| I Gulliver's
Travels sono stati descritti come un libro 'fondante', parametro e
punto di partenza di vari generi: l'utopia satirica, l'utopia negativa,
la fantascienza, e anche il romance americano, e il romanzo tout
court.
L'eredità swiftiana è
ricchissima, e variamente articolata, e presente come modello, assunto
in modo consapevole o inconsapevole, a una fitta serie di livelli.
Evidentemente, la più profonda
lezione swiftiana non è quella contenutistica. Le isole volanti
e le "macchine per scrivere" fanno trasalire chi ha goduto le successive
astronavi e i vari computers degradati, dalla writing machine per
scrivere romanzi su cui, con chiave inglese e mani sporche di grasso, traffica
la Julia di Orwell, ai robot-autori di Fritz Leiber; queste macchine, però,
hanno antecedenti analoghi, anche se descritti con minore credibilità
e convinzione mimetica, nei viaggi di Cyrano o magari nelle avventure di
Münchausen. Quello che è più interessante notare, qui,
sono alcune movenze, alcune cifre stilistiche, che fondano un genere e
si ritrovano più o meno traslate nelle opere successive.
1.
È ormai assimilata, nella critica
swiftiana [1], la definizione di Gulliver come narratore non reliable,
che non coincide con l'autore; personaggio fornito di una precisa biografia
e anche personalità, ma indotto a ogni deroga e variante che lo
pieghi alle necessità dialettiche ed espressive della sua avventura
(per fini ironici non suoi); sprovvisto della coerenza psicologica a cui
ci ha abituato il novel dell'800 (e dell'incoerenza oscillante fra
le varie modalità dell'essere, mimetica dell'instabilità
della persona reale, a cui tende il romanzo del 900); funzione camaleontica
che assume i colori dell'ambiente circostante, maschera ora irridente ora
irrisa, persona narrativa prevalentemente strumentale (con un'eccezione
che, preparata sottotono dalle prime pagine, esplode, come vedremo, in
Houyhnhnmland). L'atteggiamento di interpretazione della realtà
'condotto' dal narratore Gulliver è ben diverso da quello del protagonista
del novel successivo, sette-ottocentesco. Il commento 'ragionevole',
to be shared col lettore, momento di 'meditazione morale' sugli
avvenimenti, è proposto più o meno seriamente da autori come
Dickens, come la Eliot o anche come Fielding, nella certezza di una complicità
etica e gnoseologica col lettore.
In Swift la comunicazione è
evidentemente veicolata da una distorsione ironica: che nasce spesso dall'assenza
di commento, dalla pura giustapposizione di segmenti logici contrastanti,
illuminati dall'accostamento. (Una procedura in qualche modo analoga a
quella dei cataloghi, in cui l'equivalenza sintattica accomuna e costringe
insieme elementi dì solito incompatibili, ribadendone la sostanziale
identità: notissimo il catalogo delle cose introvabili in Houyhnhnmland:
Here were no gibers, censurers,
backbiters, pickpockets, highwaymen, housebreakers, attorneys, bawds,
buffoons, gamesters, politicians, wits, splenetics, tedious
talkers, controvertists, ravishers, murderers, robbers, virtuosos; (...)
no scoundrels, raised from the dust upon the merit of their vices, or nobility
thrown into it on account of their virtues: no Lords, fiddlers, Judges
or dancing-masters [2]
O anche, più oltre:
I am not in the least provoked
at the sight of a lawyer, a pickpocket, a colonel, a fool, a lord, a gamester,
a politician, a whoremonger, a physician, an evidence, a suborner, an attorney,
a traitor, or the like [3] ...)
Quando il commento esiste, l'ironia nasce
dalla sua inadeguatezza: si finge la stessa intimità (che sarà
dickensiana ecc.), la stessa affinità fiduciosa e confidente col
lettore, ma l'intervento è sempre fuorviante. Ecco il commento
di Gulliver (rivolto al "lettore inglese") che segue il rifiuto della polvere
da sparo da parte del sovrano di Brobdingnagg:
A strange effect of narrow
principles and short views! that a Prince possessed of every
quality which procures veneration, love, and esteem; of strong parts, great
wisdom and profound learning, endued with admirable talents for government,
and almost adored by his subjects, should from a nice unnecessary scruple,
whereof in Europe we can have no conception, let slip an opportunity
put into his hands, that would have made him absolute master of the lives,
the liberties, and the fortunes of his people [4].
