioso e incompleto. Era una sovrastruttura in attesa di quel sorriso.
 

Naturalmente non andarono da Henry e si misero a scopare come ricci, anche se era l'unica cosa che Henry avesse in mente per completare l'incontro. Al contrario Henry la invitò a prendere un caffè il pomeriggio successivo. In realtà Nell aveva in programma una corsa a Berlino in jet la mattina presto, come venne poi a sapere Henry, ma cancellò il volo per andare all'appuntamento. Nell capiva quali situazioni richiedessero spontaneità e poiché era una donna attenta e accorta, faceva sempre le mosse giuste.

Quei primi momenti furono molto astratti, urbani e... costruiti, come se li ricordò poi Henry. Come una danza che impersonava gli appuntamenti al buio e i pedimenti della natura… Era per ciò che provava nel ritrovarsi in casa di persone che non conosceva per niente, nel vivere giornate sfocate in parchi o caffetterie o nelle stanze delle università. Lui e Nell si erano incontrati il giorno dopo per un espresso come due ballerini che eseguissero una serie di passi. Tocco leggero, scambio, tocco, passo, passo, passo.

Ma qua e là qualcosa scintillava, perché, naturalmente, lui le aveva chiesto di andare fino agli Ozark a vedere gli aceri fiammeggianti e Nell aveva accettato. E sugli Ozark Henry poteva diventare se stesso, il meglio di sé.

Nell aveva scovato uno dei suoi libri e quando si fermarono per osservare una fattoria particolarmente bella in mezzo alle foglie color porpora e scarlatto, lei citò a memoria la sua poesia sul crescere nella campagna.

Si baciarono con una passione attenta.
 

Da Vivere sulla Luna: un saggio sulle possibilità architettoniche lunari di Nell Branigan

L'architettura lunare offrirà molte nuove frontiere per gli artisti, ma le vecchie convinzioni debbono ancora applicarsi se gli edifici della luna vogliono essere dei luoghi dove la gente desidera vivere e lavorare. L'architettura lunare deve tener conto soprattutto dello spazio e della forma. L'arte è l'espressione esterna e obiettiva dell'esperienza interna e soggettiva. E' il simbolo di ciò che significa essere umani.
Si consideri l'architettura. Quale è il grande elemento dell'architettura? Non è solo la forma, in quanto esso è l'elemento principe della scultura. Viviamo e lavoriamo all'interno della scultura architettonica come allo stesso tempo la ponderiamo dall'esterno. Abitiamo il suo spazio. Per questo affermo che gli elementi più importanti sono sia la forma che lo spazio e i modi in cui si pongono in relazione gli uni con gli altri.

Due anni dopo Henry aveva pubblicato il suo quinto libro con recensioni favorevoli e un po' più di soldi di quello che s'era aspettato. Spinto da ciò aveva accettato di trasferirsi a Seattle per un po' per stare con Nell, nonostante il fatto che là non avesse nessun contatto accademico, o prospetti di averne qualcuno. Si sposarono con un rito civile sulla cima della Smith Tower, un palazzo che Nell ammirava particolarmente.

Ed io sono un uomo che Nell ammira particolarmente, pensò in seguito Henry. Forse l'amore non è un'emozione possibile per sentimenti sviluppati. Forse l'artista contempla e simbolizza sentimenti fino ad un estremo tale che non può provarne oltre ad un certo punto. Forse è per questo che io sono solo un buon poeta e Nell un genio. Io provo troppe cose. Troppe maledette cose informi.

Eppure Nell si era ricordata della sua poesia e per allora aveva letto tutte le sue opere e ne citava qualche brano ogni volta che era felice o animata da qualche idea.

A Seattle si stava costruendo il capolavoro terrestre di Nell, il Lakebridge Edifice. "Costruito" non era la parola giusta per le costruzioni di quel periodo. "Substanziato" o "Formato" sembravano più corrette, in quanto le macro e micro macchine interagivano coi piani algoritmici per produrre una struttura totalmente fedele alla visione dell'architetto, giù fino al livello molecolare.

Per raggiungere una tale perfezione di realizzazione ci vollero poco più di due anni, durante i quali Nell ed Henry condivisero dei comodi appartamenti sull'Alki-Harbor Island Span, un elemento in vetro che si trovava lì vicino e che si allungava attraverso la Elliott Bay in un arco appiattito. Nell lo riteneva rozzo e atroce. Henry decise di far buon viso a cattivo gioco e piantò un giardino sulla passerella lunga nove metri che si apriva dalle loro camere. Il suo nuovo libro iniziava a prendere forma come una serie di momenti catturati che avevano a che vedere con le piante e la crescita e con il terriccio sui pantaloni e sulle mani.
 

