I®: Annarita Petrino

 

“Ciao Mamma, sono a casa.”

“Megan, cara, com’è andata a scuola?”

“Le solite cose. Abbiamo finito con il secondo ciclo della programmazione. Speriamo di poter passare presto alle perimentazioni al Centro di Programmazione Robotica.”

“E che mi dici di Jeoffrey?”

La ragazza distolse lo sguardo: “Scusa mamma, ma preferisco non parlarne. Vado in camera mia.”

Quindi schizzò su per le scale, entrò in camera sua e buttò lo zaino olografico sul letto ad acqua. Lo zaino lo davano in dotazione insieme a tutto il resto del materiale scolastico. Era uno dei vantaggi di frequentare l’esclusivo Istituto di Programmatori nella quale studiavano i futuri analisti robotici. Megan la frequentava ormai da tre anni e si poteva dire che la robotica ormai per lei non avesse più segreti. All’età di diciotto anni era la più giovane e la più in gamba dell’intero Istituto. I professori erano molto orgogliosi di lei eppure lei sentiva di non essere soddisfatta. Inoltre era molto preoccupata per l’esame di sbarramento che di lì a pochi giorni avrebbe decretato chi tra gli studenti fosse effettivamente degno di continuare negli studi. Tutti le dicevano di non preoccuparsi, ma lei avrebbe continuato a farlo, almeno fino a quando Jeoffrey non si fosse deciso a svegliarsi. Se ciò non fosse accaduto, lei non avrebbe mai superato quell’esame.

Si sedette davanti al suo portatile indossando la cuffia ottica e i ditali. Quindi riprese pazientemente a spulciare ogni singolo byte del programma Jeoffrey. Per l’ennesima volta li ricontrollò tutti scrupolosamente, uno per uno. Era tutto perfettamente a posto, tutto in regola, secondo le leggi della Programmazione Robotica. Non c’era nulla che non andasse, eppure Jeoffrey non aveva coscienza di sé. Da quando lo aveva messo insieme non si era mai svegliato.

Era accaduto solo alcuni mesi prima, quando i professori avevano cominciato a parlare dell’esame di sbarramento. Ogni studente doveva scegliersi un progetto e portarlo a termine per l’esame e sarebbe stata la valutazione di quel compito a decretare il loro futuro.

Megan si era scelta in verità il progetto più difficile: assemblare e programmare un robot affinché fosse in grado di interagire con gli esseri umani. I professori l’avevano invitata a riflettere bene sulla sua scelta, ma Megan era stata irremovibile e alla fine tutti avevano convenuto che fosse l’unica in grado di portare a termine un compito così difficile.

La prima parte era stata una passeggiata, dato che tutto il primo anno di corso era dedicato allo studio dell’assemblaggio di un automa. Il mondo ne era pieno, ma in realtà la maggior parte della gente non era in grado di dire come funzionasse effettivamente un robot. Era quello che ti insegnavano durante il secondo e il terzo anno di corso ed era la ragione per cui gran parte degli studenti non riuscivano ad accedere al triennio successivo, dedicato esclusivamente alla programmazione di un robot. La teoria di base era di per sé già molto complicata, con un numero di variabili così alto che individuare la combinazione giusta non era impresa da poco. Era infatti quella dell’intuito una qualità indispensabile per un buon programmatore.

Di intuito Megan ne aveva parecchio ma fino a quel momento non le era servito a molto.

Si tolse la cuffia, lanciandola nervosamente sulla pila di cd di testo che ingombrava la scrivania. Si stropicciò gli occhi. Era stanca.

Decise di accedere alla sua casella di posta per vedere se ci fossero dei nuovi messaggi. Non appena si fu connessa il suo programma di chat la avvertì che I® desiderava parlare con lei.

Megan sbuffò.

Ancora quel rompiscatole. Ma perché non mi lascia in pace e pensa a qualcos’altro?

 


-tok tok-

Uffa...

-tok tok-

Il tempo di controllare la posta!

-tok tok ci sei?-

E va bene, va bene.

-si ci sono-

-ciao-

-ciao-

-perché non rispondevi?-

-stavo controllando la mia posta-

-bene, che fai?-

-te l’ho detto, controllavo la mia posta-

-:))))-

-sono un po’ di fretta…-

-:(((-

-lo studio…-

-va bene, ti vedrò presto-

-ma si, certo-

-ciao-

-ciao-

 

Nel frattempo Megan aveva avuto modo di controllare che nella sua casella di posta in arrivo non c’era nessun nuovo messaggio. Sbuffò e spense il portatile. Era stanca.

 

L’indomani si recò a scuola di buonora come al solito e non mancò al suo appuntamento quotidiano con Jeoffrey. Quando aveva manifestato il desiderio di affrontare l’esame di sbarramento assemblando e programmando un robot, l’Istituto le aveva messo a disposizione un intero laboratorio dove poter lavorare in santa pace. Da allora vi si era recata ogni giorno e in poco più di un mese aveva messo insieme il corpo di Jeoffrey. Poi era passata a lavorare sul cervello, la cui costruzione aveva richiesto circa due mesi. Una volta pronto era stata la volta della sua programmazione. Quindi aveva posto il cervello al suo posto, nel cranio, ormai da qualche settimana e da allora stava ancora aspettando che Jeoffrey si svegliasse.

Il corso di formazione dell’Istituto prevedeva periodiche visite al Centro di Programmazione Robotica e Megan aveva avuto modo di assistere più di una volta all’attivazione di un robot e ne ricordava ogni dettaglio: il momento fatidico del posizionamento del cervello all’interno del cranio e l’illuminazione verdastra degli occhi. La colorazione di questi ultimi era a scelta. Quelli di Jeoffrey erano celesti, ma quando Megan aveva posizionato il suo cervello essi non si erano illuminati.
Non era successo un bel niente.