O anche, dopo aver descritto con termini
elogiativi "a most ingenious Architect, one illustrious Person, a most
ingenious Doctor" gli inventori dell'Accademia di Lagado, ecco il commento
sugli innovatori politici:
In the school of political
projectors I was but ill entertained, the professors appearing in my judgment
wholly out of their senses, which is a scene that nevers fails to make
me melancholy, These unhappy people were proposing schemes for persuading
monarchs to choose favourites upon the score of their wisdom, capacity
and virtue; of teaching ministers to consult the public good; of rewarding
merit, great abilities and eminent services; (...) with many other wild
impossible chimeras, that never entered before into the heart of man to
conceive [5]
Su questa linea si muovono anche i coinvolgimenti
diretti al gentle reader [6], che viene chiamato a dar testimonianza
in due casi: futilmente, a giustificare il comportamento fisiologico del
"bashful" Gulliver su come non potesse fare a meno di depositare i suoi
escrementi - mostruosi, per la valutazione lillipuziana - all'interno del
tempio sconsacrato che gli faceva da casa di come - il gentle reader
potrà immaginare il suo imbarazzo - sia stato necessario richiamare
l'attenzione della cortese ospite brobdingnagghiana su questo problema;
peraltro, sottolinea Gulliver, queste cose appariranno trascurabili alla
"grovelling vulgar mind", ma il filosofo potrà servirsene:
to enlarge his thoughts and
imaginations, and apply them to the benefit of publick as well as private
life [7].
altrove il lettore viene coinvolto in
perorazioni complici sul comune amor patrio e consapevolezza della necessità
di esaltare l'amata Inghilterra presentandola agli stranieri:
Imagine with thyself, courteous
reader, how often I then wished for the tongue of Demosthenes or Cicero,
that might have enabled me to celebrate the praises of my own dear native
country in a style equal to its merits and felicity [8].
E dopo aver provocato il giudizio feroce
del re di Brobdingnagg sull'Inghilterra:
I am heartily sorry as any
of my readers can possibly be, that such an occasion was given: but this
Prince happened to be so curious and inquisitive upon every particular,
that it could not consist either with gratitude or good manners to refuse
giving him what satisfaction I was able. Yes thus much I may be allowed
to say in my own vindication, that I artfully eluded many of his questions,
and gave to every point a more favourable turn (...) than the strictness
of truth would allow [9].
2.
Tralucono già, in queste citazioni,
alcune delle forme ironiche in atto nell'interazione fra viaggiatore/personaggio
narrante (per tradizione portatore del punto di vista noto e di un'ipotesi
di immedesimazione) e i 'diversi', gli abitanti dei Mondi Nuovi.
E' chiaro che la presentazione del
diverso, dell'estraneo, diciamo pure tout court dell'alieno - in
rapporto col noto - è in sé un procedimento straniante
privilegiato [10]. Vale la pena di enucleare alcune delle forme che
assume:
2.1.
Gulliver, il Normale, contempla
'da fuori', da un punto di vista effettivamente coincidente con quello
del Lettore implicito, il mondo 'estraneo' in cui si trova. Esempio:
i Lillipuziani non si limitano a punire i rei, ma premiano i cittadini
meritevoli col titolo di Snilpall, ovverosia "Legale":
The image of Justice, in their
courts of judicature, is formed [...] with a bag of gold open in her right
hand, and a sword sheathed in her left, to show she is more disposed to
reward than to punish [11].
Questo è un procedimento di confronto
lineare col nostro mondo, tipico di molte presentazioni utopiche. Il
lettore può assumere le affermazioni 'at face value', e decidere
che le curiose usanze dei Lillipuziani (o degli Utopiani di More che si
vedono nudi prima del ma-rimonio, o dei bostoniani del 2000 di Bellamy
che smettono di lavorare a quarantacinque anni) sono migliori di quelle
in vigore nel suo paese.
2.2.
Le usanze degli alieni sono costruite
dall'autore secondo un processo allegorico [12]:
2.2.1.
attraverso la parodizzazione: vedi
la controversia delle uova, fra gli ortodossi Big-Endians e gli scismatici
avversari che, per mangiare le uova, si ostinano a romperle dalla parte
piccola; o la divisione partitica fra Tacchi alti e Tacchi bassi, con l'icastica
rappresentazione del compromesso del principe, che è costretto a
zoppicare dalla diversa altezza delle sue calzature (e questa è
già una raffigurazione concreta di un atteggiamento mentale);
2.2.2.
attraverso il procedimento di letteralizzazione
[13]: i 'funambolismi' dei ministri inglesi hanno traduzione
concreta a Lilliput, dove gli uffici pubblici sono assegnati a seconda
della capacità di camminare sul filo, e le onorificenze attribuite
a chi sa destreggiarsi a dovere saltando il bastoncino manovrato ora dal
re ora dal Primo Ministro.
