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Comportamenti Frevel e micro-tipologia
delle mutazioni.
Due esempi di assorbimento: The Strange Case of Dr.
Jekyll and Mr. Hyde e The Invisible Man
Nella narrativa inglese tardo-ottocentesca
l'idea della mutazione è di regola legata a comportamenti
irregolari ed esagerati, a modi che possono essere definiti
o blasfemi o minacciosi.
La persona soggetta a mutamento non rientra
più in una dimensione di normalità; il
processo di trasformazione non si limita a intervenire
sul patrimonio somatico (che può essere o deformato
o cancellato del tutto, come avviene rispettivamente
in Stevenson e in H. G. Wells), ma agisce anche e soprattutto
sulla struttura psichica dell'individuo.
Non ci riferiamo in modo particolare
alle reazioni frustrate o furiose che un'individualità
modificata sfoga nei confronti di un ambiente (anche
umano) circostante che non risponde più alle
sue esigenze, o emotive o concrete ai limiti della sopravvivenza
fisiologica, e che a esse si oppone con risolutezza.
L'impossibilità per la persona mutata di vivere
secondo una norma comune è il primo tratto evidente
di emarginazione che c'interessa; Stevenson la considera
alla stregua di una decisione totale della volontà
(il desiderio che Jekyll ha di essere Hyde per plasmarsi
una morale autonoma), mentre H. G. Wells elabora una
stupenda metafora di condizionamento ambientale, giocata
sul contrasto tra progetto e realtà: l'uomo invisibile
non può essere il pesce che nuota libero in un
mare senza reti.
All'origine della mutazione vi è
dunque un processo di disadattamento che, pur essendo
conseguenza (non si può rendere conforme la diversità),
è a sua volta causa generatrice del fenomeno
stesso. Le radici di questo atto sono dentro la psiche
umana, in un impulso che spinge il soggetto a diventare
l'artefice unico e protervo del proprio destino. L'alternanza
di personalità tra Jekyll e Hyde esprime molto
bene il senso di questa oscillazione libera da un capo
all'altro dell'esperienza, che continua finche la persona
non è inghiottita dall'abisso sottostante.
La voce di ribellione a cui Jekyll presta
ascolto proviene da lontano, da un coacervo di forze
e d'impulsi naturali che sono spesso indecifrabili e
indefinibili. Essa parla con completa autonomia, e può
essere in parte identificata con il Daimon, ovvero con
un logos (o capacità di discorso) che è
libero da qualsiasi condizionamento che non sia la volontà
dell'io.
La fenomenologia della mutazione sembra
quindi comportare uno spostamento, soprattutto di prospettiva
interiore; si osserva, tra i vari effetti, il rifiuto
della moralità elaborata dal gruppo (o coscienza
etica collettiva), a favore di un ascoltarsi totale
e assoluto.
Qualunque natura abbia questa voce di
dentro, essa possiede senza ombra di dubbio una qualità
numinosa, di un incontro (o dialogo) che è
salto in avanti compiuto dal destino di un singolo individuo.
D'altro canto, è forse questa la spiegazione
possibile di una diversità che, altrimenti, sarebbe
solo traumatica, fonte perenne d'imbarazzo non per chi
la osserva e la commenta, ma per chi la sperimenta.
Mutare significa anche rifiutarsi di
considerare le conseguenze, privilegiando invece un
atto puro e fine a se stesso di godimento dell'attimo.
Possiamo parlare, nel caso di Stevenson, di una morale
del fuoco, visto che sullo sfondo della scena crepitano,
minacciose, le fiamme d'inferno. Oppure, riecheggiando
e modificando Ruskin, [1]
parlare di una teologia del consumo, di un desiderio
affamato d'uso che non riesce tuttavia ad affrancarsi
dalle leggi rigide e rigorose dell'entropia. [2]
Per essere un uomo di scienza, Jekyll
sembra procedere in modo straordinario controcorrente;
scinde laddove il suo secolo ha consapevolezza di un'interdipendenza
sempre più stretta e crescente. Se Hyde è
un tizzone estratto dalle profondità infernali,
non può certamente illudersi di troncare il cordone
ombelicale che lo tiene legato a Jekyll. Ogni sua azione,
che consuma e sfoga energie di cui il dottore non ha
mai fatto uso, restringe i margini di autonomia e di
vitalità posseduti dall'altro. Si può
affermare che l'eccesso costituito dalla presenza di
Hyde venga pagato sulla carne di Jekyll. Nel qual caso
sperimentare la mutazione significa cedere a una voglia
di spreco; il discorso si sviluppa in senso esattamente
contrario a quello postulato da Darwin, che vede nella
possibilità di variazioni (e quindi in una situazione
di consumo determinato dall'uso) la teoria del massimo
profitto allo stato biologico di natura.
Jekyll ignora i meccanismi di correlazione
inerenti alla legge dell'entropia, [3]
e rifiuta altresì la moralità dinamica
dell'evoluzionismo, puntando sulla separazione degli
elementi, invece che su una possibilità, anche
avventurosa, di modelli integrativi, come tenterà
di fare, di lì a poco, il dottor Moreau di H.