 

Produzione e Riproduzione di Henry Colterman

Nel nucleo di casa nostra, mia moglie traccia fabbricati
- silenzio concentrato, andatura misurata -
mentre la luce del giorno filtra a chiazze da soffitto e parati
del grosso arco dello spazio di vita semi permeata.
Mentre io, venuto su tra vacche e mais fin da bambino,
in terrazzo, a mano o con la zappa, faccio lavori
e invio suoi concetti fino al successivo gradino,
lei costruisce la vita nostra e pur quella di vossignori.
Al tramonto, seguo l'osmosi mia, stanza per stanza,
a provare per lei una brama enzimatica e vaga
ma attendo e pulisco e consumo con costanza
la cena che il residuo del buono della mensa ci paga.
E, ammiccando, nella notte lei poi con me s'imbatte
e opache di luce del color della serra le pareti vengon fatte.

Ero felice, ricorda Henry. Credevo di cavarmela, usando il giardino come un sostituto del vivere nella natura, del vivere secondo natura. Ma ero proprio felice di vivere sullo Span.

In qualche modo la natura mi era arrivata fin là.

Il sesso non fu mai il punto forte di Nell. Era maldestra e sembrava perpetuamente senza esperienza, ma era appassionata e attenta. La sua sessualità era ben fatta, bilanciata e bella come i suoi palazzi. Ma mancava di qualcosa. Quel qualcosa, naturalmente, era ciò che Nell metteva nel suo lavoro, Henry questo lo sapeva. Ardore innocente. Novità e discernimento. Gli ingredienti segreti del genio.

Eppure Henry non se ne curava. Lei lo amava, questo lo sapeva, e rispettava il suo lavoro, i suoi lunghi silenzi, il suo fissare nel vuoto, la sua esultanza infantile per qualcosa che lei avrebbe ritenuto una nullità

E così vissero e crebbero assieme durante la realizzazione del Lakebridge Edifice. O forse crebbi attorno a Nell, considerò in seguito Henry, come il glicine attorno al ferro battuto. Nell non cambiava, ma era un buon supporto e non si preoccupava di venir ricoperta.

 

Da Vivere sulla Luna: un saggio sulle possibilità architettoniche lunari di Nell Branigan

E allora tutto ciò cosa ci dice sull'architettura lunare? Nient'altro che ancora spazio e forma si applicano alle nostre costruzioni, perché vi sono ancora implicati gli umani. La luna forse è una delle costanti più antiche nella creazione di questo sentimento di essere vivi che ogni arte riesce ad esprimere. Le donne sanno tutto ciò in modo quasi letterale, ma gli uomini lo sanno allo stesso modo in cui sanno di un altro centinaio di ritmi biologici che vanno indietro fino alla nostra esperienza animale del crescere e calare della marea sulla Terra.
Non siamo più, comunque, sulla Terra a guardare alla luna. Siamo sulla luna a guardare alla Terra. I vecchi movimenti e i vecchi spazi non si adattano. O piuttosto, non si adattano allo stesso modo. Sono dell'idea che questa disgregazione del modo di sentire sia molto più spiacevole per la gente di quanto non possa esserlo il cambiamento di gravità o le necessità fisiche dell'esistenza sulla superficie lunare.
Io penso ad un'architettura lunare che mitighi questa disgregazione e che, se fosse possibile, riesca a fornirci nuove forme e nuovi spazi per riflettere la nostra relazione col pianeta madre. Come un figlio che ha lasciato il nido, l'architettura lunare deve guardare indietro con attaccamento, ma in avanti con immaginazione e decisione.
Quali sono le realtà di fatto di una tale architettura? Che tipo di città dovremmo costruire sulla luna?

Quando fu completato il Lakebridge Edifice apparve in modo lampante che Nell era uno degli artisti più importanti della sua generazione. Perfino Henry, che aveva qualche informazione del disegno e della costruzione della struttura, fu colpito quando lo vide completo e in evidenza una mattina in prossimità dell'alba.

Era stato sulla terrazza a togliere le erbacce ai pomodori. Nonostante tutta una serie di emulsionanti del terreno, agenti regolatori e robot cacciatori di insetti, le erbacce prosperavano. Il problema era di riconoscimento, in quanto la vita è vita, non importa quale forma irritante possa assumere. Henry non era riuscito ad addormentarsi la notte precedente, mentre Nell aveva dormito come un ghiro, le sue preoccupazioni a Seattle ormai giunte alla fine. La loro vita ordinata stava per finire, Henry lo sapeva, e con essa quel senso di appagamento e di regolarità che non aveva conosciuto più da quando viveva nella piccola fattoria dei suoi genitori vicino a Dalton in Georgia.

Era uscito sulla terrazza, perché quello era il posto che odorava e che sembrava maggiormente simile alla vecchia fattoria, particolarmente al tanto caro orto di pomodori di suo padre. E non c'era da meravigliarsene. Si era dato tanto da fare per ottenere quel sapore da quel centinaio di metri, sacrificando anche le possibilità di raccolto. Era stato fatto per quello.

E, di nuovo, stava per lasciarlo e perderlo.

Henry iniziò a togliere le erbacce in modo avvilito, mentre l'alba andava trasformando in grigio il cielo nero, come accadeva ogni mattina a Seattle. Con un'eccezione. Con l'eccezione che ora c'era qualcosa di nuovo che rendeva il cielo grigio... non più brillante, ma più luminoso. Il sole si levò e brillò nell'angolo di nord-est del Lakebridge Edifice.