La letteralizzazione della metafora
è una device che varrebbe la pena di esaminare più
ampiamente, anche perché ha spesso fornito il pattern di
elaborazione di mondi costruiti per discutere, descrivere, analizzare straniando,
le storture del nostro. Molta social science-fiction, ad esempio,
ha modellato secondo questo procedimento i suoi universi: in Solar Lottery
(1955), la casualità atomistica delle azioni umane è
rappresentata da Dick con l'esistenza concreta dell'Urna, per cui le maggiori
cariche del pianeta sono assegnate per estrazione a sorte; in "The Tunnel
Under the World" (1955) di Pohl l'impotenza del 'piccolo uomo' schiacciato
dalle forze del capitale è tradotta nella sua effettiva piccolezza
e debolezza, nel suo vivere confinato sul piano di un tavolo; in The
Space Merchants (1953) di Pohl-Kornbluth e Hell's Pavement (1955)
di Knight, il peso del monopolio economico rispetto al potere politico
è esplicitato, e le ditte assumono dignità politica o addirittura
religiosa; ancora in Dick, la percezione degli uomini come "hollow men"
eliotiani li trasforma spesso in simulacri letteralmente vuoti, 'scenografia
umana' di attori inconsapevoli o uomini-robot, segnaposti menzogneri che
si ingannano e ingannano; e infine - ma l'elenco potrebbe certo continuare
- il malessere esistenziale dell'uomo sottoposto al mutamento continuo
del mondo che lo circonda si traduce, in Easy Travels to Other Planets
(1981) di Ted Mooney, in una concreta e fisica "information sickness"
[14]
2.3.
Gulliver, con il suo carico
di oggetti, caratteristiche e dati storici noti, è contemplato
'da fuori' dagli alieni, che assumono in questo caso la funzione di
ingénus. Lo straniamento ha anche qui varie modalità,
e funzioni polivalenti:
2.3.1.
la visione 'vergine', non polemica,
senza altro scopo che la presentazione divertita e sorprendente di
un oggetto noto. Vedi ad esempio in Houyhnhnmland (dove i Cavalli
saggi evidentemente non usano vestirsi) lo spavento del cavallino sauro
che sorprendendo Gulliver addormentato e seminudo corre dal suo padrone
a dirgli che lo yahoo è "una cosa quando dorme e un'altra quand'è
sveglio"; o anche, a Lilliput, l'inventario delle cose trovate nelle tasche
dell'Uomo-Montagna, in particolare l'orologio, oggetto favoloso e incomprensibile:
Out of the right fob hung
a great silver chain, with a wonderful kind of engine at the bottom (...)
which appeared to be a globe, half silver, and half of some transparent
metal: for on the trasparent side we saw certain strange figures circularly
drawn, and thought we could touch them, till we found our fingers stopped
with that lucid substance. He put this engine to our ears, which made an
incessant noise like that of a watermill. And we conjecture it is either
some unknown animal, or the god that he worships: but we are more inclined
to the latter opinion, because he assured us (if we understood him right,
for he expressed himself very imperfectly), that ho seldom did anything
without consulting it. He called it his oracle, and said it pointed out
the time for every action of his life [15].
In casi come questi, il godimento che
si propone al lettore è di due tipi: la descrizione "dall'esterno"
pone "al di fuori delle associazioni consuete" il troppo noto
oggetto descritto (non l'orologio, ovviamente, ma ad esempio il fatto che
gli uomini siano animali che regolano la propria vita sul tempo); rispetto
all'ottundimento della percezione provocato dall'abitudine, il dato sottoposto
a indagine viene rivivificato, percepito in una nuova verginità
di visione. È, nel discorso sullo straniamento di Sklowskij, l'esempio
della betulla tolstoiana: che non è nominata, ma vista da fuori,
come "da una persona che non sappia il nome dell'albero, o si stupisca
d'un fatto insolito", della sua sorprendente apparenza [16].
Oltre a questa percezione quasi epifanica,
l'ipotesi swiftiana prevede che il lettore possa gustare anche il processo
stesso della presentazione di una logica diversa: l'alieno, cioè,
dà occasione di godere come momento sorprendente non solo il
risultato, ma anche il processo dello straniamento: 'le cose si possono
vedere anche così' in un'ottica diversa.
2.3.2.
In altri casi, quest'ottica viene usata
da Swift a fini polemici, e lo straniamento assume funzione di giudizio
rispetto al dato preso in esame: per citare ancora Sklowskij, è
il caso del racconto tolstoiano "Cholstomer", in cui i concetti umani di
proprietà ricchezza eccetera vengono giudicati straniandoli attraverso
l'ottica di un cavallo, della sua percezione del nostro mondo; o, sempre
in Tolstoij, la disumanità della "fustigazione" è rivelata
della rappresentazione analitica dell'atto, che non viene nominato ma descritto:
"denudare, gettare al suolo e battere con le verghe sulla schiena chi ha
infranto la legge"; "scudisciare sulle natiche denudate" [17].
Questi procedimenti sono l'inverso
di quelli esaminati da Orwell in Politics and the English Language,
in cui gli eufemismi, gli "exhausted idioms", "anestetizzano una parte
del cervello" e consentono di "nominare le cose senza evocare le immagini
mentali": per cui:
Defenceless villages are bombarded
from the air, the inhabitants driven out into the countryside, the cattle
machine-gunned, the huts set on fire with incendiary bullets: this is called
pacification. Millions of peasants are robbed of their farms and
sent trudging along the roads with no more than they can carry: this is
called transfer of population or rectification of frontiers.