G. Wells.
Il suo esperimento ha quindi una dimensione
secca, che esclude, tra le varie conseguenze ipotetiche,
la regressione animalesca: Hyde, pur avendo in se qualcosa
della scimmia antropomorfa, rimane tuttavia un homunculus
reso deforme da una condizione di peccato originale.
L'aridità poliformica dello spunto iniziale di
deregulation umana è confermata dalla figura
dell'avvocato Utterson, che costituisce l'essere reale
positivo da cui traligna Jekyll, e il cui pietismo,
o devozione religiosa, sembra soprattutto dipendere
da una questione di pressione fisiologica, o di insufficienza
di spiriti vitali. [4]
L'immaginario dello Strano caso si situa
dunque su un versante debole della rappresentazione
narrativa, in particolare se il lettore considera la
ricchezza del fantastico post-darwiniano, nel quale
lo spessore ideologico dell'utopia tradizionale si salda
con la densità di un universo affollato come
non lo era mai stato prima d'ora.
La secchezza del testo apre tuttavia
la strada alla prefigurazione, sia pure inconsapevole,
di un fenomeno di massa, purtroppo comune ai nostri
giorni: l'assuefazione crescente di Jekyll alla mistura
da lui ideata, e che provoca l'insorgere ormai incontrollato
di Hyde, ricorda lo stato di tossicodipendenza di un
drogato, che non può sottrarsi a una spirale
autodistruttiva, provocata (appunto) da un consumo crescente.
Stevenson racconta dunque una storia
d'intossicazione, o se si preferisce di dipendenza;
il grigio re relativo di Jekyll (e quello monocorde
di Hyde, la sua figura di trasgressione) rimanda a una
dimensione umana massificata e impoverita. Abbiamo visto
che la matrice di Jekyll-Hyde è da ricercarsi
nel gusto mortificato alla vita di Utterson, per il
quale ogni minimo gesto sembra porsi come una tentazione
insostenibile; il rifiuto e la paura del piacere, che
spaventa per le sue implicazioni di diversità,
assume così un carattere autodistruttivo (di
cui abbiamo già detto), contrassegnato da un
comportamento di leggerezza, quasi euforico. Il discorso
che riguarda la mutazione appare quindi incentrato su
una mancanza di unità interna all'essere: prevale
un elemento disintegrativo, una tensione che dissocia,
invece di unire.
Si tratta, come abbiamo visto, di una
negligenza che l'io nutre nei propri confronti. Sarebbe
addirittura possibile usare il termine mancanza di riguardo;
non ne è colpita l'anima, come mostra di credere
Stevenson, ma la capacità di progettarsi un futuro.
Ciò appare particolarmente chiaro nell'Uomo invisibile
di H. G. Wells, per il quale la propria e stupefatta
condizione significa vivere alla giornata, riscoprire
la pura e semplice sopravvivenza come piacere necessario,
oltre che elementare.
Vi è all'origine dell'idea di
mutazione un senso di gioco, che si rivela tuttavia
insostenibile, nel contrasto con l'immodificata realtà
quotidiana. La violenza disumana di Hyde e quella nevrotica
di Griffin (il personaggio wellsiano) possono essere
interpretate come una reazione a priori contro regole
che non permettono deroghe: basti osservare come Stevenson
faccia sfogare il povero Hyde contro indifese fanciulle
o rispettabili signori anziani, senza mai metterlo a
confronto con robusti (e magari maneschi al punto giusto)
popolani. (Rimane indefinito, entro questa prospettiva,
il problema degli ipotetici sussulti di Hyde nella sessualità.
Si potrebbe tuttavia ricordare che una delle sue azioni
nefande si compie sotto la finestra di una romantica
fanciulla, intenta a sognare di principi azzurri. Nell'episodio
l'autore stravolge con bella ironia Io stereotipo, caro
anche ai contemporanei pittori preraffaelliti, del drago,
della donzella e del prode cavaliere, facendo trionfare
il mostro, che a rigor di logica dovrebbe poi festeggiare
con la fanciulla affacciata al verone.)
L'aspetto ludico-trasgressivo della mutazione
può essere interpretato alla luce di una terminologia
psichica, che è suscettibile di un duplice punto
di riferimento. Il Daimon che agisce come impulso irrefrenabile
è forse un dio burlone, una figura non troppo
lontana da quella del trickster. Rientrerebbero in questa
sfera interpretativa tutti gli aspetti di manipolazione,
soprattutto presenti nel rapporto turbolento che l'Uomo
invisibile ha con la realtà da cui è circondato.
Come conseguenza di tale atteggiamento vi è una
certa frivolezza (il proseguimento del discorso spiegherà
l'uso di questo termine) che può essere ricondotta,
rifacendosi a quanto scrive Marie-Louise von Franz,
[5] al vocabolo Frevel (stessa
radice di "frivolo"), che nell'antica lingua dei montanari
svizzeri serve a indicare un comportamento di trasgressione
presso che blasfema o sacrilega, oppure, in senso più
lato, una mancanza di rispetto per certe norme o regole
sancite dalla comunità.
