Il cinema e l'horror: Giuseppe Iannozzi


BREVE RASSEGNA CINEMATOGRAFICA HORROR DAL 1910 AD OGGI: LE RADICI DEL MALE… LE NOSTRE ORIGINI


Parlare oggi di horror è estramamente difficile, difatti questo genere espressivo ha risentito nel corso degli anni di non poche contaminazioni artistiche; se ieri era possibile descrivere l'horror facendo stretto riferimento ad Edgar Allan Poe come caposcuola di un nuovo genere artistico-letterario, nel giro di pochi anni non è stato più possibile: difatti, intorno agli scrittori, per così dire specializzati, nel costruire storie orrorifiche, si sono venuti ad affiancare una ampia schiera di giovani leve artistiche che hanno fatto del genere horror territorio di nessuno. Le incursioni artistiche coinvolgono il romanzo giallo, quello fantasy, la fantascienza e il noir: da questa prima analisi ex abrupto è impossibile definire oggi che cosa sia realmente l'elemento horror con chiarezza: forse è una commistione di generi artistici fantastici che vogliono soprattutto "spaventare" il pubblico per divertirlo e in alcuni rari casi spingerlo a pensare che l'orrore è quello quotidiano vissuto ogni giorno, quello della routine; il quotidiano è l'ingrediente principe perché una situazione apparentemente normale degeneri in una manifestazione di forze maligne.
Come si è già detto il genere horror ha risentito di non poche influenze ed incursioni: quando Oscar Wilde scrisse il suo più celebre romanzo, "Il ritratto di Dorian Gray" mai avrebbe pensato che nel 1945 potesse diventare un film; "The Picture of Dorian Gray" uscì negli USA nel '45, film diretto da Albert Levin e vedeva nel cast attori del calibro di George Sanders nel ruolo di Mr. Gray, Hurd Hatfield in quello di Lord Wotton e Angela Lansbury. Il film non vanta effetti speciali degni di nota, eppure è considerato un classico del cinema horror; la sceneggiatura è fedele al romanzo e il Dorian Gray della pellicola non è di certo meno convincente di quello del romanzo. E' forse uno dei rari casi dove la cultura cosiddetta "alta" riesce ad integrarsi alla perfezione con gli stelemi dell'horror: si tratta di una pellicola che incute paura quanto rispetto, infatti la paura che Levin dipinge è di quelle viscerali, profondamente psicologiche, un film che non teme di certo gli effetti speciali di "The Crow", una pellicola con una trama debole e un gran dispiegamento di trucchi scenici ma nulla di più. "The Crow" è la trasposizione di un famoso quanto inimitabile fumetto underground di James O'Barr: il fumetto è superbo, ma la trasposizione cinematografica riesce sì e no ad ammaliare qualche pubescente ancora impegnato a debellare dal suo viso le devastazioni dell'acne giovanile. Ad ogni qual modo, "The Crow" esce nel 1994: l'interprete, Brandon Lee, muore, forse Il Corvoaccidentalemente, durante le riprese del film e subito la pellicola viene bollata come maledetta ottenendo, ovviamente, il tutto esaurito nei botteghini di mezzo mondo. Brandon Lee figlio del più famoso Bruce Lee prima di subire la maledizione della famiglia Lee aveva recitato in tanti altri film, tutti di serie B e molti dedicati alla sola distribuzione in videocassetta: insomma il successo non gli arrideva proprio. Ci volle un film come "The Crow" per proiettarlo nell'Olimpo dei grandi attori: sotto la regia di Alex Proyas Brandon diventa "Il Corvo"; parlare della pellicola come un capolavoro horror è ben difficile, difatti se si esclude l'ambientazione dark, la storia si risolve in tre cliché fin troppo abusati in ogni genere cinematografico e letterario, ovvero amore, morte e vendetta. Una coppia di innamorati durante la notte di Halloween vengono assassinati da una banda di teppisti: Eric e Shelley non hanno il tempo di reagire, vengono barbaramente uccisi ed Eric assiste impotente all'assassinio brutale della sua donna per morire poi a sua volta. Ma ad un anno esatto da quel tragico giorno di Ognissanti, Eric risorge per diventare il "Corvo" e portare giustizia nella città: l'anima di Eric deve placare la sua anima in un bagno di sangue, quello di Topdollar capo dei teppisti che un anno prima uccisero lui e la sua donna. Il successo della pellicola, come si è detto, fu grande tant'è che nel 1996 Tim Pope con gran fretta distribuisce presso le sale il seguito del film: "Il Corvo 2" non ha interessato nessuno, neanche i più giovani della generazione Topexan. E come se tutto ciò non bastasse, è immenente l'uscita del Corvo 3... Come si può ben constatatare da questi due esempi, due pellicole horror traggono spunto da due mondi che non gli appartengono: "Il Ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde rappresenta il decadentismo della "nobiltà borghese", il bellissimo fumetto dark di James O'Barr non si presta ad interpretazioni spudaratamente commerciali, eppure di entrambi i soggetti originali sono state ricavate due pellicole con ottimi risultati di botteghino; tuttavia solo per il film di Levin è il caso di parlare di arte, mentre il lavoro di Proyas può esser tranquillamente cestinato senza sparger troppe lagrime di rimpianto.