Il problema non era nuovo, Nell gli aveva detto. Era il vecchio problema di ciò che fare coi soffitti bassi. A Seattle, la nuvole spesso erano basse e il cielo frequentemente era misero. Spesso ti faceva sentire compresso, facendo apparire la vita rannicchiata e preordinata. Eppure c'era l'acqua del lago e dell'oceano là vicino e, nuvole permettendo, le montagne da ogni parte.

Lakebridge era una soluzione per quei giorni in cui le montagne non venivano fuori e il Sound e i laghi erano completamente piatti. Non è che cercasse di ribaltare queste condizioni, ma forniva una nuova esperienza. Era un complesso di spazi differenti, come li chiamava Nell. Non potevano essere osservati come edifici distinti. Troppe connessioni, sia suggerite che reali. Il complesso abbracciava parzialmente il Lake Union verso il lato di nordest della città, e appariva proprio come l'evaporazione e la condensazione dell'acqua del lago nel cielo... il ciclo di liquido, vapore e apparizione solida delle nuvole in un ordine ascendente che si innalzava fino a un chilometro e duecento metri. E, comunque, non era soltanto questo che il complesso suggeriva. C'era un porticciolo colorito, un porto per gli hovercraft, sezioni residenziali e di affari che si intrecciavano come muscoli striati. La struttura era organica, viva, pratica perché prima di tutto era arte, perché la costruzione era parte della struttura della sua forma vivente.

Henry si scoprì a trattenere il respiro per la bellezza di ciò che sua moglie aveva concepito. Poi una piccola mano gli asciugò il sudore dalla fronte e Nell passò il braccio attorno a lui e gli si piegò sulla spalla.

"La trovi bella?" gli chiese un po' timorosa. Henry sapeva che non era una posa. Nell si sorprendeva costantemente del dono che le era stato concesso.

"Devi esserne orgogliosa," le sussurrò Henry e Nell strinse il suo abbraccio.

"Sono contenta che ti piaccia," disse. "Questo per me significa più di ogni altra cosa." Henry le fissò gli occhi color nocciola e provò il vero amore. Come l'amore che provava per la Terra, per come le cose crescevano e mutavano. Gli occhi di lei erano del colore del buon terreno fertile. Erano del colore del legno sottile e della fitta salvia di prateria. La baciò delicatamente sulla fronte e lei lo trascinò fino alle sue labbra. Bene. Esatto. Stupendo.

Fecero l'amore nel giardino sul terrazzo come aveva sempre desiderato Henry. Se mai ci fosse stata una qualche abilità artistica nel sesso, quel giorno riuscirono a catturarla, agitandosi tra le piante di pomodoro. Si suppone che il sesso sia lo schema e il ritmo che segue il sonetto, ma Henry era convinto che il loro fosse esso stesso simbolo di un sonetto, il dono che l'arte rifaceva al mondo per aver generato qualcuno come Nell Branigan.

La scopò con gentilezza, e 'scopare' era il termine giusto in quanto nella loro lingua derivava dall'inglese medioevale col significato di 'arare'. I movimenti di risposta di lei la facevano sprofondare sempre di più nel terreno del terrazzo fino a che non fu parzialmente sommersa ed Henry non faceva altro che scendere più in basso nel livello del suolo ad ogni spinta. Le mani di lei lo imbrattavano di terriccio sulla schiena e sui fianchi e i loro baci iniziarono a diventare fangosi.

Prima che lui venisse, Nell lo fece girare nella depressione che avevano formato e, seduta sopra di lui, si pulì con i tralci del pomodoro. Era la cosa più eroica che Henry avesse mai visto. Spinse verso di lei. Lei gli carezzò il viso con mani che sapevano dell'odore caratteristico del vegetale e si strofinò il clitoride con le essenze e il liquido delle piante schiacciate. Henry si sentì di venire ma si trattenne e si trattenne. Cercò di arrivare in fondo a Nell con sentimento, con una comprensione e un'ammirazione per lei, per la donna che era in lei, per l'artista, per la sottile combinazione delle sue cose che era la sua anima.

Dovette raggiungerla, farla pulsare, dato che lei venne di colpo sopra di lui, più di ogni altra volta, bagnandogli ventre e cosce con uno splendore liquido di se stessa. Il suo orgasmo fu forte e completo allo stesso modo e collassarono nel giardino. Henry azionò vocalmente degli elementi di riscaldamento che stavano nelle vicinanze e cadde addormentato col suo amore tra le braccia.
 
 

Due settimane dopo fu offerta ad Henry una cattedra ospite allo Stanford che non avrebbe comportato nessun insegnamento, ma soltanto un minimo di funzione di consultazione con laureati in scrittura. Era un posto di sogno, lucrativo e di massima libertà. Henry sospettava che l'offerta fosse dovuta in parte alla fama riflessa derivante dalla sua unione con Nell, dato che Nell e il Lakebridge Edifice avevano ottenuto le schermate di apertura del materiale informativo generale del Virtual col titolo 'La Donna del Rinascimento Architettonico'.

Naturalmente Nell andava ricevendo proposte di progetto a destra e manca.