Come esempio di condotta Frevel, la von
Franz racconta la storia, attingendola al patrimonio
del folklore, di un custode di armenti che risponde
in maniera leggera (ossia frivola) alla voce di una
montagna che si lamenta di stare per crollare, e dalla
quale viene travolto. [6]
Si può forse affermare che la
voce della montagna sia causa, da un punto di vista
dell'esplosione patologica, della sconsiderata reazione
Frevel del montanaro, le cui parole d'irrisione ("Dai,
che puoi ancora resistere") riportano nella psiche umana
quella volontà di scindersi (ovvero d'infrangere
le regole) da cui pare essere tormentato il monte.
Spingendo ancora oltre il discorso, appare
lecito affermare che il fenomeno di autonomia delle
singole parti, rispetto alloro centro dato, si compie
grazie a un'azione di assorbimento psichico che rende
uguali l'uno all'altro i due soggetti del dialogo; ne
è simbolo concreto (e sin troppo travolgente)
il crollo di rocce e di terra da cui è inghiottito
l'irriverente pastore.
L'impulso alla disintegrazione, che costituisce
il cuore segreto del racconto riferitoci dalla von Franz,
rivela una volontà primitiva e caotica di assorbimento,
che può apparire del tutto irrazionale. Esiste
un duplice eccesso, al fondo di questa situazione; da
una parte il fatto che la natura si sia separata (come
osserverebbe Adorno) da ogni spirito di ragione; dall'altra
il passaggio da una forma mescolata di comportamento
(simboleggiata dalla coesione delle forze diverse e
contrastanti che tengono unita la montagna) a una d'integralità
totale e assoluta.
Considerato entro tale ottica, il modo
di agire Frevel costituisce un punto necessario di passaggio
tra gli stati dissociativi della psiche e i conseguenti
fenomeni di assorbimento, in una condizione che può
essere definita di naturalità estrema. L'assorbimento
può avvenire per mezzo di un processo di sostituzione
(com'è il caso della prevalenza progressiva e
inarrestabile di Hyde su Jekyll) che congela un carattere
determinato della personalità, oppure fissando
le reazioni del soggetto umano modificato in una gabbia
biologica esasperata e ripetitiva, secondo quando accade
a Griffin.
L'eterodossia di comportamento Frevel,
che all'origine riguarda solo i propositi della ricerca
scientifica, esplode successivamente in un impulso sfrenato
di libertà; in particolare Hyde, che calpesta,
sfigura, uccide per il solo gusto di farlo. Si potrebbe
dire che l'io rovesci all'esterno quelle tensioni di
energia ormai disunificata che non riesce più
a controllare: questa violenza è naturale a un
livello di codice genetico spontaneo, di difesa elementare
di un proprio territorio.
La riduzione dell'essere umano a uno
stato, per così dire, primitivo (per l'individuo
mutato l'ambiente sociale evoluto si trasforma, da un
punto di vista psicologico, in una foresta di agguati
e di pericoli) implica, tra le altre conseguenze, la
caduta di qualsiasi remora o conflitto morale nel comportamento
di chi si trova costretto a muoversi, con mentalità
preistorica, nel mondo moderno. (Si può citare,
a tale proposito, il dialogo che avviene tra l'Uomo
invisibile e il suo collega Kemp, nel quale costui si
meraviglia di come Griffin abbia potuto violare, senza
il minimo spasimo di rimorso, le norme legali più
semplici, andando in giro a stordire e a derubare la
gente.)
Questo ritorno a una condizione di natura
(che muta alla luce della prospettiva individuale la
fisionomia realistica dell'ambiente) apre la strada,
dentro la psiche del soggetto, a quella che la von Franz
definisce possession by evil. [7]
Per quanto ci riguarda, possiamo dire che la facilità
con cui l'individuo infrange le regole (riportando così
il suo status esistenziale a quello, rigido, di una
società ancora primordiale) rende possibile una
situazione analoga a quella che si esprime con il dominio
di forze malvagie sulla normale individualità
umana. Si ha, nel caso specifico, un mutamento dal noto
all'ignoto, che è sia di fisionomia sia di carattere,
entrambi umani.
Il rapporto che si allaccia tra trasgressione
e meccanismo immediatamente punitivo si avvale spesso
di un effetto di esproprio: abbiamo già visto
come l'assorbimento sia in definitiva un fatto di passaggio
tra due dimensioni, con conseguente perdita dell'identità
originale. Nella possessione un 'entità si sostituisce
in modo più o meno violento a un essere che viene
modificato, con una tecnica il cui esempio migliore
è rappresentato dall'annullamento di Jekyll in
Hyde.
Sono presenti nella situazione i seguenti
caratteri archetipi. L'ingestione di una bevanda, vale
a dire la pozione miscelata e bevuta dal dott. Jekyll.
