Tras una cortina de años: Claudio Tanari


Chihuanku chihaunku
Machaycku chihaunku
China jampahataua
Kasayku chihuanku
Huila palomita


(Canto quechua, dal significato incerto)

 

Il sole, un globo ancora pallido, si alzava lentamente sulle cime dei Monti Tharsis. La larga costellazione falcata stava per scomparire lassù, vicino allo zenit: gli specchi orbitali, invisibili durante il giorno, avrebbero continuato per molto tempo ancora il loro lento lavoro di riscaldamento delle calotte polari.

Carlos si incamminò boccheggiando verso l’altura di fronte alla Base Ares 973, emettendo dense nuvole di respiro condensato; era lì da sei mesi, presso la Regione Equatoriale, per disattivare e verificare la possibilità di riconversione delle microfabbriche di gas superserra: anche grazie a loro il processo di ecopoiesis sul pianeta poteva dirsi in via di ultimazione. L’atmosfera marziana era diventata più densa, o almeno abbastanza da filtrare i raggi cosmici e trattenere il calore del sole. Adesso le emissioni di ossido di carbonio potevano essere drasticamente ridotte: gli organismi estremofili – batteri, funghi e muffe geneticamente modificati e gli agenti molecolari artificiali stavano sintetizzando con incredibile efficienza l’ossigeno necessario alla vita riproducendosi a velocità esponenziale; striature di un verde acido, visibili persino dai rilevatori orbitali rigavano il suolo, soprattutto in corrispondenza della fascia equatoriale: il “pianeta rosso” stava cambiando, lentamente, aspetto. Ares 973 avrebbe ospitato una coltura sperimentale idroponica: un primo passo verso l’autosufficienza delle colonie umane su Marte. La Base era stata rilasciata quasi centocinquant’anni prima da una navetta automatica dell’International AreoSpace Agency insieme a centinaia di altre simili, disseminate lungo l’asse a Nord – Ovest dei bacini da impatto di Hellas e Isidis, aveva toccato la superficie marziana proprio presso il limite settentrionale del bassopiano di Argyre, una depressione quasi del tutto priva di rilievi per migliaia di chilometri. Ares 973 aveva lavorato per molti anni in solitudine, poi era stata affiancata da moduli abitativi simili a grandi igloo: ora sarebbe stata a stento riconosciuta dai suoi vecchi progettisti.

Marte, naturalmente, esigeva il suo pedaggio: l’atmosfera ancora fredda e rarefatta, frutto di due secoli di fallimenti e di entusiasmi, tagliava il fiato al minimo sforzo; sotto i piedi di Carlos il terreno cominciava a sollevarsi quasi inavvertitamente: avrebbe continuato a farlo fino ai 1500 metri del Monte Arsis e, più oltre, ai 2700 del Monte Olimpo. Cime ancora irraggiungibili: da quelle parti la percentuale di ossigeno rimaneva proibitiva per gli esseri umani, meno del dieci per cento. Durante l’estate marziana lo sciogliersi dei ghiacci sotterranei e di quelli polari rianimavano di un velo d’acqua i letti erosi dei fiumi e le distese marine prendevano l’aspetto di basse, immense, paludi; l’inverno, però, riportava su quel mondo il gelo di una morte ciclica. Il progetto di terraformazione di Marte, nato come una sfida – o una scommessa - formidabile, sopravviveva sostenuto da una fragile speranza.

- Hola, Ingeniero! Viene a godersi l’alba con nosotros? – suonò la voce allegra di Chico, l’operaio addetto al turbocompressore di Ares 973.

- Porqué no, Chico, porqué no – ansimò Carlos nella lingua ormai estinta parlata dagli operai indios.

Sul crinale della collina, proprio di fronte ai profili lontani dei Tharsis e al cielo colore del fuoco, una decina di tozze sagome si dondolavano infagottate negli abiti da lavoro esterno.

- Bello eh? – indicò Chico verso l’orizzonte.

- Sì, bello… - rispose poco convinto l’ingegnere.

- Companeros, el Ingeniero tiene nostalgia de la Tierra! – ammiccò l’indio all’indirizzo del gruppo dei suoi amici.

