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Il cielo, forse grigio, si rifletteva
nella sua anima.
Non era mai stato un poeta: la vita
la conosceva semplicemente perché qualcuno si
ostinava a ripetergli che lui era vivo, nonostante tutto.
Quando si guardava allo specchio,
vedeva un volto ma non era sicuro che fosse il suo.
E non sapeva dire se lo specchio fosse veramente una
superficie riflettente. Però vedeva dentro lo
specchio la sua anima, qualcosa di grossolano e superfluo:
una oscenità. Erano tratti di carbone quelli
che disegnavano Friedrich.
Il mio sospiro sedeva su ogni
tomba umana e non riusciva più a rialzarsi; il
mio sospirare e chiedere facevano sinistri presagi e
soffocavano e rodevano e si lamentavano giorno e notte:
Ah, lessere umano ritorna in eterno! Il
piccolo uomo ritorna in eterno!, amava ripeter
Friedrich. Altro non sapeva, o meglio non ricordava.
Del suo passato, ricordava solo questo frammento ma
gli era sufficiente perché bastava a farlo sentire
profondamente male: nella sua anima era stata conficcata
una lama di vetro, e adesso, questa sanguinava una impotente
rabbia che non sapeva spiegare né a se stesso
né al riflesso che lo guatava dallo specchio.
Il riflesso, con quella sua stupida aria saccente, gli
diceva che tutto era vero, ma Friedrich
si ostinava a non riconoscere la verità, ammesso
che una qualsiasi verità esistesse ancora per
lui.
Erano quasi le due di notte: un vento
freddo avvolgeva il suo corpo mortale. Tra le labbra,
una sigaretta accesa bruciava. Alzò lo sguardo
al cielo e questo si capovolse dentro la sua anima sanguinante:
ma neanche linfinito riusciva a tamponare quella
sua profonda ferita.
Si sorprese di se stesso quando un
alito di vento gli strappò dalla bocca la sigaretta,
perché il suo cervello era tornato ad elaborare.
Da tanto, tanto tempo ormai aveva perso il vizio di
pensare.
Ma il mio corpo mortale è
la mia anima: altro non ho, altro non sono!
Sorrise al nulla. Di lontano leco
parlava una lingua muta, eppure Friedrich ne comprendeva
ogni singola parola. Era la fabbrica dietro alle sue
spalle a proiettare sul suo corpo unombra di malvagità.
Ebbe paura di se stesso. Poi provò un sentimento
di tenerezza: si sentiva fragile. Ma anche cattivo,
cattivo come lombra della fabbrica.
Accese unaltra sigaretta assaporando
ogni boccata di veleno che entrava nei polmoni.
Pensare, un brutto vizio che credeva
di aver perso con il passare degli anni sempre uguali
agli anni.
Qualcuno lo chiamò, ma lui
ignorò quellidentità che era solo
una voce alle sue spalle.
La voce lo chiamò di nuovo
e lo svegliò da se stesso: Friedrich ormai non
poteva più tornare indietro dentro se stesso.
Friedrich tornò a ricordare
il suo Io del passato per colpa di quella voce.
La voce, la voce laveva violentato
unaltra volta. Nellintimo.
Il manganello si era abbattuto contro
il suo cranio: sulla fronte si era aperta una ferita.
Il caldo sangue gli scivolava sul volto. No, il sangue
non gli faceva paura. Neanche il dolore. Ma il manganello,
quello sì.
La piazza era tutto un brulicare di
emozioni: Fascisti di merda!
La polizia aveva caricato la folla
di manifestanti.
Friedrich fu sbattuto dentro una macchina
nera: attraverso le sbarre, con la coda dellocchio,
ancora riusciva a distinguere le cavernose bocche aperte
dei manifestanti che gridavano rabbia e dolore, tutti
prigionieri della loro fragilità e dei loro ideali
brutalmente calpestati.
Un altro colpo rovinò contro
il suo cranio: fu il buio.
Quando si svegliò, il sangue
rappreso era una maschera sul suo volto.
Vedeva il buio.
Si nettò gli occhi con le mani
callose: non era cieco ma era come se lo fosse perché
cacciato in un dove a lui sconosciuto e
segreto.
Un cigolio. Uno spiraglio di luce
a mortificare il buio che lo avvolgeva. Una voce metallica.
Laguzzino laveva strappato
da terra con la forza.
Friedrich cominciava a capire.
Un calcio in culo e si trovò
nuovamente a terrà a respirare il puzzo degli
escrementi di chi prima di lui aveva abitato quel dove
di tortura.
Un ghigno. Ma non era il ghigno a
ferire la sua anima. Era il dopo. O più semplicemente,
il futuro.
Entrarono altri due bravi: erano le
camicie nere, lui lo sapeva.
Gli strapparono i pantaloni: una cosa
meccanica gli fu dentro. Ripetutamente.
E ripetutamente le urla della piazza
echeggiarono nel suo cervello. Queste sole gli facevano
male.
Friedrich perse il vizio di pensare
quando le urla divennero violente, troppo violente dentro
la sua testa. Forse più violente di quellarnese
che gli avevano cacciato in culo.
Datti una mossa!, berciò
lidentità dietro di lui.
Friedrich si voltò ad incontrare
luomo: lo conosceva, era di carne mortale come
lui.
Subito gli fu addossò. Una
gragnola di pugni si abbatté contro luomo.
Uomo contro uomo.
La fabbrica comandava questo: uomo
contro uomo, fragilità contro fragilità.
I due corpi furono trovati il mattino
dopo da un netturbino.
Luomo era avvinghiato a Friedrich
e viceversa.
I loro volti raccolti nelleternità
della morte erano luno lo specchio oscuro dellaltro.
Tratti disegnati con il carbone, tratti
oscuri, eppure osceni.
Morte in una istantanea: lo
scandalo del futuro presente, gridava
in strada il ragazzo dei giornali.
Il sole non era mai stato così
incerto, un nuovo giorno appena abbozzato: non era né
luce né buio. Ma non era neanche il grigio ad
illuminare la fabbrica. Era la luce del futuro. Una
luce oscura, inintelligibile.
La folla sciamava lungo le strade:
colletti bianchi e operai confusi nella stessa massa
umana indefinita.
Tutti provavano fastidio per le urla
del ragazzo dei giornali, un ragazzetto rachitico, malaticcio,
bagnato di freddo sudore. Ma la sua voce era possente,
troppo possente, nonostante la malattia del vivere.
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