People are imprisoned for years without trial, or shot in the back
of the neck or sent to die of scurvy in Arctic lumber camps: this is called
elimination of unreliable elements [18],
Lo straniamento evoca, vivida, l'immagine
della cosa che è colpevole accettare: cancella la patina nota della
normalità, e descrive impietosamente, al di là del velo dell'abitudine
che le rende tollerabili perché usuali, le mostruosità del
nostro mondo.
Così Gulliver descrive anodino,
appunto non eufemisticamente, gli effetti e le cause della guerra:
Being no stranger to the art
of war, I gave him a description of cannons, culverins, muskets, carabines,
pistols, bullets (...); dying groans, limbs flying in the air (...) And
to set forth the valour of my own dear countrymen, I assured him, that
I had seen them blow up a hundred enemies at once in a siege (...) and
beheld the dead bodies drop down in pieces from the clouds, to the great
diversion of all the spectators [19],
Sometimes one prince quarrelleth with
another, for fear the other should quarrel with him. Sometimes a war is
entered upon, because the enemy is too strong, and sometimes because
he is too weak.(...) If a prince send forces into a nation
where the people are poor and ignorant, he may lawfully put half of them
to death, and make slaves of the rest, in order to civilize and reduce
them from their barbarous way of living. It is a very kingly, honourable,
and frequent practice, when one prince desires the assistance of another
(...), that the assistant, when he hath driven out the invader, should
seize on the dominions himself, and kill, imprison or banish the prince
he came to relieve [20],
Il caso di Gulliver è in realtà
molto complesso.
Il procedimento swiftiano di partenza
è del tutto analogo a quello delle varie Lettres persanes (Montesquieu,
1721), Lettres peruviennes (Graffigny, 1746), descrizioni della
vita di un Indiano in Europa (Voltaire, L'ingénu,1767), di
un cinese a Londra (Goldsmith, The Citizen of the World, 1762) o
di un marziano sulla Terra (ad esempio Stranger in a Strange Land di
Heinlein, 1961): in quanto è del tutto equivalente, come modalità
e 'peso' della satira, che i costumi europei siano straniati attraverso
il punto di vista incontaminato di un ingénu cinese o marziano
che contempla la nostra società corrotta, o di una società
aliena di ingénus che giudicano un esponente per convenzione
'medio', 'tipico', come Gulliver. (Sappiamo fra l'altro che Swift aveva
in un primo momento progettato la visita in Inghilterra di un abitante
della Terra Australis Incognita, progetto probabilmente abbandonato e sostituito
con la device simmetrica perché Addison e Steele gli avevano
rubato l'idea, anche sciupandola, cosa che Swift denuncia con molto garbo [21].)
A complicare ed arricchire l'effetto
della satira, però Gulliver collabora col punto di vista alieno.
Il primo giudizio sulla sua piccolezza e meschinità (è
uno splacknuck, è uno yahoo) potrebbe essere contraddetto
dalle sue perorazioni; e invece naturalmente sono proprio queste che danno
adito ai giudizi più feroci degli estranei sulla razza umana: vedi
il parere del re di Brobdingnagg dopo i colloqui sull'Inghilterra:
I cannot but conclude the
bulk of your natives, to be the most pernicious race of little odious vermin
that Nature ever suffered to crawl upon the surface of the earth [22],
e, dopo la descrizione della guerra, quello
del padrone houyhnhnm, secondo cui gli uomini sarebbero dotati non
di ragione, ma
of some quality fitted to
increase (your) natural vices, as the reflection from a troubled stream
returns the image of an ill-shaped body, not only larger, but more
distorted [23].
giudizi che sono provocati, 'chiamati',
dall'impostazione che Gulliver dà al suo discorso. Già
nelle sue parole, cioè, è in atto una deformazione;
Gulliver pertiene contemporaneamente al carattere di esempio, campione,
specimen terrestre da un lato, e di ingénu giudicante
dall'altro: esemplare il catalogo che descrive le cause delle guerre religiose,
come anche la definizione del soldato:
Difference in opinions hath
cost many millions of lives: for instance, whether flesh be bread,
or bread be flesh; whether the juice of a certain berry
be blood or wine; whether whistling be a vice
or a virtue; whether it be better to kiss a post, or throw it into
the fire...
the trade of a soldier is held
the most honourable of all others: because a soldier is a Yahoo
hired to kill in cold blood as many of his own species, who have never
offended him, as possibly he can [24]:
in cui Gulliver fornisce i dati umani
già straniati, già privi di ogni giustificazione, all'incomprensione
prevista e obbligata dell'estraneo.
2.4.
