L'orecchio di Van Gogh: Giuseppe Iannozzi



L'ORECCHIO DI VAN GOGH

 

Psalm 119 : 19. I am a stranger on the earth, hide not Thy commandments from me. It is an old belief and it is a good belief, that our life is a pilgrim's progress - that we are strangers on the earth, but that though this be so, yet we are not alone for our Father is with us. We are pilgrims, our life is a long walk or journey from earth to Heaven.

Van Gogh's First Sunday Sermon: 29 October 1876
I Am a Stranger on the Earth . . .

 

Giallo, il giallo della vita. Una rapida occhiata all'intorno: solo grigie ombre posavano le loro ombre sulle cose e sugli uomini.
Vincent si accarezzò la barba in cerca della sua identità nascosta sotto il pelo. Si sentiva stanco nel corpo, ma più stanco era nell'anima e del mondo che non comprendeva la vita e l'arte e l'amore.
Vagolava attraverso i campi di fiori sintetici e dovunque posasse lo sguardo non poteva non provare un profondo senso di disgusto. Un refolo di vento gli strappò il cappellaccio dalla testa. Non se ne curò. Da tanto tempo ormai non dava più importanza a tante cose, e il suo cappello era una di quelle cose. Il cappello, che sempre aveva portato calcato sulla testa, adesso era volato via: il vento artificiale l'aveva tradotto in un dove a lui ignoto. Il blu del cielo non era blu, lui lo sapeva bene: quel colore era una finzione come il mondo che si sforzava di vivere.
Ricordava una canzone e con stonata voce l'intonò:

Quante strade deve percorrere un uomo
prima che tu lo possa chiamare uomo?
Quanti mari dovrà attraversare una colomba bianca prima di riposare sulla sabbia?
Quante volte dovranno volare i proiettili di cannone
prima di essere aboliti per sempre?
La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento...

Quante volte un uomo deve guardare in alto
prima di poter vedere il cielo?
Quanti anni deve avere uno
prima di sentire la gente che piange?
Quante morti devono accadere prima che egli sappia
che troppa gente è morta?
La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento.



Chi l'aveva scritta? Chi l'aveva cantata per primo? Non riusciva a ricordare. Trasse un sospiro. Dolore. Quante strade aveva percorso? Troppe, troppe davvero per un singolo uomo. E non una l'aveva condotto alla verità.

"Vincent, allora com'è andata?"
Uno sbuffo di noia.
"Quando sono nei campi vengo sopraffatto da un sentimento di solitudine in maniera così orribile che rifuggo dall'uscire..."
"Ma sei uscito, Vincent! Sei uscito."
Perché parlava da solo? No, non era da solo, lui lo sapeva bene. Nella sua anima uno straniero aveva trovato rifugio.
Ricordò.
Per tutto il 2888 d.c. aveva continuato a dipingere, forse le sue tele migliori. Aveva atteso con ansia l'arrivo dell'amico Paul Gauguin. Aveva sperato che lo aiutasse a costituire la comunità degli artisti. Infine Gauguin arrivò ad ottobre e andò ad abitare con lui nella "Casa Gialla". Un periodo teso e agitato ma produttivo per entrambi: tante discussioni circa il ruolo dell'arte, tanti litigi, ma lui, Vincent, era amico di Gaugin. Tuttavia la loro amicizia era troppo tesa e un giorno, forse il 23 dicembre 2888 se non ricordava male, tutto diventò confuso nella sua anima; con un rasoio elettrico in mano ricordava vagamente di aver tentato di assalire Gauguin, ma aveva fallito, e Gaugin era fuggito da lui. E Gaugin era fuggito da lui. Ricordò di aver perso completamente la ragione: si era tagliato l'orecchio sinistro, poi l'aveva avvolto in un pezzo di carta da giornale per farne dono a una prostituta del bordello locale che frequentava. Si rivide di nuovo ricoverato: vagamente ricordava Theo, il fratello arrivato da Parigi, poi la voce dello straniero si era manifestata nel suo "Io", nella sua anima, suggerendogli di fuggire. E lui era fuggito. Fuggito per sempre da se stesso per andare incontro allo straniero rifugiatosi nel suo Io. Era fuggito per vivere o sopravvivere a se stesso.