La Terra… Carlos era nato trentaquattro anni prima a Gassendi, la vecchia stazione lunare costruita nel 2058, tra le prime sul satellite ad essere abitata da una colonia umana permanente. Sulla Terra era stato sei volte: ogni volta aveva finito per aspettare con impazienza l’imbarco sulla navetta per la Luna o per una missione. La Terra… I disastri ambientali dell’inizio del Secondo millennio avevano profondamente mutato il volto del pianeta: tropicalizzazione dell’area temperata e desertificazione, insieme al fenomeno della sovrappopolazione, ormai fuori controllo, ne avevano reso aree molto estese pressoché inabitabili. Gli piaceva a volte ricordare il pianeta attraverso gli antichi e quasi introvabili microdischi, memorie di una arte perduta, di una letteratura per immagini che per circa duecento anni si era chiamata “cinema”, soppiantata ormai da tempo dalla virtualis.

- Ce l’hai un po’ di chicha, Miguel? Sai, es para el nuestro amigo Carlos

La chicha, il rimedio contro la melancolìa e la fatica, da tempo immemorabile tradizionale toccasana degli indios andini.

- Gracias, Chico, non importa…

- Tenga, Ingeniero, a me sembra invece che lei oggi ne avrà proprio bisogno – replicò sottovoce l’indio.

Carlos masticò il grumo un po’ gommoso della chicha sintetica, prodotta artigianalmente dai chimici di Ares 973: il sapore ricordava molto da vicino l’originale terrestre, un vegetale non ancora pronto per Marte. Anche l’effetto, leggermente euforizzante all’inizio, poi rilassante, era quello giusto…

- Sai, Chico, mi sono chiesto spesso da dove vieni, qual è la tua storia – chiese Carlos, ora in vena di confidenze.

- Bueno, io e quasi tutti i miei amici qui presenti siamo stati trasferiti su Marte da Nueva Santiago, sulla cordigliera delle Ande, qualche anno dopo la chiusura delle miniere di rame. Ci dissero che qui c’era bisogno di noi – continuò sorridendo – Il lavoro era duro ma la paga buona, ci promisero. E noi lasciammo le nostre case, portandoci dietro le famiglie – accennò ai moduli abitativi della Base.

Juan, un altro operaio, cominciò a soffiare dentro la sua tutruca una melodia struggente.

Carlos ricordò la terza e probabilmente ultima volta che era stato sulla Terra, dieci anni prima: appena sbarcato, l’impressione provata a contatto con la folla di Ciudad Bolivar nel suo paese, la Nuova Columbia, gli aveva mozzato il respiro, così come la densità e l’odore dell’aria, satura di ossido di carbonio, miasmi e umidità. “Come entrare in una stanza affollata e senza finestre”. Rimpianse lo spazio rarefatto di Gassendi, la sua atmosfera artificiale respirabile e leggera… Fu l’ultima volta che vide sua madre: boccheggiante, in un letto di ospedale anch’esso sovraffollato e caotico; si era rifiutata di seguirlo sulla Luna malgrado le sue insistenze, aveva contratto un enfisema polmonare, la malattia che si portava via buona parte degli anziani sopra gli ottant’anni…

Adesso attaccò la sicuris di Chico, che si era unito al concerto. Carlos guardò gli operai che suonavano, gli occhi lucidi e allegri. Operai andini… Praticamente dei privilegiati, su Marte: l’ancora bassa percentuale di ossigeno presente nell’atmosfera marziana non rappresentava un problema per i loro polmoni, abituati dall’evoluzione a cavarsela a grandi altezze. Un certo Miguel raccontava di aver scalato il monte Arsis fin quasi a metà della sua altezza: naturalmente non era possibile, a quella quota gli alveoli polmonari di qualsiasi essere umano sarebbero esplosi per lo sforzo. Però a tutti piaceva crederlo, ottimisticamente. Del resto solo i nipoti dei circa duecentocinquanta uomini presenti sul pianeta avrebbero, forse, potuto vivere su Marte senza danni alla salute. Ammesso che tra qualche decennio ci fossero ancora nipoti da evacuare dalla Terra…

- Allora, Chico, portami al turbocompressore – si scosse Carlos scaldando i muscoli irrigiditi.

- Seguro, ingenieriero! Andiamo a vedere come sta il “piccolo”: da qualche giorno fa i capricci. – Prima però, un buon caffè a casa mia! - Ammiccò sfregandosi le mani l’operaio.