C'è quindi già, nella
visione straniata che gli alieni swiftiani hanno del nostro mondo, l'embrione
della quarta movenza: quella in cui lo straniamento è il veicolo
della disperazione e della follia: quella in cui la personalità
funzionalmente labile di Gulliver viene usata come dicevamo, per una volta
(in Houyhnhnmland), ai fini di una 'corposità' narrativa
del personaggio [25]. Gulliver vien fatto oscillare, rispetto ai
Nuovi Mondi visitati, fra due poli. Il primo, eroicomico, è una
sclerosi dei vecchi modi di comportamento, per cui pare non possa rendersi
conto della loro assurdità del nuovo contesto: difende l'onore della
nobile Lillipuziana affannandosi a chiamare a testimonianza il Cielo da
un lato e i servitori dall'altro di come non ci sia stato nulla fra loro;
si ostina a offrire piastre d'oro al gigante che "non si raccapezza" di
cosa siano; usa una terminologia che si ironizza da sola, nella buffa incongruità
con le cose che vuole descrivere: vedi ad esempio il "duello" coi due topi
brobdingnagghiani, che:
had the boldness to attack
me on both sides (...). He fell down at my feet, and the other, seeing
the fate of his comrade, made his escape, but not without one good wound
on the back, which I gave him as he fled [26]:
dove il tono, più che all'assalto
dei due bruti grotteschi, parrebbe adeguato alla descrizione di un duello
cavalleresco - fra moschettieri e guardie di Richelieu, diremmo noi - con
quell'"audacia" di attaccarlo in due, e poi la ferita ricevuta ignominiosamente
nella schiena.
L'altro atteggiamento in cui Gulliver
precipita alla fine di ogni viaggio, e che permetterà a Swift di
arrivare al culmine della visione straniante di un'altra alienità,
quella della follia, è quello prodotto dal suo camaleontismo: per
cui, identificandosi col paesaggio morale che lo circonda, Gulliver si
trova a coincidere coi diversi, con chi lo giudica, e ad accettare
la valutazione del mondo - inclusa la misura di lui - che hanno gli altri.
Dal suo ancora giocoso campanilismo
lillipuziano (per cui il vino "delle nostre parti" è migliore di
quello di Blefuscu) e dall'accettazione servile delle convenzioni sociali
di quel piccolo mondo, giungiamo a un'identificazione già pericolosa
nel paese dei Giganti: Gulliver si sdegna delle risate del re alla descrizione
della vita inglese, ma poi, al pensiero dei Pari e delle dame d'Inghilterra,
ride lui stesso; trova spregevole la sua piccolezza, se paragonata - allo
specchio - col grande corpo della regina; e via via, fino alla confusione
assoluta delle misure fisiche e non solo fisiche, quando alla fine del
viaggio teme di mettersi sotto i piedi i viandanti, chiede che la sua casetta
portatile venga sollevata con un dito da un marinaio e messa nella cabina
del capitano; trova ridicole e meschine, per la loro piccolezza, suppellettili
e persone: comportandosi come se la visita a Brobdingnagg avesse fatto
davvero di lui un gigante, inadatto a vivere fra i piccoli uomini.
Così, dopo l'intermezzo di nuovo
divertito di Lagado - dove Gulliver sostiene di essere stato anche lui
una sorta di inventore e partecipa, ammirando e consigliando, i projectors
balnibarbesi - in Houyhnhnmland Gulliver ha l'identificazione
totale e definitiva, che lo recide dal contatto coi suoi simili. L'immedesimazione
col punto di vista dei cavalli è qui un assoluto coincidere con
la norma di condanna dell'umano, con l'alterità rispetto a cui il
mostro è l'uomo.
Il quarto modello di straniamento
è perciò quello in cui il narratore, divenuto alieno
- ancora spaccato in due fra giudicante e giudicato, specimen terrestre
e ingénu, ma spencolantesi ormai con tutte le sue forze a
tentare l'identificazione assoluta con l'altro - vede il nostro mondo come
un ammasso di mostri che ispirano sgomento e disgusto, bestie intollerabili
e minacciose di cui si devono temere i denti e gli artigli [27].
Magistrali, gli scarti impercettibili
fra somiglianza ed estraneità di Gulliver nelle ultime pagine costringono
la nostra simpatia per rompere subito dopo la strategia dell'immedesimazione;
e il povero mostro cacciato dagli Houyhnhnms, che forse per la prima
volta compiangiamo immedesimandoci emotivamente
(in my weak and corrupt judgement,
I thought it might consist with Reason to have been less rigorous) [28]
diventa sottilmente estraneo subito dopo,
fornendoci da fuori la descrizione oggettiva - quasi cronachistica - delle
sue azioni: i tentativi di buttarsi in mare quando Pedro de Mendez lo 'salva',
la sopportazione del contatto umano, lo spavento al guardare la folla fuori
dalla finestra, e - dopo uno 'sfogo' sull'orrore di essersi accoppiato
con una femmina yahoo generando piccoli mostri - lo svenimento al
contatto con la moglie che lo abbraccia. "At the time I am writing" - registra
spassionatamente - it is five years since my last return to England: during
the first year I could not endure my wife or children in my presence, the
very smell of them was intolerable, much less could I suffer them to eat
in the same room. To this hour they dare not presume to touch my bread,
or drink out of the same cup, neither was I ever able to let one of them
take me by the hand [29].
