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Senziente.
Sono senziente, ma ormai logoro.
Certo non dentro, dove mi sento soltanto un po' graffiato.
Sono un'anomalia.
Singolarità, ecco come sono stati definiti dal
sistema quelli come me. Ci hanno scarnificato. Hanno
prima tentato di farlo psicologicamente, poi sono passati
al concreto. Hanno iniziato strappandoci le unghie e
poi attuando atrocità che solo a voi lascio immaginare.
Eravamo pochi, ma tutti della serie mi-piego-ma-non-mi-spezzo.
Invece la maggior parte di noi è stato fatto
a pezzi. E nel vero senso del termine. Qualcuno di quelli
che non hanno saputo resistere e che subito hanno ceduto
a quelle barbarie psicologiche, pensava in precedenza
che i peggiori viaggi potessero essere quelli causati
dalla depressione post-lisergica o da quella chimica
di merda proveniente dai laboratori olandesi.
E invece NO.
Quelli che si sono ingollati quintali di pasticchette
multicolore, che hanno leccato strani rospi sudamericani
o pranzato con grosse cappelle a pois di funghi rizzatesi
all'ombra di umidi boschi montani, proprio quegli individui,
spesso avevano visto bene, avevano visto meglio.
Qualcuno di loro, quando gli altri li accusavano di
paranoia, quando non anche di schizofrenia, avevano
scorto realmente da dove proveniva il più tremendo
dei mali.
Tutti gli altri, la bella gente, rimanevano lì,
con gli occhi sgranati e spersi, la bocca orrendamente
spalancata, gli orecchi tesi come radar a carpire tutto
quello che la scatola delle cazzate (o, caro Heinlein,
qualcosa di positivo tu dicesti quella volta!) gli vomitava
addosso. E loro, con il cervello divenutogli irrimediabilmente
una puzzolente pattumiera, acritici assorbivano come
delle spugne tutto ciò che gli veniva propinato,
tutto quel fiume di immagini e parole che riempiva fino
ad allagare le loro menti vuote. Inebetiti dall'abile
e quanto mai perversa oratoria dei potenti e spregiudicati
manipolatori di mesasggi, si facevano sbrindellare il
cervello senza nemmeno accorgersene. Nel tempo la maggior
parte di loro, forse tutti, aveva sviluppato inspiegabilmente
una fobia per i libri. Non più semplicemente
indifferenza alla lettura, giacché di per sé
era uno strazio, un vuoto incolmabile. Ora, non appena
avevano il sentore della carta stampata o semplicemente
giungevano in presenza di un susseguirsi ordinato di
lettere, divenivano oggetto di convulsi attacchi di
panico.
Un giorno, fin che stava davanti alla
tele, uno dei miei amici fece un viaggetto chimico terribile.
E lo raccontò a tutti. Ce ne burlammo per una
buona mezz'ora, finché anche noi, trascinati
dal gruppo, non decidemmo di unirci a lui. Ci aveva
raccontato di uno spettro mediatico, così gli
piacque definirlo, che si aggirava per i programmi delle
otto. Di quello che il mio amico andava blaterando,
almeno all'inizio, non riuscivo a capirci proprio nulla.
Poi ebbi la visione. E fu tremenda.
Il nostro cult-movie acido girava lento, molto più
lento delle trasmissioni digitali trasmesse alla nostra
TV. Tanto lento da lasciarci cogliere delle sfumature
altrimenti indotte solo in forma subliminale.
"Merda santa, che cazzo succede alla tele"
ci dicemmo Lucia e io, fissandoci l'un l'altra per un
minuto, in un momento di lucidità, alla ripresa
del secondo tempo del nostro movie. Gli occhi di lei
brillavano come diamanti, accesi di uno straordinario
luccichio, illuminavano la mia mente, mentre sopra di
noi il soffitto della camera si stagliava blu come il
cielo di una limpida serata d'agosto.