"Sembra che possa vivere praticamente dovunque per fare il mio lavoro," fece lei. Quando Henry le disse dell'opportunità di Stanford lo incoraggiò ad accettare. Si prepararono a trasferirsi a San Francisco in autunno.
 
 

Da Vivere sulla Luna: un saggio sulle possibilità architettoniche lunari di Nell Branigan

Io penso a strutture che creino uno spazio umano dentro di sé e che comunque non siano tagliate fuori dall'imponenza dell'ambiente: la meraviglia per dove si trovano le persone e per ciò che stanno facendo. Questa è la luna e siamo venuti su questo nuovo mondo per viverci! Dobbiamo tenere in conto il sorgere della Terra e le vedute delle montagne della luna. Io immagino un'architettura che si muova e si accomodi per avvantaggiarsi delle sinergie migliori e delle giustapposizioni del panorama.
Eppure le forme che concepiamo per darci gli spazi che ci interesseranno maggiormente, loro stesse, devono essere belle.
Quella che segue è semplicemente una mia idea di una tale architettura.
E' intesa come una ghianda, e non come la quercia intera. Lo spazio è ampio e vuoto e dove ci sono gli umani là ci saranno i luoghi dove vivono gli umani. E dove ci sono dei luoghi per vivere, là ci saranno gli architetti.

Henry stava scrivendo una poesia sulle chiazze d'erica bianca quando arrivò Nell per dirgli della luna. Sapeva che doveva essere importante altrimenti non lo avrebbe mai interrotto durante il suo lavoro. In quei giorni aveva i capelli quasi rasati e a Nell piaceva passarci le dita. Lo fece anche questa volta, ma quasi soprappensiero, più che altro un colpetto... e poi si sedette al tavolo di fronte a lui.

"Dobrovnik si è interfacciato ieri, in virtuale completo," disse.

Dobrovnik era un socio della ditta di Nell. Aveva smesso il suo lavoro di progettazione per fungere da agente principale e negoziatore per gli altri colleghi... in massima parte per Nell.

"Deve essere stato incredibilmente caro," replicò Henry, ancora un po' fuori fase per essere stato tirato via dalla sua poesia. "Era importante?"

"Sì, mi è stato offerto un progetto stupendo."

"Veramente?"

"Veramente stupendo."

"Magnifico."

Nell s'arrestò e guardò attorno per la stanza. Henry non era abituato ad un linguaggio del corpo tanto strano da parte sua. Cercò a fatica di scrollarsi pensieri di spine e di erica bianca dalla testa e di concentrarsi.

"Così," disse. "Non potrai andare a San Francisco? E' questo?"

"E' solo una parte."

Qualcosa d'altro, ma Nell rimaneva molto silenziosa. "Nell, lo sai che sono d'accordo con te in ogni cosa."

"Lo so, Henry." Singhiozzò. Nell Singhiozzò. "Henry mio."

"Nell, che cosa c'è?"

"Il Sottocomitato per l'Esplorazione ha approvato la mia proposta per una colonia lunare."

"L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite?" Nell annuì. "Nell, ma è una notizia sorprendente!"

E lei stava piangendo. Henry era completamente sconcertato.

"Io dovrei andare," disse Nell. "Dovrei andare sulla luna per cinque anni. Forse di più."

Henry si alzò, poi si sedette. San Francisco. Si immaginò i giardini e la nebbia di San Francisco, le sue estensioni piene di grazia e il clima temperato. Ma la nebbia. E altra nebbia, come viticci morti. Come viticci non morti. Che coprivano, oscuravano, mangiavano la città, nebbia, fino a che non c'era più niente, niente altro che il grigio senza fondo.

"Potrai venire, Henry. Farebbe parte del contratto. Ti pagherebbero le spese e oltre."

"Sulla luna?"

"Sì."

Tutto ciò che poteva immaginarsi era un vuoto. Una distesa vuota.

"Ma là non c'è niente."

"Ci sarà. La costruiremo noi."

"No, non c'è... aria. Non c'è letame. Non c'è l'erica bianca."

"Lo so. L'ho capito dal momento in cui Dobvronik mi ha parlato dell'offerta e ho iniziato a considerare cosa avrebbe significato accettarla."

Henry sentì un rivolo di sudore scendergli dalla fronte. Da dove veniva? Nell era troppo distante per scacciarlo. Lo tolse con una manata e continuò con la mano lungo il viso e si massaggiò la spalla..

"Accetti?"

"Non lo so. Costruire una città, praticamente da zero... è una possibilità unica per un architetto." Nell si asciugò le lacrime e si sollevò in piedi. "Ti voglio con me, Henry."

Era vero? O stava semplicemente facendo la cosa giusta. Dopotutto lui cos'era rispetto all'arte di lei? Si era mai preoccupata di lui realmente, se non in astratto? Cristo, si sentiva come Bogie alla fine di Casablanca che lascia che Elsa se ne vada con Victor Lazlo. Nel nome di Dio, cosa gli era successo? Perché ragionava così? Era forse così geloso del suo dono? Della sua approvazione nello scopare? Amava Nell. Amava Nell e desiderava pure essere con lei.