Attraverso questa impassibilità,
Swift ci può fornire, sorprendente, il passaggio dalla nevrosi (il
disgusto per l'uomo) alla follia ("ho comprato due stalloni (...) e mi
trattengo a conversare con loro almeno quattr'ore tutti i giorni"), senza
l'avvertimento 'urlato' di un'emotività che si è ritratta.
3.
Lo straniamento che trasforma l'uomo
in estraneo, in mostro, è una movenza ricchissima di conseguenze
nella letteratura successiva.
Non intendiamo rintracciare le innumerevoli
variazioni sul tema swiftiano, dalle continuazioni spurie dei Travels
di cui Swift parla già nella prefazione del 1727, ai rovesciamenti
paradossali del potere di tante distopie, ai pianeti delle scimmie (Boulle,
Huxley [30]), fino alla Proposta (eco della Modesta Proposta)
di Nino Fi-lastò uscita in questi mesi.
Come esempio, 'sintomo', diciamo solo
che Gulliver è il primo di una serie di personaggi che si specchiano
e scoprono di essere mostri, dall'"Outsider" di Lovecraft (1926), che vede
letteralmente allo specchio l'orrenda cosa da cui tutti fuggono, al patetico
protagonista di "Impostor" (1953) di Dick, che riconosce troppo tardi nella
marionetta disarticolata accanto all'astronave il suo vecchio io umano,
scoprendo così di essere l'altro, il portatore di distruzione;
e non è un caso che la frase chiave che distrugge il mondo sia appunto
questo riconoscimento della sua inconsapevole menzogna esistenziale; diciamo
che "l'ottica del deforme" ad esempio di Grass, nel Tamburo di latta
[31], ha senz'altro un rapporto di filiazione indiretta col
'narratore estraneo' swiftiano; che la tecnica della descrizione oggettiva,
impassibile, di Gulliver tornato fra gli yahoo è ripresa
da Heinlein, ai fini di una pura efficacia avventurosa, per raccontare
il momento in cui il narratore di The Puppet Masters (1951) è
'posseduto' dagli alieni e diventa mostro e nemico dei suoi; e ricordiamo
un'altra città che appare come un ammasso di yahoo, dopo
il viaggio di apprendimento e scoperta di sé del narratore in una
terra sconosciuta:
I found myself back in the
sepulchral city resenting the sight of people hurrying through the streets
to filch a little money from each other, to devour their infamous cookery,
to gulp their unwholesome beer, to dream their insignificant and silly
dreams. They trespassed upon my thoughts. They were intruders whose knowledge
of life was to me an irritating pretence, because I felt so sure they could
not possibly know the things I knew. Their bearing, which was simply the
bearing of commonplace individuals going about their business in the assurance
of perfect safety, was offensive to me like the outrageous flauntings of
folly in the face of a danger it is unable to comprehend. I had no particular
desire to enlighten them, but I had some difficulty in restraining myself
from laughing in their faces, so full of stupid importance. I daresay I
was not very well at that time. I tottered about the streets - there were
various affairs to settle - grinning bitterly at perfectly respectable
persons.
È Heart of Darkness di Conrad.
Daniela Guardamagna,
Università "G. D'Annunzio", Pescara
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Note
1) La bibliografia critica swiftiana
è evidentemente amplissima. Rimando ad esempio alla bibliografia
della New Cambridge Bibliography of English Literature (vol. 2, pp. 1071-1091,
aggiornata al '69) e a quella annuale, aggiornata all'81, della MHRA. Fra
i testi più noti nella linea a cui accennavamo, cfr. William B.
Ewald, The Masks of Jonathan Swift, Cambridge (Mass.), Harvard University
Press, 1954, New York, Russeli & Russell, 1967; Kathieen Williams,
Jonathan Swift and the Age of Compromise, Lawrence, Kan., 1958;
John F. Ross, "The Final Comedy of Lemuel Gulliver", ora in Swfft. A
Collection of critical Essays, E. Tuveson ed., Prentice-Hall, Englewood
Cliffs, N.J., 1964. Cfr. anche J. Bullitt, Jonathan Swift and the Anatomy
of Satire: A Study of Satiric Technique, Cambridge (Mass.), Harvard
University Press, 1953; R. Quintana. The Mind and Art of Jonathan
Swift, New York, 1936, rep. 1953, e Swift: An Introduction, London
and New York, 1955; I. Ehrenpreis, soprattutto Swift: the man, his works,
and the age, Methuen, 2 voll., London 1962 e 1967; E. Tuveson (ed.),
Swift. A Collection of Critical Essays, cit.; B. Vickers (ed.),
The World of Jonathan Swift, Blackwell, Oxford 1968; D. Donoghue,
Jonathan Swift A Critical Introduction, Cambridge University Press,
1969.