La forma fisica degenerata e, soprattutto, rimpicciolita
di Hyde rispetto a Jekyll. Il comportamento violento
e distruttivo di Hyde, su cui ci siamo già soffermati.
Infine, gli atti dissacratorii compiuti nei confronti
della religione: Jekyll, quando è ormai diventato
Hyde contro la sua volontà, annota con "espressioni
sorprendentemente blasfeme" un libro di devozione.
Risulta evidente, da questo breve elenco
di fenomeni, l'aspetto psichico di compensazione che
l'empietà di Hyde ha nei confronti del sentimento
devoto e morale di Jekyll. Si può tuttavia affermare
che le due facce da cui è composta la personalità
del personaggio di Stevenson appartengono alla stessa
organizzazione borghese della società vittoriana.
Hyde si gode, infatti, il suo bel pied-à-terre
equivoco, come farebbe qualsiasi giovanotto di buona
famiglia del tempo, con (forse) qualche vizietto segreto
da nascondere. Oltre a ciò, può usufruire
della piena disponibilità del libretto di assegni
di Jekyll, o comunque del suo conto in banca.
Bisogna dire che in Stevenson il problema,
solo in apparenza banale, della disponibilità
economica è agitato con pudore sullo sfondo della
vicenda, come testimonianza del permanere di un ordine
legale che è stato solo incrinato, ma non infranto.
Ne è prova il testamento, questo cardine formale
e ritualistico della società borghese ottocentesca,
che sembra voler stendere un velo di decenza (ma anche
di pietas) [8] sui legami tra Jekyll
e Hyde, che dal primo è nominato erede universale,
quasi a voler stringere tra i due un rapporto lecito
di padre e di figlio. Del resto, è lo stesso
Jekyll a parlarci, nello scritto affidato a futura memoria,
di se come un padre e di Hyde come un figlio: "Jekyll
mostrava un interesse più che paterno; Hyde un'indifferenza
più che filiale".
Hyde (che è l'altra metà
di Jekyll) si presenta dunque come un figlio ritrovato:
in questo senso è il frutto legittimo della vita
condotta dal dottore, ne è il prolungamento necessario.
Stevenson tramuta in incubo uno dei luoghi ricorrenti
dell'immaginario (non solo narrativo) vittoriano; basti
pensare a quanti e quali romanzi di Dickens sono giocati
sul registro consolante dell'agnizione, dell'identità
ritrovata grazie al ricongiungimento con la famiglia.
È per questa via che Lo strano
caso attinge a una dimensione filogenetica, tale da
comportare un implicito senso di minaccia nei confronti
delle istituzioni sociali. Il sentimento (e forse) l'orgoglio
paterno con cui Jekyll guarda a Hyde comporta un senso
di giustificazione che va ben oltre le conclamate affermazioni
morali (o moralistiche) di condanna. Il legame tragico
tra Jekyll e Hyde mantiene in se, nonostante tutto,
un'aura di sacralità che è molto difficile
scalfire, almeno per il modo di pensare vittoriano.
Il tragico caso che Stevenson narra diventa
così la cronaca amara di un martirio, ed è
di questo capovolgimento sorprendente di prospettiva
che il nostro giudizio deve tenere soprattutto conto.
È attraverso il vincolo di sangue che Stevenson
recupera come possibilità morale il discorso
della natura, che altrimenti rimarrebbe del tutto estraneo
all'intento pedagogico della vicenda narrata.
Si deve osservare, in contrappunto, come
H. G. Wells faccia del suo Griffin un parricida, se
non altro colposo; qui è rifiutata sin dalle
premesse qualsiasi attenuazione di tono che possa apparire
consolatoria. L'Uomo invisibile si aggira per la campagna
inglese con addosso un marchio che Stevenson nega (o
risparmia) al personaggio sdoppiato della Strana storia,
sempre oscillante tra i due poli opposti della sua personalità.
Agisce nel romanzo di H. G. Wells un'idea
rapinosa di ossessione che attinge direttamente alle
radici della cultura occidentale: come Caino, Griffin
è un uccisore del suo stesso sangue, e come lui
vaga disperato in cerca di un rifugio che non può
trovare.
Sotto questo aspetto L'uomo invisibile
è una storia profonda di folklore: la mutazione
di Griffin può essere vista come la conseguenza
di una colpa, per cui non si può provare rimorso,
ma solo sgomento. Il tono di commedia da cui è
pervasa la vicenda wellsiana si riallaccia, in modo
sommerso e profondo, alla voce lontana del teatro religioso
medioevale: L'uomo invisibile è un mistero laico
(e biologico) sulle determinazioni finalistiche che
plasmano il destino dell'uomo, indipendentemente dalle
sue azioni.