John W. Campbell con il romanzo "Who Goes There" si attirò nel 1951 l'attenzione di molti cineasti e non: "La cosa" diventò un classico e Campbell già famoso autore di fantascienza, con la trasposizione cinematografica di uno dei suoi massimi lavori finì con il diventare un nome in bocca a molti govani degli anni Cinquanta che poco o nulla conoscevano di SF. Ma "The Thing" diventerà un autentico capolavoro nel 1982 grazie a John Carpenter: se "Who Goes There" di J. W. Campbell è senza ombra di dubbio un classico della SF, la pellicola di J. Carpenter non tradisce lo spirito del racconto di Campbell, anzi lo traduce in "arte" senza per questo svilire la storia originale.
Immagine da "The Thing""Der Golem, wie er auf die Welt kam", produzione tedesca del 1920 per la regia di Paul Wegener e Carl Boese, prende spunto da una leggenda ebraica superbamente romanzata da Gustav Reyrink. "Der Golem" si impone all'attenzione del pubblico per il suo carattere fortemente politico: Loew per contrastare un editto antisemita nella Praga del 500 fa ricorso alle pratiche cabalistiche ed evocare così Astarotte, che darà la vita al Golem. Il Golem prende vita e aiuta la comunità del Ghetto, ma finisce con l'innamorarsi di Miriam, la figlia del rabbino; Miriam respinge le avances del Golem e questi impazzisce ribellandosi al suo creatore. Solo un gesto di tenerezza, un gesto di umanità, lo farà tornare ad essere un pupazzo senz'anima: da notare che è la tenerezza umana a condannarlo ad essere nuovamente una cosa senza anima. La genialità delle scenografie di chiaro stampo espressionista di Hans Poeltzig fanno di "Der Golem" un autentico capolavoro e la sapiente regia di Karl Freund (ricordato soprattutto per "La Mummia" del 1932) trasporta gli spettatori in un mondo tanto onirico quanto ferale dove ogni sequenza è autentica poesia tradotta in immagini. "The Mummy" del 1932 per la regia di Karl Freund, questa volta una produzione USA della Universal, vede il regista impegnato a dar vita ad un altro capolavoro del cinema horror: durante alcuni scavi archeologici viene scoperto il sarcofago di una mummia, Im-Ho-Tep; accidentalmente vengono lette le formule scritte nel papiro di Thoth e la mummia torna in vita per scomparire subito, inghiottita dalla casba. Tuttavia, qualche anno dopo, Ardath Bey, si offre di guidare una spedizione archeologica interessata a scoprir la tomba della principessa Anck-es-en-Amon. Ardath Bey è in realtà la Mummia che qualche anno prima era tornata in vita e che ora vuole richiamar dall'Aldilà l'anima della sua amata: si tratta di una favola romantica che ricalca il mito dell'eterno amore oltre la morte, un tema questo già consumato con successo in film come Dracula e Frankeistein. A render interessante "The Mummy" contribuiscono, oltre la straordinaria intermpretazione di Boris Karloff, gli effetti speciali di John P. Fulton e il trucco di Jack Pierce che non passano di certo inosservati. Prima di produrre "The Mummy", la Universal, nel 1931, aveva già lanciato sul mercato un film culto: "Dracula" per la regia di Tod Browning con interpreti del calibro di Bela Lugosi, Helen Chandler ed Edward Van Sloan. La pellicola ottiene il consenso immediato del pubblico e il mito del Vampiro è ancor vivo oggi tant'è che nel 1992 Francis Ford Coppola annuncia a mezzo mondo l'imminente uscita della suo nuovo film battendo forte il martello sull'incudine che per la prima volta il personaggio di Dracula veniva presentato al grande pubblico in