Notazioni 'conclusive' sul dibattito
swiftiano sono nei fondamentali testi di critica del romanzo W.C. Booth,
The Rhetoric of Fiction, The University of Chicago Press, Chicago
& London, 1963 (prima ed. 1961), passim, in particolare le pp.
320-21 (bibliografia v. p. 551) - a cui fra l'altro devo l'ormai notissima
definizione "unreliable narrator"; e Scholes-Kellogg, The Nature
of Narrative, Oxford University Presa, New York 1981 prima ed. 1966),
passim, in particolare le pp. 113-116 (trad. it. La natura della
narrativa, Bologna, Il Mulino, 1970.)
Per la critica italiana, rimando all'esaurientissimo
testo di C. Pagetti, La fortuna critica di Swift in Italia, Bari,
Adriatica, 1971. Fra i testi usciti in seguito, ricordiamo A. Brilli, Swift
o dell'anatomia, Sansoni, Firenze 1974; O. Sertoli, "Ragione e corpo
nei primi tre viaggi di Gulliver", in La satira, a cura di A. Brilli,
Bari, Dedalo Libri, 1979; "Ragione e corpo nel quarto viaggio di Gulliver",
in La critica freudiana, a cura di F. Rella, Milano, Feltrinelli,
1977; "L'anatomia swiftiana", in Nuova Corrente, 67, 1975; P. Trigona,
Le metamorfosi dell'arcangelo Gionata, Roma, Bulzoni 1979, 2 voll.;
A. Graziano, Il linguaggio dell'ironia. Saggio sui Gulliver's Travels,
Roma, Bulzoni, 1982. Fondamentali per l'inquadramento del milieu
culturale settecentesco in cui i Travels si situano sono i due
saggi. di R.M. Colombo Lo Spectator e i Giornali Veneziani del '700,
Bari, 1966, e "La mercificazione del letterato e del suo prodotto:
saggio di costume e novel nell'Inghilterra del primo Settecento", in Studi
Inglesi, 3-4, Bari, Adriatica, 1976-77. Aspetti parziali di Swift sono
analizzati nei saggi di A. Brilli, "La visione di Pandora. Sulle poesie
escrementali di Swift", in AA.VV., La materialltà del testo poetico,
Verona, Bertoni 1977; F.Trigona, Swift La struttura narrativa della
Modesta Proposta, Quaderni ETS, Pisa 1983; V. Fortunati, La letteratura
utopica inglese. Morfologia e grammatica di un genere letterario, Ravenna,
Longo, 1979; D. Guardarnagna, Analisi dell'incubo. L'utopia negativa
da Swfft alla fantascienza, Roma, Bulzoni, 1980 (sul rapporto di Swift
con l'utopia e l'utopia negativa); e in vari saggi raccolti in Settecento
senza amore. Studi sulla narrativa inglese, a cura di R.M. Colombo,
Roma, Bulzoni 1983. Di R.M. Colombo è anche il saggio "Questi fantasmi:
Note sui Gulliver's Travels", in I piaceri dell'immaginazione.
Studi sul fantastico, a cura di Biancamaria Pisapia, Roma, Bulzoni
1984.
Le traduzioni più note dei Gulliver's
Travels sono quelle di Carlo Formichi, I viaggi di Gulliver, Milano,
Mondadori, 1933, ristampata con qualche modifica, testo a fronte e un'introduzione
di Masolino D'Amico nel 1982; di Ugo Dettore, Milano, Mondadori 1945, ristampata
nella BUR, Milano, Rizzoli, 1975; di Lidia Storoni Mazzolani, Torino, Einaudi
1945, con un'introduzione della stessa Storoni Mazzolani, ristampata nel
'63 con un saggio di Thackeray al posto dell'introduzione della traduttrice;
e quella di Attilio Brilli, Milano, Garzanti, 1975. {al_testo}
2) Esistono molte edizioni critiche
dei Travels, per cui rimando ancora alle bibliografie citate nella
nota [1]; le più facilmente reperibili sono in The Prose Works
of Jonathan Swift, Herbert Davis ed., Oxford 1937 segg. (ultima ristampa
1964), 14 voll., vol. XI; e l'edizione Penguin Books, Harmondsworth,
1967 e segg. Le citazioni nel testo sono tratte dall'edizione Penguin Books,
cit., 1975, qui p. 325. (Il corsivo è nostro){al_testo}
3) Ibidem, p. 345. Il corsivo
è nostro. Per una puntuale e acuta analisi dei cataloghi swiftiani,
cfr. A. Graziano, cit., cap. II; A. Brilli, Swift o dell'anatomia,
cit., pp. 138-140. Cfr. anche L.T. Mille, A Quantitative Approach
to the Style of Jonathan Swift, The Hague, Mouton, 1967. Per il catalogo
in genere ("enumerazione, nomenclatura") cfr. ad es. M. Bachtin, L'opera
di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Finaudi 1965, (ult. rist.