L'invisibilità indica dunque il
vuoto di progetti che l'uomo ha di fronte a se stesso;
questa assenza corrisponde alla fine della storia
in cui s'imbatte, nel futuro, il Viaggiatore della Macchina
del tempo. La morfologia wellsiana della mutazione possiede
un carattere irrimediabilmente patologico; rispetto
a Stevenson egli si muove su una linea che si potrebbe
definire di disgregamento molecolare. La mancanza di
coesione si sposta (o meglio, si amplia) dal soggetto
umano alla fenomenologia ambientale della natura. Nella
narrativa di H. G. Wells appare esplicita (da un punto
di vista del personaggio) la comprensione delle leggi
generali che regolano l'entropia; nelle sue pagine il
disastro non avviene come conseguenza di un equivoco
(Jekyll che non è affatto consapevole della rete
reattiva messa in moto dallo spostamento e riassorbimento
in un nuovo equilibrio del suo centro di gravità
psichica), ma come scansione di un processo rivelatore
ed esplicativo, che genera nuovi, e più adatti,
comportamenti psicologici e di risposta biologica.
Si porta così a compimento quel
fenomeno che si può definire, sempre rifacendosi
alla von Franz, come la sindrome di Trunt: un contadino
di questo nome si muta progressivamente in Troll, e
il segno inquietante della sua trasformazione è
dato dal fatto che egli afferma di non credere più
in Dio, ma solo in se stesso, e nei Trolls. [9]
Da questo assorbimento dell'io nel suo
stesso centro nasce la strategia, diversificata, di
depredazione che i personaggi, rispettivamente, di Stevenson
e di H.G. Wells hanno nei confronti del mondo esteriore;
ancora legata all'esplosione di un discorso pulsionale
rozzo in Hyde, ma articolata nel delicato e doloroso
rapporto di adattamento necessario tra persona umana
e ambiente in Griffin.
D'altra parte H. G. Wells incomincia
a narrare laddove Stevenson si era fermato, ovvero nell'ambito
di una irreversibilità totale: l'Uomo invisibile
perfeziona quella tecnica del nascondersi e dell'aggredire
che era stata appena accennata nell'esperienza di Hyde,
per il quale era insostenibile.
La mutazione è quindi un percorso
del non-ritorno, anche se la simbologia originaria ottocentesca
del fenomeno sembra indicare un significato diverso.
Nel Frankenstein di Mary Shelley, per esempio, la creatura
modificata è una specie di zombie assemblato
dai resti di numerosi cadaveri; il processo di ricomposizione
non prevede tuttavia che la vita duplicata mantenga
ricordi o tracce comportamentali della precedente esperienza,
anche come autonomia ipotetica delle singole parti nei
riguardi della totalità corporea.
Questo mancato trasferimento di dati
(che rende possibile l'altro assorbimento, rappresentato
dal ricondizionamento psichico in senso naturalistico)
spiega come i personaggi di Stevenson e di H.G. Wells
debbano ricostruirsi, a priori, i loro rapporti con
il mondo; in maniera particolare, L'uomo invisibile,
per il quale Londra diventa veramente una selva di predazione
reciproca, mentre Hyde può essere definito un
esploratore dell'ignoto, un essere a cui è ancora
possibile conoscere se stesso.
I diversi modi di comportamento si rispecchiano
in una diversa tipologia di luoghi. Alla base dell'immaginario
stevensoniano vi è, sulla scia di Frankenstein,
il sepolcro, non tanto l'ossario quanto il disordine
impudico e rabbrividente della fossa comune. Possiamo
ricordare che in origine il laboratorio del dott. Jekyll
apparteneva a un anatomista, e che l'antesala della
stanza in cui si compiono gli esperimenti è costituita
da un anfiteatro dedicato, un tempo, alla dissezione
dei cadaveri, e che durante lo svolgimento della vicenda
il locale è ingombro di casse d'imballaggio vuote
e abbandonate, in cui erano contenuti il materiale e
gli apparati scientifici utilizzati dallo sperimentatore:
trasposizione simbolica evidente di quelle tombe spogliate
dal barone Frankenstein.
Il bric-à-brac, ormai polveroso,
dell'immaginario gotico è posto da Stevenson
alle soglie stesse della nuova mitologia, tardo-vittoriana,
di mutazione. Esso rimane a ricordare la brutale. origine
ctonia, come sotterranea, di una creatura (Hyde) che
emerge da una profondità insondata ed insondabile
-quelle viscere della terra considerate, per abitudine
dalla tradizione cristiana, come sede del male.
Ma
la sala, a metà obitorio a metà magazzino
di sgombro, è anche emblema, nel suo disordine
ricco di passate evocazioni truculente, della mente
divisa di Jekyll. È uno sguardo che dall'esterno
ci permette di penetrare all'interno della struttura
causalistica di eventi che scandiscono le fasi dei meccanismi
fenomenici di mutazione. Si può osservare, incidentalmente,
come su questa linea di morfologia cimiteriale s'innesti,
nel nostro secolo, lo scrittore americano Lovecraft
che traspone la tematica del caso (una partita particolare
di polveri o sali non più rintracciabile; l'idea
di diventare invisibile senza aver pensato a una formula
che permetta il passaggio inverso) in discorso esoterico
e di minaccia per il genere umano; tra i vari titoli,
si può ricordare Il caso di Charles Dexter Ward,
nel quale il passaggio di mutazione ritorna alla sua
forma originaria di miracolo alchemico che riporta alla
luce, servendosi della resurrezione dei morti, un patrimonio
terrificante di conoscenza proibita.