tutta la sua sensualità vampiresca così come Bram Stoker l'aveva immaginato nel suo romanzo del 1897. La pellicola ottiene l'Oscar per i costumi, gli effetti sonori e il trucco di Greg Cammon, Michele Burke e Matthew W. Mungle. Dracula però affonda il suo mito cinematografico nella pellicola "Nosferatu": nel 1922, il primo vampiro fa la sua comparsa sul grande schermo. "Nosferatu Eine Symphonie des Grauens" per la regia di Friedrich Wilhelm Murnau pur non essendo una interpretazione letterale del Dracula inventato da Bram Stoker è sicuramente una grande film: Murnau ci ha regalato un bianco e nero cupo, gotico, dove il Vampiro è un essere malato e nulla affatto sensuale, qualcosa che assomiglia più alla Morte che non ad un Diavolo passionale, e proprio per questo è opera unica nel suo genere. "Nosferatu" di Murnau si ispira chiaramente al Dracula di Stoker e alla sua uscita nelle sale cinematografiche, la vedova Stoker si vide costretta a far causa alla casa di produzione per non aver pagato i diritti d'autore.
Nel 1931 un altro capolavoro letterario, "Frankenstein o il Prometeo moderno" di Mary Shelley, approda sul grande Nosferatuschermo: Mrs. Shelley, moglie di Percy Shelley, aveva inventato il "mostro" nel 1918; il Frankenstein di James Whale è quello più famoso, almeno cinematograficamente parlando, ma già nel 1910 J. Searle Dowley aveva fatto del mostro creato da Mrs. Shelley una icona del cinema e nel 1915 con "Life Without Soul" di Joseph W. Smiley, Franky diventa un cliché della cinematografia, cliché rinnovato nel 1920 da Eugenio Testa con "Il mostro di Frankenstein". Whale pone l'accento nella lotta tra una filosofia positivista e modernista che si illude di riuscire a crear la vita per mezzo della scienza, evidenziando così il problema morale quanto religioso che la morte non può essere governata dalla scienza umana. Il film fu distribuito in bianco e nero virato al verdognolo che la pubblicità recitava come "il colore della paura": la maschera del mostro creato da Jack Pierce è ancora proprietà della Universal così come tutti i diritti di sfruttamento della medesima. Nel corso degli anni in molti hanno ridato vita a Frankenstein: basti ricordare il "Figlio di Frankenstein" per la regia di Rowland V. Lee, "La Moglie di Frankenstein" per la regia di James Whale, "La maledizione di Frankenstein" per la regia di Terence Fischer fino all'ultimo "Frankenstein di Mary Shelley" che vede alla regia Kenneth Branagh, che per questo film si è avvalso di attori del calibro di Robert De Niro e Helena Bonham Carter e lui stesso nelle vesti del dottor Frankenstein. Il film, pur rimanendo fedele alla storia di Mrs. Shelley, è assai meno cupo dei suoi predecessori; bravissimo Robert De Niro nella parte del mostro, ma tutto sommato la pellicola rimane di scarso valore artistico. Più interessante è invece, tornando indietro nel tempo, nel 1976 per esser precisi, la pellicola "Frankenstein Junior" di Mel Brooks con attori del Calibro di Gene Wilder, Peter Boyle e Marty Feldman: si tratta in realtà di una parodia del mito del mostro inventato dalla Signora Shelley, quindi di horror non c'è traccia se non la genialità di Mel Brooks nel sdrammatizzare le tinte cupe della vita e della morte, ma soprattutto di una scienza che vuole a tutti i costi valicare il limite della morte calpestando tutte le più elementari regole morali; la scienza viene derisa, sceverata di ogni attributo razionale per esser ridotta (o costretta) in un contesto di varietée.