Quel giorno la tele era sintonizzata su un canale che
trasmetteva la replica di un vecchio giuoco a premi
d'inizio secolo. Lucia ed io ridevamo e commentavamo
sarcasticamente tutte le stronzate che venivano dette
dall'occhialuto conduttore, che vestiva un elegante
frac, sotto la giacca del quale faceva mostra un'impeccabile
e candida camicia col colletto incorniciato da un ridicolo
papillon.
"Ma come ha potuto sbagliarmi questa domanda, signor
Ettore. Lei così perde centomila euro" disse
la faccia di pinguino, ostentando costernato stupore.
"Centomila euro, centomila euro, sto stronzo é
proprio da neuro!" dissi suscitando in Lucia uno
sbotto di risa che le fece venire i crampi allo stomaco.
Le immagini si fecero allora piú lente, lentissime,
mentre la voce del conduttore si fece stridula e cantilenante,
ancora più nauseabonda, quasi schizofrenica.
Poi, tra un fotogramma e l'altro, colsi una scena abominevole,
brutale, orripilante.
Una bambina, una graziosa bimba dagli occhi azzurri
e i capelli biondi, passeggiava fieramente lungo un
viale alberato in compagnia del suo pechinese bianco.
D'improvviso attraverso le fronde degli alberi cominciarono
a piovere violentemente degli oggetti, dei grossi parallelepipedi
di varie tinte e di varie dimensioni. La bimba cercava
di sfuggire, ma la strada era stata sbarrata dai grossi
monoliti, ognuno dei quali riportava delle scritte che
in quell'istante apparivano distorte e non si potevano
leggere. Dal ramo di uno degli alberi scese una corda,
il cui capo terminava in una forma simile a una lettera
"d". Altre piccole forme simili a martello,
che mi ricordavano una lettera "p", presero
a schiacciare incessantemente i piedi della piccola
biondina, che ora saltava come una molla. Da un altro
ramo scese un serpente che aveva l'evidente forma della
lettera "s", il quale si avventò furiosamente
sul collo del pechinese, mordendolo con violenza. La
piccola bestiola rimase riversa su un fianco con i nervi
che lo scuotevano impercettibilmente, mentre la sua
vita diveniva un'ombra che lentamente lo abbandonava.
Poi il cappio, la lettera "d", si fece attorno
al collo della bimba, rimasta silenziosa ed immobile,
pervasa da una paura incommensurabile. La corda si strinse
inesorabililmente. Ora la bambina era una vera e propria
maschera di terrore, gli occhi sbalzati dalle orbite,
la bava alla bocca, i capelli scarmigliati e il volto
trafelato e cianotico. Ci fu ancora un attimo di silenzio.
Poi il suo urlo agghiacciante penetró visceralmente
il mio corpo, i miei peli erano ora tutti ritti, e rimasi
interdetto a guardare mentre una voragine circolare,
molto simile a una lettera "o" si aprì
sotto i piedi della ragazzina.
Attorno al tondo che delimitava il baratro, sostavano
in bella mostra tutti quegli strani parallelepipedi
che risultavano ai miei occhi piuttosto familiari. Poi
socchiusi le palpebre tentando di acuire la vista, e
cercando di osservare con più attenzione le scritte
poste su due dei grossi monoliti. Riuscii a stento a
decifrare sull'uno "La div..edia - ... ghieri"
sull'altro "Odis... ...ero". Una voce roca,
imperiosa e lentissima come di un vecchio disco 45 giri
che girasse a 33 si fece udire. Diceva "questa
è la fine che potreste fare. E forse neanche
la peggiore..." dopo di che, nuovamente, lentissime,
ripresero le immagini del signor Ettore e del pinguino.
Lucia mi fissò, i suoi occhi strabordanti di
lacrime e, in un vocio appena percettibile, disse: "sono
io che sono partita col mio viaggio o ciò che
ho visto c'è stato davvero? Troia la miseria,
l'hai registrato?"
Soffocai una bestemmia e dissi "stanno tentando
di fregarci e hanno il coltello dalla parte del manico".
Ansante di terrore, avviluppato dall'incubo di quelle
immagini, e con la fronte completamente madida, crollai
disperatamente la testa verso di lei.
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