Nella narrativa di Lovecraft l'azione
si svolge veramente dentro la penombra infetta di catacombe
e le bare, o le ceneri dei morti, sono realmente la
materia prima da manipolare. Si consuma in questo caso
la distanza massima tra il progetto e la sua esecuzione;
lo scarso realismo dei fatti narrati è sintomo
di un distacco massimo tra la vita quotidiana e gli
accadimenti di metamorfosi. In Lovecraft la questione
della paternità-discendenza (che abbiamo visto
essere centrale nello Strano caso di Stevenson) diviene
motivo d'incubo e di insopibili terrori.
Ciò che differenzia Stevenson
dal suo epigono americano (e anche da H. G. Wells, se
è solo per questo) è la capacità,
posseduta dallo scrittore vittoriano, di recuperare,
comunque vadano le cose, lo spirito borghese come elemento
decisivo di continuità. Il suo Jekyll-Hyde non
è affatto tormentato dal permanere traumatico
del passato nel presente; per lui la storia umana non
è un susseguirsi di irrazionalità immodificabili
e ripetitive. La caduta di qualsiasi discorso ancestrale
come fattore d'instabilità porta a una ricreazione,
anche nel momento di massima tensione emotiva del racconto,
di rassicuranti interni borghesi, quale è il
laboratorio di Jekyll ormai mutatosi definitivamente
in Hyde.
Lungi dall'avere un aspetto diabolico,
la stanza possiede tutti i caratteri, forse un po' infantili,
di un rifugio segreto, di un angolino tranquillo (a
cosy corner) nel quale isolarsi dal mondo, come testimonia
la poltrona accanto al fuoco crepitante, e con a portata
di mano tutto l'occorrente per un tranquillo tè
serale. (Non manca neppure l'elemento di blanda trasgressione,
costituito, come abbiamo già osservato, dalle
annotazioni blasfeme fatte su un libro di argomento
religioso; come una persona che si chiudesse in camera
per leggere Playboy, o qualcosa del genere.)
Possiamo confrontare la descrizione di
questo estremo rifugio, per una persona ormai braccata
soprattutto da se stessa, con il covo del nano Quilp,
nel dickensiano Il negozio dell'antiquario. In Dickens
non vi è alcun stacco di sorta tra l'intimità
personale della scena descritta e una distanza di critico
commento moralistico. L'autore considera quasi con simpatia
Quilp che, nella sua baracca sperduta tra i meandri
dei magazzini e dei cantieri fluviali di Londra, se
ne sta beatamente sdraiato su un'amaca, a fumare tabacco
pestilenziale e a sorseggiare grog rovente, come quello
appena uscito dal calderone di una strega.
A differenza di Dickens, Stevenson non
è più in grado di accettare il fatto che
l'ambiente sia un prolungamento, non problematico, dell'individualità
umana. Benché sia possibile, da un punto di vista
stilistico ed emotivo, che Quilp abbia in qualche modo
ispirato, nella deformità fisica e nel comportamento
malvagio, la figurazione aliena di Hyde, il personaggio
di Dickens non è comunque alienato (mi si voglia
perdonare il gioco di parole) da ogni ottica di simpatia,
sia del lettore sia dello scrittore, nei suoi confronti.
È precisamente a questa tematica
medio-vittoriana di rapporti diegetici, e modali, più
sfumati che si rifà H.G. Wells, nel suo trattamento
di Griffin, e delle peripezie connesse ai drammatici
inconvenienti dell'invisibilità. Rispetto a Jekyll-Hyde,
l'Uomo invisibile mostra una capacità maggiore
di sopravvivenza, anche in condizioni minime di tolleranza;
meno fastidioso dell'erma stevensoniana, Griffin appare
senza dubbio più vicino ai gusti proletari di
Quilp.
Dei personaggi dickensiani (o di molti
tra loro) egli condivide anche la particolare dimensione
patologica, di malati sociali, che li pone a contatto
di rischio con le istituzioni pubbliche, considerate
nel loro specifico aspetto repressivo.
L'emarginazione di cui soffre Griffin
è analoga, nella sostanza e nelle implicazioni,
a quella contro cui devono lottare gli orfanelli o gli
sprovveduti di vario tipo e taglia che affollano le
pagine dei romanzi di Dickens. Il loro stato rimanda
a un giudizio di anormalità che è tale
solo se considerato dal punto di vista degli organismi
istituzionali; i fenomeni di diversità (sociale,
fisica, psichica) non sono più giudicati in una
dimensione puramente privata, [10]
ma comportano un riferimento necessario ai luoghi di
cura e di punizione. Traspare, attraverso la grande
metafora biologica wellsiana del riadattamento a condizioni
mutate di vita, la riduzione dell'esperienza, nei casi
dell'Uomo invisibile, al puro livello di fuga dalle
istituzioni, identificate, nella prospettiva modificata
di Griffin, con la società in generale.