Ma non sapeva cosa avrebbe fatto a lui? al suo lavoro? La luna. La luna morta fino all'osso.

"Devo pensarci. Non so se posso venire con te. Devo pensarci."

E come sempre Nell capì che era ora di lasciarlo solo per farlo pensare. Aveva un istinto perfetto per queste cose. O forse si trattava di arte. Henry non riusciva mai a fare una distinzione quando si trattava di Nell.
 

 

Se ne sta lassù muta e luminosa di Henry Colterman

Un buco vuoto, come una bruciatura di sigaretta appena fatta
preferisco le stelle; non si curano di nulla,
ma la luna,
non se ne preoccupa e ti fa pensare
che lo faccia. Penso sia la luce,
le ombre bizzarre, sottili come labbra,
la burla della rivelazione incompleta.
Mi sono arrampicato fino ai rami più sottili
in notti di luna piena e ho appoggiato
il viso contro il buio
mentre il vento irritava i miei occhi spalancati.
Non avevo lacrime,
vuoto come un'orbita,
ma lei non m'ha riempito.
E' andata oltre.
Non è mai vissuta.
Non può morire.
Se ne sta lassù muta e luminosa.
La luna non la capisco.

Henry per quel giorno non prese una decisione, e il giorno dopo neppure. La mattina seguente affittò una macchina e si diresse alle Cascade Mountains. C'era una pioggia gelata oltre i 1200 metri e gli elementi della strada che si asciugavano fumavano in lunghe linee sottili verso l'alto, verso i passi.

Henry si fermò nei pressi di una cascata e rimase a lungo nella nebbia. Per molti minuti nella sua testa non ci fu nessun pensiero e poi Henry fu cosciente del fatto che stava scomponendo la cascata tra un'entità singola ed immobile e un miscuglio caotico di schemi torrenziali.

Devo scriverci una poesia, pensò. Ma le parole non vennero. Solo lo sguardo vuoto della natura, incomprensibile. Una o molte non aveva importanza. Henry era sul punto di voltarsi per andarsene quando il sole uscì dalle nuvole e frantumò la cascata e la nebbia circostante nei colori dell'arcobaleno.

E' rumoroso quanto l'acqua, pensò Henry. L'acqua sta dicendo questo. Sta parlando del sole. Della possibilità della luce del sole.

La luce durò solo un momento e poi scomparve, ma Henry aveva la sua poesia. In un istante posso avere una poesia, pensò Henry, ma guardo alla luna e penso a viverci... e non mi arriva nulla. Niente. Mi occorre il movimento e la vita. Non posso lavorare solo con la polvere. Sono un poeta della natura, della vita. Il mio lavoro morirebbe sulla luna. Non c'è per niente vita lassù.

Doveva restare.

Ma Nell.

Come sarebbe stata la Terra senza Nell? Il loro amore non era nato da una fiammata, ma s'era fatto sempre più caldo, come carbone che trova legna fresca e lentamente la porta al punto d'accensione. Stavano ancora bruciando? Sì. Oh, sì.

"Devo avere vita per il mio lavoro," le disse al ritorno. "Non posso lavorare lassù."

"Henry, resto..."

"No."

"Ci dovrà pur essere un modo," sussurrò lei. Le sue parole suonavano come il rumore lontano di acqua che precipitava.

"No."

Doveva restare e Nell doveva andare. Sulla luna.

I preparativi sarebbero stati enormi e Nell non sarebbe partita prima di cinque mesi. Vivevano a Seattle, ma Henry la vide molto poco durante tutto quel periodo. Era fortunato se passava una notte alla settimana con lei.

Nell cercava di rendere significativo il tempo che passavano assieme; Henry poteva ben dire che si sforzava moltissimo. Ma ora c'era il Progetto... il Progetto sempre massiccio sulle loro teste come una eclissi. Durante l'ultima settimana assieme Henry chiese, per la prima volta, i piani, i progetti e gli algoritmi che avevano vinto presso la commissione per vedere cos'era che la portava via.

Come solito i disegni gli comunicarono ben poco, nonostante tutto il tempo che Nell aveva passato ad insegnargli i rudimenti per intravedervi le strutture. Le prospettive tridimensionali del CAD erano un po' meglio ma, o per via di un qualche blocco mentale che operava nella sua testa o per via del fatto che le prospettive erano idealizzate e totalmente estranee dal loro contesto extra-terreno, Henry non riusciva a capire dove stesse tutto il clamore. Solo dei palazzi. Solo un'altra città. Perché non costruirla in Arizona o da qualche altra parte simile e pretendere che fosse sulla luna? Perché no?

Smise di prendersi in giro. Nell se ne stava andando. Lui rimaneva.

Nell passò i suoi ultimi quattro giorni sulla Terra con Henry. Durante quel periodo un po' della passione tornò nel loro amore. Era ruvida e affrettata, ma la prossimità del loro dilemma aggiunse furia al sesso e alla loro vita, cosicché arse come il carbone quando viene soffiato.