Il lupo mannaro è un altro personaggio caratteristico del cinema horror: "The Wolf Man" del 1941 per la regia di George Wagner è forse il licantropo più famoso della cinematografia horror e sicuramente il meglio riuscito nella lunga serqua di film dedicati al mostro. "The Curse of the Werewolf", produzione britannica, regia di Terence Fisher merita qualche parola in più: in una cittadina spagnola, il marchese Dawson non riesce, nonostantate le sue avances, a conquistare i favori della figlia sordomuta del carcerire, quindi si risolve di farla incarcerare nelle segrete dove sta anche un mendicante. Questi, seppur allo stremo delle forze, prima di morire violenta la ragazza con fregola belluina; Yvonne fugge coraggiosamente dal carcere e un medico, Don Alfredo Carido, si prende cura di lei e del bambino che sta per avere. Ma il bambino che nasce dallo stupro non è normale, difatti è un licantropo, la cui vera natura verrà alla luce solo in età matura. La filosofia fisheriana indica nel mendicante ridotto ad una condizione animale il motivo scatenante della licantropia: il peccato carnale commesso dall'uomo contro la donna genera il male, un simbolismo tutto cristiano che conferisce alla pellicola una certa sua malinconia romantica; quando il licantropro, Reed, alla fine muore, la sua dipartita viene enfatizzata dalle lagrime che scendono copiose dagli occhi del lupo. Il film inizia con un suono, tocchi di campane a nozze e termina con un altri tocchi di campana, questa volta, a morte. "An American Wolf in London" per la regia di John Landis, pellicola del 1981, è un raro caso dove è legittimo parlar di film culto: la licantropria è tradotta magistralmete da Landis in autentico horror; la trama è quella di due studenti americani, David e Jack, turisti in Inghilterra che si smarriscono nella brughiera in una notte di plenilunio... un lupo uscito dalla nebbia uccide Jack e ferisce David... il resto è facilmente immaginabile. Il film è innovativo soprattutto per gli effetti speciali: per la prima volta sullo schermo l'uomo si trasforma in licantropo, un film inimitabile che valse a Rick Baker l'oscar per il trucco. "Wolf", pellicola americana del 1994 per la regia di Mike Nichols, vede tra i protagonisti un attore che non ha bisogno di tante presentazioni: Jack Nicholson. Nicholson è affiancato dalla bravissima Michelle Pfeiffer e anche in questa film il trucco è affidato alle amorevoli cure di Rick Baker, mentre la colonna sonora è addirittura firmata da Ennio Morricone. La sceneggiatura di Jim Harrison ci mostra un lupo mannaro sceverato del suo lato buio: Nicholson grandissimo attore ha bisogno poco o nulla di effetti speciali, bastano, si fa per dire, le sue smorfie animalesche, i suoi cachinni, gli occhi stralunati (chi non ricorda lo sguardo teneramente animale nella superba interpretazione di Qualcuno volò sul nido del cuculo e quello folle in Shinining?)... la figura di Nicholson è al centro di tutta la pellicola, è lui a dar corpo al lato animale dell'uomo.
NosferatuAltro tema tipico dei film d'horror sono gli zombies: "I Walked with a Zombie" del 1943 per la regia di Jacques Tourneur è un buon film che venne sceneggiato da Ardel Wray e Curt Siodmak su soggetto tratto da un resoconto di Inez Wallace che qualcuno dice influenzato da "Jane Eyre" di Emile Bronte. La trama: sull'isola di St. Sebastian giunge Betsy, infermiera assunta per assistere Mrs. Jessica Holland afflitta da una progressiva forma di pazzia che l'ha portata alla quasi totale paralisi. Molti gli intrecci sentimentali, a dir poco svenevoli e che rendono la pellicola pesante e noiosa, intrecci che sono tenuti insieme da riti vodoo. Pur non essendo un capolavoro, questo film mette IN NUCE la dicotomia bene/male presente nella civiltà umana, anche quella più isolata: il male è una componente inestinguibile della natura umana. Il videoclip di Michael Jackson, "Thriller", è considerato a tutti gli effetti una pellicola horror: John Landis dirige il film nel 1983, costo 500mila dollari, trucco di Rick Baker (si veda Un lupo mannaro americano a Londra); il videoclip è un piccolo capolavoro ma la sceneggiatura è tiepida e se non fosse per gli effetti speciali, con tutta probabilità sarebbe passato inosservato. Non vanno poi dimenticati film come "Night of the Living Dead" del 1968, "Dawn of the Dead" del 1979, "Day of the Dead" del 1985 tutti per la regia di George A. Romero mentre "Night of the Living Dead" del 1990 per la regia di Tom Savini è il remake delle pellicole "Dawn of the Dead" e "Day of the Dad" di George A. Romero, che ha dato nuova vita al mito degli zombies creando un vero e proprio ciclo cinematografico ad essi dedicato. Vale la pena citare "The Return of the Living Dead" del 1985 per la regia di Dan O'Bannon compagno di corso del più famoso John Carpenter: O'Bannon ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio "Dark Star" del 1974 e nel 1979 ha scritto la sceneggiatura di "Alien". Il film non aggiunge niente di nuovo al mito popolare degli zombies già resi immortali da George A. Romero: punto di forza della pellicola è quello di metter a nudo una società malata dove le nuove etnie di giovani punk e rock sono (forse) l'incarnazione più spaventosa di un mondo senza ideali, e quasi vien da domandarsi chi è più morto, le nuove generazioni allo sbaraglio nelle metropoli o gli zombie?