La correlazione tra strutture organizzative
della vita quotidiana e momento repressivo appare evidente
nell'episodio del grande magazzino: l'uomo invisibile,
in cerca di riparo, vestiti e cibo, si rifugia appunto
da Omnium, sperando di potervi stabilire una nicchia
di sopravvivenza, almeno provvisoria. Il piano fallisce
miseramente, e si deve leggere, nella precisa determinazione
negativa assunta dall'incidente, la volontà di
H.G. Wells di illustrare (anche con precisi richiami
autobiografici)[11] i condizionamenti
che bloccano la vita dell'individuo.
L'esperienza di Griffin dentro i grandi
magazzini traspone, con chiari intenti metaforici, i
meccanismi della trappola che
inghiotte e annienta i giovani commessi che vi cadono,
e le cui esistenze rimangono storpiate, o comunque stentate.
I toni comici della situazione (e i ritmi da farsa,
che ricordano Tempi moderni di Charlot) non nascondono
la serietà del messaggio trasmesso da H.G. Wells:
nella circostanza, i veri uomini invisibili sono le
persone che lavorano nel grande magazzino, e che costituiscono
la parte sommersa di una realtà sociale altrimenti
speciosa, se considerata dall'esterno.
È grazie a questo collegamento
sommerso tra caso particolare e condizione generale
che le vicissitudini patite dall'Uomo invisibile servono
a illustrare lo stato di una società, diventandone
commento critico implicito e rivelatore. Mentre lo Strano
caso prefigura, proiettando l'ombra della droga, i fantasmi
generati dalla crisi moderna, H. G. Wells ristoricizza
le categorie biologiche d'interpretazione della realtà,
riportando come dimensione concreta (ossia visibile)
un duplice stato d'invisibilità, sia essa ontologica
(le categorie del divenire biologico non presuppongono,
necessariamente, la presenza, intermedia e finale dell'uomo)
sia essa sociologica, nella rimozione a cui sono sottoposti,
determinati soggetti sociali.
Lo Strano caso e l'Uomo invisibile appartengono
(nella loro, seppur diversa, volontà totale d'essere)
al sistema mitologico della cultura occidentale contemporanea;
essi sviluppano le fasi storiche di un discorso della
marginalità, che diviene progressivamente centrale
nel corso delle mutate prospettive ideologiche, sino
ai giorni nostri.
Stevenson scopre la paura e la sofferenza
come lacerazione; il passaggio di mutazione da Jekyll
a Hyde si compie, senza ombra di equivoco, sotto il
segno tradizionale del peccato (J ekyll trova in Hyde
il suo inesorabile Mefistofele), ma la vicenda non ha
più un significato, esemplare, di ammonimento:
essa si accinge ormai a far parte dell'esperienza quotidiana,
è una testimonianza precoce di fenomeni che stanno
per compiersi.
Rimane, della tradizione conforme al
pensiero etico vittoriano, il senso di vergogna che
impedisce a Jekyll-Hyde di sopravvivere all'abisso in
cui è caduto. Il suicidio è ancora l'ultima
vestigia di un onore e di un decoro borghesi, smarriti
per sempre.
Quella marginalità (pur ancora
garantita da una notevole sicurezza economica) rifiutata
dal personaggio di Stevenson rappresenta invece la condizione
del wellsiano uomo invisibile: costretto a vivere d'espedienti,
e quindi già un diverso prima della sua mutazione,
Griffin ha con la società circostante rapporti
di sola e continua persecuzione.
Sotto questo aspetto, la sua storia anticipa
un altro fenomeno dei tempi nostri: si può affermare
che egli viva in una condizione costante di clandestinità,
tale da ricordare il mutamento, compiuto da una generazione,
da militanti rivoluzionari a rivoluzionari combattenti.
E che altro è, se non una vera e propria risoluzione
strategica, il proclama che Griffin rivolge, braccato
e invisibile, all'attonito popolo inglese? E alle sue
parole si può benissimo applicare l'aggettivo
delirante, a noi tanto familiare durante i cosiddetti
anni di piombo.
Questi sono però fatti a noi ancora
troppo vicini. Allora, è forse meglio concludere
questo scritto con un'osservazione più distensiva:
ricordiamoci di Griffin seduto nel suo rustico laboratorio
di fortuna (ovvero, il salotto buono della locanda campestre)
e intento ai suoi patetici esperimenti, circondato da
una collezione eterogenea di bottigliette e flaconcini
vari. Come non pensare a un analista di una scassatissima
Usl, alloggiata, ovviamente, in locali inadeguati e
provvisori.