"Brucia tutte le tue tele. Bruciale!"
La voce dentro di sé non ammetteva repliche.
Vincent raccolse tutte le tele e le bruciò, ma ancora non si sentiva libero.

Theo era morto e di Gaugin non sapeva più nulla. Non c'era al mondo un solo uomo che lo amasse, di questo Vincent ne era certo. La pittura gli aveva tenuto compagnia per tanto tempo, ma ormai non nutriva più nessun interesse per l'arte. Era invecchiato e aveva visto troppe cose. Sapeva che da qualche parte suo figlio stava con la madre. Ma non gli interessava incontrare né il piccolo Vincent, né quella puttana della madre. Fuggire dal manicomio era stata l'unica cosa intelligente che avesse mai fatto, così la pensava il vecchio Vincent.

La protesi uditiva funziona bene: Vincent udiva l'inimmaginabile, ma nutriva il sospetto che i suoni che percepiva non provenissero dall'intorno, bensì da dentro di sé. Sentiva dentro la testa rumori, rumori infernali, che non gli davano requie. "La protesi è uno strumento del Signore delle Mosche", pensava spesse volte Vincent. "Devo distruggerla...Devo farlo per la mia salute!" Tuttavia, tanti anni erano passati e mai si era deciso veramente a strappare la protesi uditiva. Non riusciva a smettere di passare le sue giornate in mezzo ai campi di fiori sintetici: era un vizio, morboso. E ogni volta che tornava alla "Casa Gialla" occupata dalla solitudine, scambiava due battute con "lo straniero" nella sua testa e sempre gli ripeteva che lui, Vincent, non era uscito.
I giorni passavano apparentemente tranquilli: Vincent non aveva interesse se non quello morboso di mantenersi ancora in vita quando era cosciente di odiare la vita con tutte le sue forze. Ma la vita, la vita, tutto quello che gli restava, era pur sempre qualcosa e non aveva proprio il coraggio di darsi la morte. Si sentiva in contraddizione con se stesso. Ma, in fondo, era sempre stato in bilico fra ragione e pazzia: le contraddizioni erano parte integrante della sua anima e del suo Io.

Vincent Willem, il figlio di Theo, non poteva soffrire lo zio Vincent: era per lui una pena insopportabile sapere che quel matto V. Van Goghera sopravvissuto, mentre Theo Van Gogh, suo padre, era stato tumulato e nessuno più si ricordava di lui. Theo era stato l'unico ad acquistare una tela 3D di Vincent e adesso quel matto aveva bruciato tutte le sue tele e la sua fama cresceva in ogni dove, la sua pazzia era sulla bocca di tutti e tutti dicevano che la pazzia di Vincent era la sua più grande opera d'arte. Ma Vincent non aveva più orecchio per l'arte come pazzia, solo per la pazzia allo stato puro. Willem lo odiava. Perché un uomo buono come Theo era morto? Perché non Vincent prima che bruciasse tutte le sue tele? Se solo Vincent fosse morto al posto di Theo, adesso Willem avrebbe potuto istituire una Fondazione a nome Vincent Van Gogh e vivere da nababbo, rispettato dalla società e chiamato a tenere conferenze in giro per il mondo. Invece viveva come un barbone cercando di sbarcare il lunario: si era persino provato con l'arte, ma le tele che era riuscito a produrre non avevano carattere, e Willem era stato il primo a riconoscere la tragica realtà. Non aveva l'arte nel sangue come quel pazzo di suo zio. Ogni giorno malediva il nome di Vincent mille e una volta. Poi, in piazza, si investiva dell'autorità di predicatore e berciava contro la gente che "la pazzia è la volontà di un dio anarchico." Ma nessuno lo ascoltava e in molti erano a lapidarlo. Non poche volte, a causa delle sue prediche in stato di sbornia, aveva rischiato di rimetterci le penne.