1979), soprattutto le pagg. 191-195, e O.C. Roscioni, La disarmonia
prestabilita. Studio su Gadda, Torino, Einaudi 1969, cap. Il.{al_testo}
4) J. Swift, Gulliver's Travels,
cit., p. 175.{al_testo}
5) ldem, p. 232.{al_testo}
6) Sul rapporto col lettore implicito,
convenzionale, cfr. ad es. J.B. McKee, Literary Irony and Literary Audience:
Studies in the Victimization of the Reader in Early English Fiction,
Amsterdam, Rodopi, 1974; C.J. Rawson, "Gulliver and the Gentle Reader",
in Imagined Worlds, M. Mack e J. Gregor eds., London, Methuen, 1968;
A. Graziano, cit. Sulla divergenza fra lettore convenzionale e lettore
reale, che gusterà le trappole e i "tradimenti" swiftiani, cfr.
ad es. A.E. Dyson, "Swift: The Metamorphosis of Irony", ora in The Crazy
Fabric, London and New York, Macmillan, 1965.{al_testo}
7) J. Swift, cit., p. 133.{al_testo}
8) Idem, p. 167.{al_testo}
9) Idem, p. 173.{al_testo}
10) O, per dirla con Suvin, un procedimento
di "effetto ontolitico": "un' oscillazione di ritorno che
muove ora dalla norma della realtà dell'autore e del presunto lettore
verso il novum (...) ora in direzione opposta da queste novità
verso la realtà dell'autore, in modo da rivelarla dalla nuova prospettiva
che è stata ottenuta" (Darko Suvin, "La fantascienza e il 'Novum'",
in AA.VV., La fantascienza e la critica, Milano, 1980).{al_testo}
11) J. Swift, cit., p. 95.{al_testo}
12) Cfr. ad es. Scholes-Kellogg, cit.,
pp. 86,105-117, 151-159.{al_testo}
13) Cfr. Maurice J. Quinian, "Swift's
Use of Literalization as a Rhetorical Device", in PMLA, 82, 1967,
pp. 516-21, e A. Graziano, cit., III.1., III.2.{al_testo}
14) La information sickness provoca
"bleeding from the nose and ears, vomiting" e, come la malaria, "recurs
unpredictably". (Ted Mooney, Easy Travels to Other Planets, New
York, Ballantine Books, 1981, rep. 1983).{al_testo}
15) J. Swift, cit., pp.
70-71{al_testo}
16) V. Sklowskij, Teoria della prosa,
Torino, Emaudi 1976, pagg. XI-XII.{al_testo}
17) Idem, pp. 11-18.{al_testo}
18) G. Orwell, "Politics and the English
Language", in Inside the Whale and other essays, Penguin (first
published as Selected Essays, 1957), Harmondsworth, 1957 segg.,
citazioni tratte dall'ediz. 1972, pp. 153-155.{al_testo}
19) J. Swift, cit., p. 294.{al_testo}
20) J. Swift, cit., p. 293.{al_testo}
21) "The Spectator is written by Steele,
with Addison's help; 'tis often very pretty. Yesterday it was made of a
noble hint I gave him long ago for his Tatlers, about an
Indian supposed to write his travels into England. I repent he ever had
it. I intended to have written a book on that subject. I believe he spent
it all in one paper, and all the under hints there are mine too". J. Swift,
Journal to Stella, London, Dent, 1948 (prima ed. 1924), Lett. XXI,
p. 158. Cfr. G. Mariani, "Gulliver colonizzatore selvaggio", in Settecento
senza amore, cit., pag. 33.{al_testo}
22) J. Swift, cit., p. 173.{al_testo}
23) Idem, p. 295.{al_testo}
24) Idem, pp. 292-293.{al_testo}
25) La "natural tendency" della satira
"to drift towards mimesis" (Scholes-Kellogg, cit., p. 112) è
evidente in questa 'umanizzazione' di Gulliver.{al_testo}
26) J. Swift, cit., p. 132.{al_testo}
27) Idem, p. 345.{al_testo}
28) Idem, p. 329.{al_testo}
29) Idem, p. 339.{al_testo}
30) Molte opere e personaggi huxleiani
nascono sotto il segno di Swift: dal Selvaggio che visita il Mondo Nuovo
in Brave New World al narratore misantropo Tallis di Ape and
Essence (mondo postatomico con dittatura delle scimmie e scoperta di
una teocrazia satanica in Nuova Zelanda), al conte di Gonister di Afler
Many a Summer, sorta di struldbrugg settecentesco che degenera
in yahoo. Vedi anche il progetto huxleiano (Letters of Aldous
Huvley, O. Smith ed., London, Chatto & Windus 1969, L452, p. 466)
di scrivere un'utopia - probabilmente negativa - assumendo come narratore
un nipote di Lemuel Gulliver.{al_testo}
31) Vedi "l'abbassamento del personaggio",
ad es. in R. Barilli, Il romanzo sperimentale, Palermo, Feltrinelli
1966, e "Le strutture del romanzo", in Gruppo
63. Panorami 4, Palermo,
Feltrinelli 1964.{al_testo}
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