 

Entrò nel laboratorio e lo vide. Lì davanti a lei, seduto su una poltrona di acciaio, c’era Jeoffrey. In piedi sarebbe stato alto più di due metri, ma anche seduto era ugualmente imponente. La testa reclinata in avanti, perfettamente liscia, con una congiuntura appena visibile nel punto in cui si apriva. Due grate al posto delle orecchie, un naso ed una bocca appena accennati. Doveva avere una bella voce, profonda e metallica…avrebbe tanto voluto sentirla.

Si fermò davanti all’automa, sul punto di dirgli qualcosa. Poi ci ripensò e andò a prendere posto al terminale del laboratorio al quale era collegato anche il robot. Lo accese e inserì la password d’accesso ai dati di Jeoffrey. Caricò poi il programma di verifica delle probabilità, utile per verificare l’esattezza delle combinazioni nella programmazione.

Il programma le passò al setaccio una per una ma non trovò nessuna anomalia. La risposta, quindi, fu identica alle precedenti: tutto perfettamente in ordine.

Megan spense tutto e si alzò.

“Insomma!” urlò portandosi davanti al robot “Si può sapere perché non parli? Ti vuoi decidere a svegliarti, si o no?!”

L’eco delle grida si spense all’interno delle mura del laboratorio, ma da parte del robot non vi fu alcuna reazione. Megan allora afferrò il cavo di alimentazione che collegava ancora Jeoffrey ai generatori dell’Istituto.

“Non c’è alcuna ragione per continuare ad alimentarti! Sei solo un essere assemblato…privo di vita!”

Megan piangeva per la rabbia, sul punto di staccare il cavo. Ma non lo fece. Lo lasciò cadere a terra posando la mano sulla testa di Jeoffrey.

“Se non ti svegli, per me è finita.”

 

Il resto della mattinata passò tranquilla. Megan tornò a casa e come al solito controllò la posta. C’era un nuovo messaggio in arrivo. Si trattava di un estratto di una fiaba vecchissima, intitolata “La Bella addormentata nel Bosco”. Era il pezzo in cui la principessa veniva svegliata dal suo profondo sonno. Il messaggio non aveva mittente.

Chi poteva averglielo mandato?

-tok tok-

No!

-tok tok-

Ti prego...

-tok tok-

Non sono proprio dell’umore adatto

-tok tok ci sei?-

 

Megan non aveva alcuna voglia di chattare con I®. A dirla tutta ne aveva abbastanza di quella storia. Tutto era iniziato qualche settimana prima in piena fase euforica per il posizionamento del cervello. I® era apparso nel suo programma di chat e felice com’era Megan non si era neanche chiesta come avesse fatto a procurarsi il suo indirizzo privato di chat.
Ricordava ancora la loro prima conversazione.


-tok tok ci sei?-

-ti…ci sono ma tu chi sei?-

-I®-

-piacere io sono Megan-

-lo so. che fai?-

-controllavo la mia posta-

-bene, ti vedrò presto-

-non ne ho idea-

 

Ora che ci pensava bene tutte le loro conversazioni erano state più o meno uguali e molto brevi. A partire da quel giorno lo aveva trovato connesso ogni volta che aveva controllato la sua posta.

 

-hai ricevuto il mio messaggio, Megan?-

-me l’hai mandato tu? come ti sei procurato il mio indirizzo e-mail?-

-ti è piaciuto? conosci la fiaba?-

-rispondi-

-:)))-

-ma si può sapere chi sei? È un pezzo che volevo chiedertelo, come hai ottenuto il mio indirizzo di chat?-

-non devi preoccuparti dell’esame. andrà benone-

-come fai a sapere dell’esame?-

-sei stata tu a dirmelo-

-io? ma…perché non ci incontriamo?-

-va bene-

-sai dov’è l’Op Center?-

-si-

-allora ci vediamo lì tra un’ora-

-no-

-allora facciamo più tardi o domani-

-no, devi venire tu da me-

-perchè?-

-io non posso camminare e non so parlare-

 

In quel momento I® si scollegò e Megan cercò di rintracciarlo senza riuscirci.

Ma chi diavolo è?

Si alzò e si buttò sul letto a riflettere.

-Non posso camminare e non so parlare-

Cos’aveva voluto dire?

Forse si trattava di un ragazzo invalido e magari anche muto.

Megan si rese conto di non sapere nemmeno se fosse maschio o femmina.

Oppure…

Si alzò di scatto dal letto e tornò al portatile. Caricò il programma Jeoffrey, ma stavolta invece che la programmazione controllò l’assemblaggio e fu allora che si accorse di un errore nel collegamento delle gambe. Avviò quindi il programma di verifica assemblaggi ed effettivamente furono messi in evidenza questo e un errore nei meccanismi di fonazione del robot.
Megan sorrise, per la prima volta da settimane.

 

L’indomani si precipitò a scuola e si barricò nel laboratorio. Aveva con sé il dischetto sul quale aveva salvato le informazioni corrette. Quindi accese il terminale e avviò il programma. Inserì il dischetto e sostituì i file errati con quelli esatti.

Attese con impazienza il trasferimento dati, quando udì Tok Tok

Girò la testa di scatto e vide Jeoffrey in piedi che bussava con le nocche sull’acciaio della sedia.

“Ci sei?” disse con la sua voce profonda e metallica

“Si…ci sono.”

 

Megan superò brillantemente l’esame di sbarramento. I professori rimasero davvero colpiti dall’elevato grado di interazione del robot che Jeoffrey presentò a tutti col nome di I®.



FINE


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