"Strappa via la protesi uditiva. Strappala, ti dico."
"Perché? Perché?"
"Tu la senti la voce del Signore delle Mosche: vuoi continuarla a sentire sino alla fine dei tuoi giorni?"
Vincent taceva.
"No, non vuoi che il Signore delle Mosche ti mortifichi ancora con le sue incomprensibili parole. Non lo vuoi. Io lo so."
Vincent continuava a rimanere in silenzio. Nessuna espressione disegnata sul suo viso. Solo gli occhi bruciavano di un fuoco negro, impenetrabile.
"Strappala! Vendi la tua pazzia e raccogli la gloria che ti spetta."
Le labbra di Vincent si incresparono in un mezzo sorriso. Ma continuava a non rispondere allo straniero nella sua testa.
"Non voglio la gloria. Non più", disse alla fine. "Il discorso è chiuso." Nella sua voce non c'era traccia di alcun sentimento. La voce di Vincent era come quella di una vaga eco rimbalzata per centinaia di anni nello spazio e nel tempo.

Giallo, il giallo della vita. Il mondo non comprendeva né l'amore né l'arte: il mondo non amava la vita. Il suo corpo era stanco ma più stanca era l'anima che la sua mortalità racchiudeva. Eppure non riusciva a decidersi a fare il grande passo. Aveva dipinto centinaia di tele 3D e una sola era stata acquistata da suo fratello Theo. La sua vita artistica era stata una sconfitta. L'amore gli era stato dato da una puttana. E anche suo figlio era il figlio di una puttana. Il suo orecchio tagliato era solo un regalo ad una puttana che non l'aveva capito. L'internamento e poi la fuga. E di nuovo dalla stessa donna a cui aveva regalato il suo orecchio: e lei l'aveva amato solo perché voleva un figlio da un pazzo, da un artista fallito. Aveva sperato che il figlio di un pazzo potesse essere un artista, ma si era ingannata. Il piccolo Vincent era daltonico e deficiente, non era pazzo, non era un artista come lui. Per questo la madre odiava lui, Vincent il Vecchio.

"Vai dal piccolo Vincent. É un ordine."
"No, mai."
"Regale la protesi uditiva. Liberati del Signore delle Mosche. Raccogli la gloria che ti spetta."
"No."
"Perché no?"
"Perché la gloria è già dentro di me."
"Non significa un cazzo quello che hai appena detto. Non significa..."
"Significa che il Signore delle Mosche potrei ben essere io. Perché dovrei darmi la morte? Per la gloria?"
"Ma tu non sei il Signore delle Mosche!"
"E chi me lo assicura?"
"Io te lo assicuro."
"Io non ti ho mai visto. Sei una voce straniera nella mia testa. Potresti benissimo essere quella che chiamano falsa coscienza."
"Cazzo! Che significa? Così mi fai arrabbiare. Posso diventare molto, molto cattivo se mi istighi."
"O molto, molto cattiva!" Quanta forzata ironia in questa osservazione di Vincent...
"Con te perdo solo tempo."
"Vero. Allora vattene e lasciami in pace."
"In pace!", berciò la voce straniera con malvagità. "In pace! Ridicolo, sei solo ridicolo. Tu non sei mai stato in pace. Neanche in questo momento. Non sai deciderti a fare il grande passo."
"Hai ragione, come sempre del resto."
"La tua ironia è fuori luogo."
"Lasciami in paceeeee...", urlò Vincent. "In pace con me stesso."
"MAI! MAI! MAI!"