La luce del sole radente faceva risaltare i particolari del suolo arido e arrugginito allungando le ombre dei due uomini che si avviarono verso il modulo della base abitata da cui provenivano voci di bambini.

- Horacio, Violeta! Y tu tambien Victor, callate! Mi scusi, Ingeniero, ma quelle piccole pesti cominciano a litigare di primo mattino…

Carlo sorrise al ritmo regolare del suo affanno. L’ambiente, caldo e sufficientemente spazioso, era arredato con mobili in materiale sintetico stampato la cui efficienza tecnologica era attenuata da tappeti e stuoie dai colori vivaci in lana di alpaca.

- Ma questi… - fece Carlos indicandoli. Le rigide norme dell’IASA sui trasferimenti dalla Terra e dalla Luna vietava il trasporto di ogni carico ritenuto superfluo.

- Lo so, Ingeniero, sarebbe proibito, lo interruppe fingendosi mortificato Chico, ma mia moglie, sa com’è, ci teneva a portarsi dietro un po’ del suo corredo nuziale e…

Victoria, la moglie di Chico entrò dal locale cucina seguita dai tre figli: la più grande, Violeta, teneva tra le mani un vassoio di legno decorato su cui erano poggiate due tazzine di terracotta fumanti.

Chico strizzò un occhio all’indirizzo di Carlos in cerca di complicità. Violeta aveva la pelle scura e i capelli neri e lucidi, gli occhi a mandorla grandi e luminosi ricordavano senza ombra di dubbio quelli della madre.

Il locale adesso profumava dell’aroma di caffè mentre il piccolo Horacio giocherellava assorto su un tappeto con un piccolo lama di pezza canticchiando una filastrocca.

- Gracias, señora – disse Carlos alzando la tazzina in un moto di improvviso e ritrovato calore umano.

- De nada, Ingeniero, no hay de que!

- Diavolo di una donna! Non vuole imparare el inglès! Crede ancora di essere sulla cordigliera, quella selvaggia! Fece Chico quando furono sul sentiero che portava alla cupola biancheggiante del turbocompressore.

- E se avesse ragione lei…? Disse quasi fra sé Carlos.

- Che vuole dire, con questo?

- Hai mai pensato di tornare sulla Terra? Riprese, senza rispondere, Carlos.

- Sulla Terra, Ingeniero? E che differenza farebbe, per noi? Sulla cordigliera il deserto era più asciutto di questo! - Rise di gusto Chico – Stiamo bene, qui. C’è il lavoro, la paga, una casa… Un bel panorama! – indicò con un gesto l’operaio. – Non crede, Ingeniero? – fece Chico più serio - Costruiremo un nuovo e bel paese per viverci!

Carlos annuì poco convinto trascinando pesantemente in avanti i suoi passi; ad un tratto vide una minuscola macchia gialla tra le rocce color ocra. Pensò ad uno scherzo della penuria di ossigeno o ad un giocattolo dimenticato dai figli di Chico.

- Lo vedi anche tu? – Accennò cercando di mettere a fuoco la macchia.

Chico acuì lo sguardo poi si mise a correre verso il punto indicato da Carlos.

- Madre de diòs, Ingeniero… es un copihue! Un fiore delle mie parti, arrivato quassù chissà come! Mira, pobre niño

L’operaio non osava toccare quella forma fragile simile ad un croco di montagna: il corredo di Victoria, probabilmente, uno o più semi tra le fibre di alpaca.

- Juan, Miguel! Victoria, lleva los niños! Todos aquì! Un copihue! Cuidados muchachos, attenti a non calpestarlo! Ecco, rimanete indietro…

Victoria, la moglie india, cominciò ad intonare un antico canto quechua:

 


Yo quiero que a mi me entierren
Como a mis antepasados
En el ventre obscuro y fresco
De un vasija de barro
Cuando la vida se pierda
Tras una cortina de años


La brezza fredda di Marte, stiepidita dal sole ormai alto sul cerchio di uomini, accarezzava i capelli di Violeta, asciugava le lacrime di Carlos, soffiava sui petali del copihue scendendo dalle cime alte dei monti Tharsis fino alla sterminata pianura del bassopiano di Argyre.


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