Nell partì con lo shuttle del martedì da SeaTac. Henry aveva pensato che non avrebbe guardato al decollo, ma si ritrovò in piedi e pronto molto prima che Nell dovesse partire. Guidarono fino all'aeroporto in silenzio. Nell avrebbe preso un jet fino alla Stevenson Station, geosincrona sopra al Nord America, per poi partire con la corsa settimanale per la luna del giovedì.

Il bacio finale fu appassionato e completo. La disperazione della settimane precedenti se n'era andata e al suo posto c'era una vicinanza senza tempo, come se quel bacio fosse durato da sempre e fosse durato per sempre. Ed Henry capì, preso da quel bacio, che questa atemporalità racchiudeva completamente il loro desiderio, passato e futuro. Mi unisco per la vita, pensò Henry, e ho trovato la mia compagna.

E poi il jet si portò via l'amore di Henry.
 

 

Da Vivere sulla Luna: un saggio sulle possibilità architettoniche lunari di Nell Branigan

Il mio modello artistico per questa città è la cellula vivente.
Immagino pareti lisce, calde che si incurvano verso soffitti bassi arcuati, la cui opacità muterà col cambiare della luce e del panorama. Penso ai sistemi di supporto e alle macchine operative della cellula che appaiono qua e là apertamente, ma incorporate, letteralmente, nella funzione e nella forma dell'insieme, proprio come lo sono mitocondri e cloroplasti nelle cellule viventi.
Penso ad una città di luce e colori tenui che si allunga verso l'alto con curve graziose, guide e punti, che si allunga come un neurone, coi neurotrasmettitori che esplodo al termine dei dendriti e degli assoni, che esplodono verso la Terra... o all'esterno, nel grande vuoto.

Le mattine non erano poi tanto male. Henry, dopotutto, non aveva accettato il posto a Stanford ma era tornato in Georgia, in un capanno di tronchi che un tempo era stato il progetto di suo nonno. Henry buttava giù una poesia dopo l'altra e nel giro di sei mesi aveva pronto un altro libro. Ora ormai era abbastanza famoso (o credeva di esserlo, in quanto aveva smesso di badare a queste cose) e il libro ottenne un anticipo senza precedenti. Per la prima volta nella sua carriera, Henry non aveva bisogno di insegnare o di vivere con una borsa di studio o l'altra. E Nell spediva a casa regolarmente una somma enorme dal suo stipendio, dato che aveva proprio poche possibilità di spendere e desiderava che lui lo usasse per qualsiasi cosa avesse bisogno.

Il Progetto gli avrebbe fornito un viaggio di andata e ritorno per la luna all'anno. Henry contava i giorni che lo separavano dal viaggio con un'alternanza di speranza e trepidazione. Non sarebbe stato lo stesso come essere assieme a Nell. Sarebbe potuto essere peggio del non essere con lei. Non poté dire da quando, ma dopo un po' realizzò di aver deciso di non andare.

Le notti erano terribili. Nell chiamava spesso e una volta alla settimana usava l'interfaccia a virtualità completa. Henry si immaginava il nonno che tornava in vita e che entrava nel capanno... solo per scoprirlo infestato da uno spettro. La forma di Nell si muoveva e parlava in quelle visitazioni settimanali e poi non c'era più. Ma le piccole pause di trasmissione erano sufficienti a ricordargli che non era Nell, là, sulla Terra, in Georgia. Non avrebbe potuto sentire l'odore dei suoi capelli i baciarle il viso. Potevano solo fissarsi negli occhi l'un l'altro ad una distanza di trecento ottantaquattro mila chilometri.

Henry era orgoglioso di non crollare di fronte a Nell, ma alcune notti rimaneva sveglio e piangeva fino al mattino. Soprattutto durante la luna piena. Se ne stava lassù nel buio, come se avesse una ragione, come se avesse passione. Ma tutta la sua luminosità non era altro che un riflesso. La luna era distante e morta, solo un mondo virtuale, un'apparizione di significato che ingannava l'occhio. Henry cercò d'essere forte, di non tirare le tende, ma molte volte non riusciva a sopportare la luce e, con un singhiozzo, le chiudeva con uno strattone.

Ma si sforzò a guardare i resoconti della stampa e a seguire le riviste di architettura più accessibili. I progressi sulla luna erano veloci, ma c'era una quantità enorme di lavoro da fare nel trasformare la colonia pre-esistente in una città vera, con le strutture di supporto conseguenti e gli imprevisti del cambiamento. Ben presto divenne ovvio che il Progetto avrebbe subito dei ritardi, forse ritardi molto lunghi.

Ma la città sarebbe stata costruita. Viaggi a costo ridotto su e giù per il pozzo gravitazionale della Terra e le nuove tecniche di micro costruzione avevano reso possibile l'economia a bassa gravità e la base delle comunicazioni e del trasporto che la luna stava già fornendo significava che la colonia aveva sfondato anche economicamente. La luna aveva incominciato a fornire un profitto. E ben presto a migliaia sarebbero occorsi lavoratori specializzati o semi specializzati. La luna per molti sarebbe diventata una destinazione d'emigrazione.

