L’elenco telefonico di Atlantide: Tullio Avoledo



L'elenco telefonico di Atlantide

L’elenco telefonico di Atlantide

Tullio Avoledo

Sironi Editore, Milano, 2002

pagine 527

euro 17.00


Il romanzo di esordio di Avoledo si presenta con le aspettative di un titolo misterioso e suggestivo; si snoda agevolmente per le prime duecento pagine in una vicenda mainstream, intreccio di personaggi comuni e di fatti di ordinaria quotidianità italiana; assume per le seguenti trecento toni fantastico-fantascientifici di complotto universale; fino a dichiararsi, a poche pagine dalla fine, un Urania pubblicato nel posto sbagliato e dall’editore sbagliato e far tornare i conti su tutto, titolo compreso.

Il protagonista, Giulio Rovedo, friulano, sposato con un figlio, impiegato nell’ufficio legale di una piccola banca di provincia, nel giro di poche settimane si trova immerso in un turbinio di eventi che arrivano a sconvolgergli la vita lavorativa e privata. La potente Bancalleanza, costola finanziaria della multinazionale Covenant Foundation, si appresta ad assorbire la piccola banca per cui lavora Rovedo, che si trova suo malgrado invischiato in intrighi tra colleghi, dinamiche di mobbing, sabotaggi informatici e, parallelamente, in una crisi famigliare e personale innescata da riflessi della situazione lavorativa.

In questo clima di incertezza Rovedo si muove sempre più innervosito ed incerto, i suoi punti di riferimento cadono uno ad uno vittima di strani personaggi incontrati per caso: uno pittoresco compagno di viaggio in treno che parla di strani ritorni di divinità egizie; un hacker un po’ esaurito che farnetica di universi paralleli dove il nazismo ha avuto la meglio; il nuovo capo del personale, donna con intraprendenza tale da fargli andare in crisi il matrimonio; un vicino di casa dalla vita sregolata, alcolizzato e perennemente malandato e guarito da una fonte d’acqua miracolosa nelle cantine del palazzo Nobile…

Le debolezze e le idiosincrasie di Rovedo, personaggio colorito, sgradevole, sarcastico e tutt’altro che politically correct, sono il trait d’union dei vari eventi: la vicenda subisce un’accelerazione improvvisa, le tante sotto-trame solo accennate prendono vita, sparano fuochi d’artificio in tutte le direzioni, ne nascono continui intrecci, riferimenti incrociati, traiettorie inaspettate; si intuiscono tasselli di un puzzle dalle trame universali a tratti irreale, surreale, incredibile; grondante di riferimenti mitologici, storici, culturali; carico di vicende umane, grottesche, intricate.

Il senso di vertigine che si trova ad affrontare il lettore, catturato da un caleidoscopico intrecciarsi di eventi, tra ricerche dell’Arca dell’Alleanza, ritorno di divinità egizie, microchip emozionali, miraggi del Sacro Graal, battaglie tra Bene e Male, assume forme oniriche, anche grazie ai continui accenni, ai ripetuti flash-back e déjà vu che, in modo sorprendente ed affascinante, la scrittura di Avoledo cerca e induce (anche con i numerosi “ammiccamenti” delle continue citazioni fantastiche, cinematografiche e fantascientifiche); con culmine nel gran finale, dove ripetuti colpi di scena ribaltano le prospettive e danno ai fatti narrati una chiave di lettura spiazzante.

Repentinamente tutti i tasselli vengono riordinati, le apparenti incongruenze incontrate nella lettura assumono un aspetto di instabile logicità, lasciando il lettore stordito e contemporaneamente soddisfatto, assuefatto dal godimento per il traboccante piacere nella lettura, per la facilità con cui si è sentito portar per mano in un scenario turbolento, vivace e variopinto, metafora della apparente ordinarietà e delle dinamiche nascoste che governano il nostro quotidiano.

Marco Mocchi


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