E la collezione eterogenea di contenitori,
non rimanda forse ai campioni portati da casa per l'analisi
delle urine? Non manca neppure, in questa prospettiva,
la microtragedia dell'equivoco e dello sbaglio: se l'Uomo
invisibile non riesce a venire più a capo delle
sue formule, da noi si esamina, in perfetta letizia
e competenza, il tè, trovandolo magari in scadenti
condizioni di salute. Anche in questo modo il discorso
inconsapevole di anticipazione, svolto dalla narrativa
di fantascienza, si salda alla realtà quotidiana
in cui ci tocca Vivere.
NOTE
1] La frase
originale di Ruskin suona "teologia della decomposizione",
e compare in Fiction, Fair and Foul, "Essay l'', pubblicato
per la prima volta nella rivista vittoriana Nineteenth
Century (1880-81). Ruskin si scaglia (con toni degni
di un Ceronetti) contro il contemporaneo romanzo a
sensazioni forti, di natura macabra, prendendosela
soprattutto con Dickens. L'espressione, da noi usata,
di teologia del consumo vuole alludere a un concetto
di dissipazione, inteso in un duplice senso: morale
ed energetico.
2] La nozione di entropia
riguarda i valori di energia e di consumo, cosi come
sono espressi dalla seconda legge della termodinamica,
in una prospettiva "della fine del mondo come completamento
interno e necessario dell'evoluzione". Per una discussione
generale del problema, vedi Greg Myers, "Nineteenth-Century
Popularizations of Thermodynamics and the Rhetoric
of Social Prophecy", in Victorian Studies, Indiana
University, Autumn 1985, Volume 29, Numero 1.
3] Per una testimonianza
di quanto fosse diffusa l'idea della correlazione
entropica all'interno della società culturale
vittoriana vedi Myers, citato in nota precedente.
Tra gli esempi da lui dati, scegliamo il seguente,
di Thomas Carlyle (pensato re ostilissimo all'idea
di evoluzione): "Questo piccolo lucore, che cresce
con un bagliore di stella nell'oscurità crescente
della brughiera, (...) è una particella in
se e separata in modo totale dall'universo intero,
o non è piuttosto unita in modo indissolubile
al tutto?". La citazione è tratta da Sartor
Resartus.
4] Vedi la presentazione
del personaggio, soprattutto le parole: "talvolta
egli si meravigliava, quasi con invidia, dell'esaltazione
di spiriti richiesta da un comportamento irregolare".
Siamo proprio in apertura di libro.
5] Della von Franz, vedi
Shadow and Evil in Fairytales Spring Publications,
University of Dallas, 1974 e (riveduto) 1980, a cui
facciamo riferimento. Vedi tutto il capitolo "Possession
by Evil", in particolare pp. 142-45.
6] Ibidem, pp. 143-44.
7] Ibidem, soprattutto
la parte iniziale del capitolo. Anche il capitolo
precedente, "Primitive Levels of Evil".
8] Per la sacralità
del testamento, alle soglie dell'era contemporanea,
vedi Philippe Ariès, Essais sur l'histoire
de la mort en Occident, Paris, Seuil, 1975, in modo
particolare il capitolo 5, "Du sentiment moderne de
la famille dans les testaments et le tombeaux", in
cui si analizza come, fino al 1600, il morente fosse
solo di fronte a Dio e alla Chiesa, e come il testamento
fosse un fatto giuridico che riguardava le autorità
ecclesiastiche, prima di quelle civili. È con
il 1700, quando si muta il rapporto tra l'individuo
e la famiglia, che le ultime volontà ribadiscono,
oltre la separazione causata dalla morte, i legami
che si sono intrecciati all'interno della famiglia,
specie tra padre e figli. Per un'ulteriore caratterizzazione
laica e legale del fenomeno, in tempi a noi più
vicini, si possono citare i romanzi gialli di Agatha
Christie, nei quali il testamento è spesso
elemento dinamico d'intreccio, nel senso che oppone,
in alcuni personaggi, il ruolo familiare alla vera
personalità dell'individuo.
9] Vedi il testo già
citato della von Franz, pp. 140-42. I Trolls, da un'antica
voce nordica, sono nani oppure giganti del folklore
teutonico, che abitano colline o caverne.
10] Forse l'unico esempio
di diverso domestico (ovvero inserito senza traumi
di sorta nel microcosmo familiare) dickensiano è
il famoso e stralunato signor Dick, di David Copperfield.
Un personaggio, invece, come miss Havisham ha, nella
sua follia, chiare connotazioni di figura manipolatrice
del destino altrui. È come un ragno, che annidato
al centro della sua tela, invischia (per vendetta)
la vita delle vittime.
11] È ben noto,
perlomeno tra i cultori di H.G. Wells, come in gioventù
il futuro scrittore fosse stato avviato all'apprendistato
di commesso (draper) in un grande magazzino di stoffe,
e di come H.G. Wells stesso abbia commentato, nel
suo Experiments in Autobiography, che rimanere in
quel posto avrebbe causato certamente la morte precoce
del suo spirito, oltre che del corpo. (H. G. Wells
soffrì a lungo di una forma tubercolare.) Per
un'altra testimonianza autobiografica di questa fase
della sua vita, vedi il romanzo Kipps.
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