Catherine
Breillat lo ricorda in Parfait amour!, spesso basta poco per fare
un grande film: un uomo, una donna, le dense ore del loro malessere. A
David Cronenberg non è mai bastato questo, per la verità.
Più di una volta si è compiaciuto di introdurre un terzo
termine, un terzo termine comunque strano, né l‘uno né l’altro
a tutti gli effetti, piuttosto un deviante di per se, un due che è
anche un uno, vedi i gemelli di Inseparabili o l’uomo-donna di M.Butterfly.
Crash innova la materia poiché il termine in più è
a volte un oggetto inanimato, ma in fondo è comunque la stessa cosa.
Inanimata forse l’automobile, ma caricata dai contemporanei di tanti significati,
investita di tanti desideri, gravata da tante pulsioni più o meno
coscienti che non si giurerebbe, in fin dei conti, che non sia un po’ umana.
Questa antropomorfizzazione dell’automobile si accompagna in senso inverso
a una evoluzione tecnologica, meccanica, artificiale dell’uomo; mutazione
che non è la cifra significativa di Crash, ma che non risulta per
questo meno impressionante, al punto di risaltare davanti alla figura (da
qui senza dubbio le grida di procellaria sentite a Cannes), perché
ricorre all’immaginario medico più traumatizzante: punti di sutura,
protesi, apparecchi di contenimento per sostenere piaghe che non possono
arrestarsi da sole... Metamorfosi inversa dunque, evoluzione non-parallela
avrebbe detto Deleuze, doppia cattura, nozze contro natura dell’umano e
della macchina a partire dalle quali il film traccia un divenire proprio,
originale e folgorante. Un uomo, una donna, un’automobile ed ecco un grandissimo
film, una forte esperienza di cinema per lo spettatore, un tuffo in un
universo radicale e nuovo.
Un uomo, una donna, un’automobile, non
importa quali una volta provveduto che vi sia un triangolo. Talvolta l’uomo
cambia, o la donna; talvolta a stare insieme sono due uomini, talvolta
due donne. L’importante non è né il sesso né l’identità
ma il momento in cui gli esseri si incontrano, s’incuneano l’uno nell’altro,
si contorcono. Tutto comincia quando l’automobile di James Ballard (James
Spader) urta violentemente quella della dottoressa Helen Remington (Holly
Hunter), il cui marito rimane ucciso sul colpo. I due sopravvissuti si
osservano inebetiti attraverso i parabrezza scoppiati, quando all’improvviso
Helen slaccia la blusa lasciando apparire il seno. Bella e audace metafora
dello stupore erotico, di questo istante originale in cui il sesso ci scava
con insaziabile appetito. Crash in seguito riproporrà senza fine
questa scena primitiva, secondo combinazioni differenti, per raggiungere
la stessa emozione. Crash è dunque un film costruito sulla ripetizione,
ma una ripetizione non drammatica, non progressiva, seriale (come si dice
della musica seriale). Non c’è accelerazione né urgenza né
sgomento, né posta in gioco che si rivelerà improvvisa. C’è
sempre il medesimo ritmo, sempre questa stessa lentezza, francamente benvenuta
in un film che avrebbe potuto facilmente lasciarsi inebriare dalla velocità.