Per questo stavano costruendo una città, sia per quelli che erano già là che per quelli che sarebbero arrivati. Sistemi sofisticati dovevano crescere e crescere assieme con precisione. Si dovevano fare delle modifiche per risolvere piccoli errori di calcolo o le aberrazioni casuali delle molecole. Si doveva affrontare e risolvere una miriade di problemi di progettazione e Nell doveva essere fuori, in superficie, in consultazione costante con appaltatori e realizzatori per quanto riguarda modifiche e adattamenti, o all'interno ad osservare simulazioni virtuali di comandi e controlli. Allo stesso tempo si stavano costruendo barriere per la sicurezza fisica senza precedenti, per far sì che pareti sottili come carta fossero schermate dal vuoto e dai colpi delle meteoriti. E con un sesto di gravità c'erano archi lunghissimi, architravi massicci, tutti totalmente impossibili sulla Terra. Una città di cattedrali, così appariva ad Henry.

Come la città di Nell prese forma, Henry iniziò a vedere veramente la magnitudine e la meraviglia dell'opera che aveva immaginato sua moglie. Comunque, nonostante tutto, si trattava sempre della luna e l'unica forma di vita era quella umana, ma vita umana in grande scala, questo doveva ammetterlo. Ma nessuna cascata selvaggia. Nessuna erica bianca che da vita a forme, che fornisce forma alla vita.
 
 

E poi, un giorno prima della visita settimanale di Nell, Henry ricevette un segnale dall'Amministrazione Lunare.

Capì subito che c'erano dei problemi, in quanto quello doveva essere un giorno per Nell talmente occupato da non poter neppure chiamare.

Con un colpetto lanciò il fax sull'interattività completa aspettando Nell che gli spiegava cosa fosse successo di tanto grosso.

Invece davanti a lui apparve una donna rotondetta e vestita professionalmente.

"Il Dottor Colterman?"

"Solo Mister." Henry strinse gli occhi per osservarla meglio. C'era della polvere nella stanza e alcune particelle danzavano luminose nell'immagine di lei, come succede coi raggi di sole.

"Mi chiamo Elmira Honner."

"Siete..." Henry si ricordava vagamente il nome.

"Supervisore al Progetto Lunare."

"Ah, il capo di Nell. Sì. Allora?" Si rese conto di apparire brusco. Perché mai questa donna lo stava chiamando in Georgia, ricordandogli della luna?

"Mi spiace, ma ho cattive notizie."

Oh, Dio. Il vuoto. Le distese senza vita. Ma forse non...

"Sua moglie è stata uccisa questo pomeriggio, Mr. Colterman. Nell Branigan è morta."

Era stata uccisa in un incidente di costruzione mentre supervisionava le fondamenta per un centro delle comunicazioni. I micro macchinari avevano pensato che facesse parte dei detriti ed avevano... quasi istantaneamente... riassemblato Nell e altre due persone e li avevano trasportati, molecola per molecola, per essere sparsi su una distesa di una ventina di chilometri. L'algoritmo che aveva causato il danno non era stato uno di quelli di Nell, ma si trattava di un programma standard della Terra, modificato da uno degli appaltatori senza una verifica precedente. Il malfunzionamento veniva dal fatto che la superficie della luna era senza vita. L'algoritmo non aveva avuto in precedenza alcun bisogno di riconoscere vita sulla superficie lunare, aveva svolto normalmente il suo lavoro di dirigere le molecole di micro costruzione e così il bug era passato inosservato. Fino ad ora.

Henry non disse niente. Piegò la testa e lasciò che il dolore scivolasse sopra di lui, dentro di lui, come la marea. Nell, morta sulla luna morta. Nell.

Honner attese per un minuto rispettoso. Henry era vagamente cosciente che non aveva chiuso.

"Mr Colterman?" disse. "Mr Colterman, c'è dell'altro."

Gli occhi di Henry iniziavano a riempirsi di lacrime, ma non stava ancora piangendo. Piccolo ritardo nella trasmissione. Trecento ottantaquattro mila chilometri. Non ancora. Neppure il dolore è più veloce della luce. "Che c'è?" chiese. "Che altro volete?"

"Vostra moglie ha lasciato qualcosa. Qualcosa per voi. Si trova sul bordo di un cratere fuori mano, alcuni chilometri dalla colonia."

Qualcosa? Henry non riusciva a pensare. "Di che si tratta?"

"Non ne siamo proprio sicuri. Pensavamo che, forse, avrebbe potuto dircelo lei."

"Sì?"

Honner ora appariva molto più a disagio, insicura di sé, e non abituata a sentirsi tale.

"Dovete venire, Mr. Colterman. Non si tratta di qualcosa che anche la piena virtualità riesce veramente ad... abbracciare. Inoltre non siamo proprio sicuri sul che cosa fare di questa cosa..."

"No."

"Mr. Colterman, signore, con rispetto, io..."

"Ma non vede che non posso? Non ora! Non c'è niente..." La sua voce si spezzò in un singhiozzo. Non gli importava. Stava piangendo.

"Mr. Colterman, mi spiace. Mr. Colterman, Nell mi aveva detto che desiderava che venisse a vederla. Disse che era l'unico modo per lei per farle visitare la luna."