Vincent Willem, ubriaco fradicio, era impegnato in una delle sue tante prediche: un capannello di curiosi si stringeva intorno a lui per deriderlo.
"Noi, uomini di fede, in Dio crediamo e il suo aiuto impetriamo. Ma la pazzia è la volontà di un dio anarchico e noi mortali adoriamo la pazzia", gridava Willem davanti ad una folla nascosta dietro e dentro la barriera delle sue risate.
La folla era già pronta a scaricargli addosso una gragnola di pietre, quando una voce gridò un selvaggio no.
Tutti si voltarono: "É il pazzo! L'artista che non vuol vendere la sua pazzia."
Willem ebbe quasi un tracollo nervoso: non poteva che trattarsi di Vincent.
Vincent si era aperto un varco in mezzo alla folla e si trovò ben presto faccia a faccia con il nipote.
"Sei invecchiato", biasciò Willem scaracchiando a terra un grumo maleodorante di catarro e alcool.
"Invecchiato? Può darsi."
"Il solito pazzo", buttò lì Willem senza un motivo preciso. Neanche lui sapeva spiegarsi il motivo perché gli aveva dato del pazzo prima che Vincent dimostrasse a tutti la sua pazzia, quella pazzia di cui il popolo avevano favoleggiato e mitizzato.
"É meglio che tu venga via..."
"Venire via?!" Una risata malvagia. "E perché mai? Il pazzo non salva il sano di mente, ricordatelo zio."
"E chi ti vuole salvare!"
La folla muta seguiva interessata il dialogo fra i due: quasi nessuno osava respirare. Era il momento della verità.
"Che ci fai qui?", gli gridò in faccia Willem.
"Quello che vuoi tu."
Un'altra risata, un'altra eco nel cielo blu dipinto di blu, solo dipinto.
"Tu sai quello che voglio"
"L'avrai."
"L'orecchio."
"L'orecchio", ripeté tranquillamente Vincent. "Ormai le mie tele 3D non le puoi più avere, ma un orecchio puoi ancora averlo."
Willem strinse a sé Vincent in un morboso abbraccio. Lagrime piovevano dai suoi occhi. Ma anche risate metalliche eruttava la sua gola. Willem era pazzo!
Fu un attimo.
Un sottile fascio di luce.
Il rasoio elettrico scintillò un breve momento, poi la piazza fu tinta di rosso e l'orecchio cadde a terra in mezzo allo stupore generale della folla.
Un urlo belluino squarciò l'aria quasi quieta.
"Tu... Tu... sei.... sei com... completamente paazzooooo!"
L'orecchio di Willem giaceva a terra: l'ubriaco indarno cercava di trattenere il sangue che zampillava dalla ferita.
"Volevi un orecchio tutto tuo: sei stato accontentato."
Com'era apparso dal nulla, Vincent nel nulla tornò ad essere.

Vincent, per la prima volta nella vita, ormai vecchio e incartapecorito, si sentiva felice, libero. Finalmente libero. La voce dello straniero era morta dentro il suo "Io" nel momento in cui aveva staccato l'orecchio al nipote. Il Signore delle Mosche, la sua "falsa coscienza", qualunque cosa fosse nella sua testa, ora non c'era più.

Non ci volle molto perché la notizia del "taglio dell'orecchio di Willem" facesse il giro del mondo artistico e non. La critica artistica espresse il suo giudizio: "Vincent ci ha regalato la sua più grande opera d'arte: la summa della sua pazzia tradotta in libertà di vivere come tutti i comuni mortali incapaci di creare arte. Questa è arte all'ennesima potenza, signori."

Vincent raccolse la gloria della sua ultima opera d'arte, ma ormai non era più un artista.
Il Signore delle Mosche, bene o male, aveva avuto ragione a spronare Vincent a fare quel che aveva fatto.
La donna lo accolse a braccia aperte paga di aver in casa un uomo esaurito che aveva regalato al mondo tutta la sua arte. Adesso, Vincent in lei non vedeva più una puttana, molto più semplicemente ammirava una donna in carne e ossa come lui con tutti i pregi e i difetti comuni all'Umanità. Ogni giorno, sino alla fine dei suoi giorni, amava cantare al crepuscolo la solita canzone accompagnandosi con il figlio daltonico e deficiente in mezzo ai campi di fiori sintetici:

Quante strade deve percorrere un uomo
prima che tu lo possa chiamare uomo?
...
La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento.



Vincent Willem provò a regalare il suo orecchio a una puttana così come aveva fatto lo zio tanto tempo addietro, ma da quella donna trovò solo la morte: appena se lo vide davanti, non esitò a ordinare al suo magnaccia di spiccargli il capo dal busto con un colpo netto di spada.

L'arte è morta. Gli artisti sono tutti morti. La vita è viva.
Viva l'arte! Viva la vita! Viva il Signore delle Mosche!

GIUSEPPE IANNOZZI





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