Semplicemente la gente fa l’amore, e ancora l’amore, a bordo di vetture
più o meno accidentate. E’ solo l’intensità che cambia (certe
scene sono più hot di altre), ma non più degli incidenti,
l’atto erotico non dà luogo a scene convulse, con gemiti grotteschi
e visi risibilmente congelati nel godimento. Bisogna dire che l’atto è
raramente un accesso, piuttosto un differimento a più tardi, vanamente
sperato. “Maybe the next one, baby” dice James Ballard a sua moglie
Catherine (Deborah Unger) nella prima e nell’ultima scena, forse la prossima
volta, quando avremo infine conseguito l‘esperienza che il tempo del film
non è stato sufficiente a darci (di nuovo un gioioso rifiuto della
drammaturgia: non si impara davvero nulla, il film non è una lezione
di cose). Lo spettatore può sempre sperare che il piacere arriverà
un giorno, perché in Crash c’è anche un personaggio che è
lì per dire che non è totalmente fuori portata, che Cronenberg
non ce la mena con la metafisica dell’abisso, dell’uomo ontologicamente
irriconciliabile con il suo desiderio etc. Questo personaggio si chiama
Vaughan (Elias Koteas), fotografo medico di mestiere. La sua vita è
stata un lungo lavoro per portare al punto di perfezione la simbiosi tra
automobile e sessualità, e c’è riuscito. Cronenberg ha saputo
impadronirsi in modo eccellente, meglio di Atom Egoyan in The Adjuster
dove Koteas era già utilizzato come rivelatore del desiderio, di
ciò che il suo fisico virile e massiccio veicola di profondamente
sensuale, torbido, eccitante, particolarità di cui l’attore (va
da sé ma meglio precisarlo) è affatto cosciente e genialmente
padrone. E’ sufficiente vedere la scena in cui Vaughan, sguardo lubrico,
annusa animalescamente James Ballard per convincersene. Vaughan è
dunque un essere necessariamente sessuato, ma mai si lascia andare alle
proprie pulsioni come a un flusso debordante, incomprimibile, incontrollabile.
Imperioso, resta padrone del gioco e dei propri desideri.
Il rifiuto di imbarcarsi in un convulso
filmare la sessualità è in profondo accordo con il progetto
estetico di Crash. Progetto paradossale se mai ce n’è stato uno:
filmare ciò che accade alla pelle lacerata o carezzata, alla carne
martirizzata o eccitata, alle viscere penetrate da un sesso o dalla lamiera
ammaccata, e mantenendosi a un’obiettività fredda, neutra, bianca,
a una pura esteriorità. Il fuoco sotto il ghiaccio, deve essere
qualcosa di molto simile a questo: le emozioni della carne divinate ma
tenute a distanza da un indietreggiare che vi impedisce di percepirle pienamente,
in modo che l’eccitazione — reale — che si prova non si trasforma mai in
pura monotonia sessuale. Il turbamento è più ampio, più
generale, più assoluto, disarmante. Cinema disarmante di dolcezza
si potrebbe dire, se la dolcezza consiste nel filmare il mondo (anche il
brutto) senza effrazione, con una cinepresa carezzante che sfiora le piaghe,
le cicatrici come se fosse la pelle più bella; se la dolcezza è
questa maniera serena, tranquilla, appagata di ricevere il mondo. Dolcezza
disarmante dunque, che infine svuota a forza di essere mantenuta instancabilmente
sequenza dopo sequenza, e infine ipnotica per l’accompagnamento dalla bellissima
musica, fredda e insistente, di Howard Shore. Questo è Crash: un
film che sacrifica la narrazione alla sensazione e vi circonda di una atmosfera
ovattata, calma, voluttuosa e giubilatoria, perché Crash è
anche un film in cui si ride abbastanza, se si è in grado di lasciarsi
andare al leggero distacco che reclama. Scena d’umore malizioso, per esempio,
quella in cui Gabrielle (Rosanna Arquette), le gambe serrate in imbracature
di cuoio e d’acciaio prova una Mercedes come se provasse un vestito (come
entrare costi quel che costi in una automobile troppo piccola?) e ne approfitta
per stuzzicare oltraggiosamente il venditore, aprendo le gambe e facendo
scricchiolare il cuoio. Bisogna rendere grazie agli attori, a James Spader
soprattutto, per sapere essere sulla lunghezza d’onda di questo progetto
e per riuscire in questo gioco ritroso, interiore, minimale, tutto appiattito,
che allontana gli spettri della psicologia e quelli del voyeurismo fino
a offrire una superficie liscia, senza asperità. Per il resto Cronenberg
rifugge il naturalismo e non mostra mai un gran che del coito propriamente
detto. La più bella scena di sesso è una scena di evocazione:
non si vede nulla che non si sia già visto in numerosi film (una
coppia etero che fa l’amore) ma si sente Catherine (con una voce piuttosto
straordinaria, metallica e felina) che descrive con precisione a James
la prossima sodomia alla quale si dedicherà su Vaughan. Questa mancanza
di visione fa impressione perché obbliga a vedere e dire cose altre
dal puro atto sessuale.