Altro tema caro al cinema horror sono le case maledette, le chiese sconsacrate, le cittadine infestate da diavoli e fantasmi: è d'obbligo citare almeno "The Amityville Horror" del 1979, regia di Stuart Rosemberg, "Beetlejuice" del 1988, regia di Tim Burton, "Evil Dead" del 1983, regia di Sam Raimi, "The People Under the Stairs" del 1991, regia di Wes Craven, "La Chiesa" del 1989, regia di Dario Argento, il superbo "Mystery of the Wax Museum" del 1933, regia di Michael Curtis, "I, Madman" del 1988, regia di Tibor Takacs, "The Haunted Palace" del 1963, regia di Roger Corman, "The Curse of the Cat People" del 1944, regia di Robert Wise e lo splendido ed intramontabile "The Rocky Horror Picture Show" del 1975, regia di Jim Sharman con attori del calibro di Tim Curry, Barry Bostwick, Susan Sarandon, Rchard O'Brien.
Dozzinali i film dedicati ai pazzi assassini: il ciclo "Friday the 13th" inaugurato nel 1980 da Sean S. Cunningham ha tenuto vivo l'interesse degli spettatori per oltre 15 anni; l'ultimo lungometraggio dedicato a "Venerdì 13" porta il titolo "Jason Goes to Hell", regia di Adam Marcus. Toni più onirici e lovecraftiani sono riscontrabili nel ciclo "Nightmare": la prima pellicola, "A Nightmare on Elm Street" del 1984 per la regia di Wes Craven fu un capolavoro, peccato che il personaggio di Freddy Krueger compaia in ben sette film per il grande schermo, dieci anni con F.K.: c'è da domandarsi come il pubblico abbia resistito tanto a lungo davanti al personaggio di Freddy Krueger senza spaventarsi dalla noia... e non è ancor chiaro se Freddy Krueger tornerà sul grande schermo, ma è quasi sicuro che avrà ancora lunga vita in film da videocassetta, e non è da escludere che qualche regista alle prime armi ne rinfreschi il mito proponendo al pubblico altre pellicole di serie B, che ovviamente non potranno non attirare l'attenzione della "volontà popolare" sempre ben disposta a farsi turturare dalla banalità.