"Le ha detto questo?"

"Eravamo amiche."

"Vuole che venga sulla luna."

"Mi spiace molto. Mr. Colterman. Se c'è qualcosa che possiamo fare..."

"Nell vuole che venga sulla luna."

Passò gran parte del volo verso Stevenson Station a fissare intorpidito la Terra, e gran parte del trasporto lunare a lavorare nella riscrittura di una poesia. La chiamò "Il grande Vuoto" ed era terminata per il momento in cui il trasporto atterrò.

Honner lo aspettava sul molo e assieme presero una slitta per il cratere dove Nell aveva lasciato... qualsiasi cosa fosse ciò che era rimasto. Henry osservava la polvere grigio-nera che scorreva sotto la slitta e pensava, questa è Nell. Ora questa polvere ha un nome.

Quando giunsero al cratere sulle prime Henry non capì cosa stesse guardando. Honner suggerì di sbarcare ed entrambi indossarono le tute sottili come pelle che Henry aveva visto nei virtuali e che non aveva mai creduto rappresentassero una vera protezione. Apparentemente lo erano. Camminò fino al bordo del cratere fino ad un segnalatore che lampeggiava debolmente contro il cielo nero. Il segnalatore era collegato ad una pietra verdognola con un lato che era stato levigato. Sul lato c'era la semplice iscrizione

Per Henry

Fissò lo sguardo oltre, sopra il cratere, all'interno delle sue asperità e dei suoi declivi, cercando di discernere...

"Non è proprio un cratere," disse Honner. La sua voce sembrava troppo forte per la distanza in cui lei si trovava e ad Henry ci volle un momento per realizzare che il suo casco aveva una qualche specie di trasmettitore sofisticato. Naturalmente non c'era aria.

"Che vuole dire?"

"Abbiamo incominciato a ricercare i suoi appunti, ma fino ad ora non abbiamo trovato nessuna spiegazione. Nell... ha fatto crescere tutto questo, per quanto possiamo dire."

"Crescere?"

"Per modo di dire. Qui non c'era alcun cratere prima. Inoltre, cambia. Non pensiamo che stia diventando più grande, ma abbiamo le nostre preoccupazioni. Come dovreste sapere la micro istantaneità pone alcuni rischi..." Sembrava che Honner avesse terminato ogni maniera diplomatica per esprime le sue incredulità. Si pose accanto ad Henry sul bordo del cratere. "Sembra che sia alimentato dalla luce della Terra, se riuscite a credere a una cosa del genere..."

Nell l'aveva fatto crescere. Le parole risuonavano nella mente di Henry. E poi lo vide per quello che era. Suddivisioni e file. Le ondulazioni del mais e del frumento, l'intrico dei pomodori, l'ironia a ciuffi delle erbacce, qua e là. Non una copia e neppure un'imitazione.

In quanto era fatto con le rocce e la polvere della luna, abitate da micro macchinari da costruzione e animate dagli algoritmi di Nell. La visione di Nell. Una espressione. Una evocazione. Naturalmente, naturalmente. Vita sulla luna.

"E' un giardino."

"Cosa. Io non ce lo vedo."

"E' una scultura. No. E' un giardino. Penso che ci si aspetti che la gente ci vada dentro."

"Ancora non vedo..."

L'arte è il simbolo della vita e della realizzazione della vita che simbolizza, Nell aveva detto. Non si trattava di un vero giardino, non più di quanto il quadro di un pomodoro possa essere un pomodoro vero. Ma era il modo in cui si sentono i giardini. E se qualcuno sa come si sentono i giardini, come sia giacere tra i pomodori, quelli siamo io e Nell, pensò Henry. Oh, sì, un giardino.

Henry toccò le lettere incise sulla pietra verde. "Sì, credo sia bello, Nell." disse.
 

Vita sulla luna di Henry Colterman

Dopo essermi avventurato nel Grande Vuoto,
un movimento più piccolo tra le stelle dure e veloci, 
dopo essermi avventurato sulla luna e nella polvere della luna
e in quei saloni di ceramica levigata, quegli spazi lustri e benigni,
e sulla superficie evaporata,
la vuota distesa e le crepe minerali,
non riesco a ritrovarti.
Ti sei spostata.
Eppure sei ancora là.
Sei nella valenza tra gli spazi.
Non posso baciare il ricadere dei tuoi capelli, non posso giacere
accanto a te nel silenzio,

Non ancora

Te ne stai lassù, muta e luminosa.
Nasci dolce dal materiale sedimentato,
il cristallo e la pietra, come un dormiente
che sta per svegliarsi per tornare ai sogni
della luna, sottile come labbra,
e poi duro e caldo come respiro.
Sorgi e tramonti.

Nell, per amore,
hai dato alla luna le stagioni.

© Tony Daniel, tit. orig. Life on the moon, apparso originalmante in Asimov's 1996 
ha vinto il premio conferito dai lettori della rivista come miglior racconto dell'anno
ha ottenuto la candidatura al premio Hugo
ristampato in The Robot's Twilight Companion
on line in infinity plus
traduzione italiana Cecchi Susanna

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