Dire che il piacere non esiste che per
mezzo del dolore, della sofferenza, del pericolo, della marchiatura dei
corpi (il tatuaggio di James, per esempio, come assunzione del suo desiderio
omosessuale) e di confronto con la morte. L’intelligenza di Cronenberg
consiste nel non accontentarsi di un semplice sadomasochismo che unirebbe
in modo troppo evidente eros e thanathos. Certo, Catherine esce venata
di lividi da un rapporto con Vaughan, e certo la relazione James-Vaughan
è improntata ad una violenza latente e giunge a termine in una brutale
sodomia metaforica di James a colpi di automobile, ma il cineasta mostra
soprattutto un’altra cosa: come la gente si arrangi per fare l’amore in
automobile, quali posture adotta, quali acrobazie è obbligata a
fare, quali torture deve imporre al proprio corpo. Da questo punto di vista
il personaggio di Gabrielle è emblematico: le gambe inguainate in
strani apparecchi, una cicatrice sulla gamba simile a un gigantesco e palpitante
sesso femminile, ognuna delle sue prestazioni sessuali è un crudo
gioco di torsioni, distorsioni, contorsioni, un calvario fisico, un’esperienza
terribile della flessibilità umana da parte di un corpo già
mutante.
Questa dimensione erotica totalmente affascinante
non deve fare dimenticare che Crash porta in sé un altro discorso.
L’automobile, luogo in cui l’umano si ibrida, diviene traccia dell’estremo
contemporaneo e spazio del mito. Non può dunque non interessare
Cronenberg, artista assolutamente moderno che ha previsto, compreso e integrato
nel suo cinema tutte le tecnologie attuali attraverso l’impatto smisurato
che possono avere sull’immaginario. In questo (e in questo solamente) è
abbastanza vicino a Atom Egoyan, altro regista clinico di Toronto, ugualmente
frequentatore di un sesso freddo e una tecnologia invadente, come se questa
città settentrionale senza passato e quasi senza presente fosse
il luogo sognato per assistere all’arrivo del futuro e anticiparne il peggio.
C’era già un film sull’automobile (senza dubbio il solo), Week-end,
ma Godard non ha affatto trattato lo stesso discorso di Cronenberg. Week-end
ricordava piuttosto un Andy Warhol mitizzato in una serie di serigrafie
celebri, gli incidenti della strada come morte di massa, polo negativo
della società dei consumi, morte pop. Vaughan (probabile alter ego
del regista perché è quello che mette tutto in scena) lavora
a de-realizzare l’automobile, a proiettarla nello spazio fantasma, a conferirle
un’aureola eroica ricostruendo incidenti celebri in teatri clandestini
all’aria aperta. In una lunga, minuziosa e splendida sequenza blu notte
si vedono i personaggi recitare realmente l’incidente di James Dean, presentare
le automobili e i protagonisti del dramma, riprodurre lo choc, uscirne,
come se la forza dell’automobile fosse quella di instaurare uno spazio
immaginario in cui il desiderio possa non incontrare mai il principio di
realtà. D’altronde la polizia può anche arrivare sul luogo
e cercare di intervenire, ma la sua azione resta vana perché di
fatto non circola nello stesso spazio degli spettatori del teatro snuff.
Si ritrova un tema classico del regista canadese: l’individuo in preda
a una volontà di potenza, a una pulsione demiurgica intensa, cerca
di dominare a sufficienza il reale per poterlo modellare a suo piacere.
E’ quello che volevano i gemelli di Inseparabili o Monsieur Butterfly.
E’ ciò che vuole Vaughan attorniato di discepoli, che si crede una
specie di forza dionisiaca dalla natura. Accade a Vaughan ciò che
era accaduto agli altri: a un certo punto è obbligato, il desiderio
lo fa impazzire, la coscienza si oscura, la realtà fa ritorno ed
è la fine. Crash, di per sé, dura un po’ più di Vaughan,
per chiudersi su una scena splendida fra James e Catherine, ancora una.