Parlando di cinema horror serio, impossibile non ricordare il capolavoro di Alfred Hitchcok, "Psyco" del 1960: Marion Crane, impiegata modello presso un ufficio di Phoenix, si lascia tentare da una considerevole somma di danaro che le viene data in consegne e che alla fine ruba. Durante la fuga fa una sosta presso il Bates Motel e viene accoltellata sotto la doccia. Il film è tratto dal grande romanzo di Robert Bloch che si ispirò alle vicende del serial killer Ed Geint. La pellicola è un capolavoro, un classico intramontabile con attori di grandissima statura artistica: Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles e John Gavin. Altra pellicola capolavoro, anche se in questo caso forse è il caso di parlare di arte allo stato puro, è "Shining" del 1980 per la regia del geniale Stanley Kubrick, interpreti, Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers. Kubrick ha riletto in chiave cinematografica il romanzo di Stephen King: lo scrittore si è detto assai scontento di come Kubrick aveva chiosato il suo scritto, ma guardando il film kubrickiano e leggendo il romanzo di Stephen King, risulta evidente come il film sia nettamente superiore al libro; è forse uno dei rari casi dove la pellicola è pura arte, mentre il romanzo, pur rimanendo un grande romanzo, non raggiunge la perfezione dimensionale/mentale/labirintica, caratteriale, psicologica ed onirica tracciata nelle immagini kubrickiane. Nel 1973 William Friedkin con "The Exorcist" terrorizza il mondo intero: gli esorcismi diventano per la prima volta "materia" di disquisizione e nei bar e nei confessionali, la paura di essere indemoniati dilaga a macchia d'olio, tutti corrono in chiesa a farsi battezzare, tutti credono che il proprio vicino di casa sia indemoniato. Con "The Exorcist" il mondo dell'horror non è più lo stesso: la religione cristiana, il terrore del Demonio, diventano immaginario collettivo e il cristianesimo si trasforma da religione popolare in oggetto (soggetto) di indagine teopsicologia borghese. L'ottima scelta del cast, Ellen Burstyn, Linda Blair, Max Von Sydow, ha contribuito non poco al successo del film che ha ottenuto l'Oscar per la sceneggiatura di William Peter Blatty. Nel 1977 esce "Exorcist II: The Heretic", regia di John Boorman, è un film debole ma riesce comunque ad attirare l'attenzione del pubblico; nel 1990, P. W. Blatty firma la regia di "The Exorcist III", un autentico flop commerciale che attira non poche critiche negative e da parte del pubblico e da parte della critica più raffinata. Altro grande capolavoro immortale è "Phantom of the Paradise" del 1974, regia di Brian De Palma, interpreti Paul Williams, William Finley, Jessica Harper, George Memmoli: le scenografie di Sissy Spacek sotto la supervisione del marito Jack Fisk, quale direttore artistico, aiutano il film non poco a decollare. La pellicola si aggiudica il "Gran Premio al festival del film di Fantascienza - Avoriaz 1975". "Carrie" del 1976, la regia è sempre quella di Brian De Palma, è tratto dal primo romanzo di Stephen King, interpreti, Piper Laurie, Syssy Spacek (già addetta alla scenografia per Phantom of the Paradise) ed Amy Irving. Syssy Spacek per questo film insieme a Piper Laurie si aggiudicò una Nomination all'Oscar. E' ancora la penna di Stephen King ad ispirare un altro capolavoro in pellicola: "The Dark Half" del 1993, regia di George A. Romero, con attori del calibro di Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, ricorda al mondo che l'uomo ha una doppia natura, quella del Dr. Jekyll e quella di Mr. Hyde. E la prima trasposizione "intelligente" sul grande schermo del celeberrimo romanzo di Robert Louis Stevenson risale al 1932, una produzione USA, regia di Rouben Mamoulian, intrepriti indimenticabili come Fredrich March, Mirian Hopkins e Holmes Herbert; già nel 1920 John S. Robertson tentò di tradurre in linguaggio cinematografico le due facce del bene e del male ricorrendo ai personaggi di R. L. Stevenson, ma solo nel '32 Dr. Jekyll e Mr. Hyde diventano due icone del cinema horror; e nel 1996 Stephen Fears rilegge in chiave filosofica il dramma umano di Jekyll/Hyde con la pellicola "Mary Reilly", un lavoro senza né lode né infamia. Ed infine, IT, l'orrore firmato Stephen King, romanzo che ha disegnato un mondo di paure che noi tutti conosciamo e non osiamo ammettere: sicuramente "IT" è il capolavoro del Re dell'Orrore, incentra in "esso" tutte le paure moderne della nostra civiltà falsamente civile. Dal romanzo è stato anche tratto un film televisivo per la regia di Tommy Lee Wallace: la pellicola risale al 1990, un film debole e nell'intepretazione e nella sceneggiatura che non rende affatto giustizia al genio di King.
La cinematografia horror è ricca, molto ricca: spesse volte le pellicole prodotte sono di poco o nullo valore, ma come si è avuto modo di vedere non mancano casi dove si può parlare tranquillamente di arte. E l'Arte con la A maiuscola, oggi che nessuno o pochi veramente la comprendono, fa veramente paura, sicuramente di più di un film horror!

GIUSEPPE IANNOZZI


Segnala questa pagina ad un amico - servizio offerto da Bravenet

Inserisci:        

Stampa questa pagina