Ripensando a Eva: Salvatore Proietti



Nicoletta Vallorani. Eva. Torino: Einaudi, 2002
Si può far tardi per una recensione vera e propria, ma ci sono libri che lasciano con la voglia di parlarne. La cui rilettura, con un poco di distanza, permette riflessioni più ampie. In questo caso, è successo.
C'è il poliziesco, c'è il noir, e c'è il mondo distopico di un romanzo bellissimo e complesso che, nella sua eterodossia, è uno dei momenti importanti nella fantascienza italiana degli ultimi anni. Come spesso succede (come è da sempre successo), una fantascienza "contaminata" in maniera felice dal contatto con altri generi, o meglio una fantascienza capace di inglobare tanti generi.
Sin dalla prima riga, c'è il richiamo al sentimento, all'intensità del pathos, e all'indignazione. Ed Eva, proprio a partire da quella componente sentimentale, di cui non è il caso di diffidare, riesce a essere un romanzo politico, forse in maniera molto più profonda e compiuta di tanti altri esempi più sbandierati, nella fantascienza e fuori.
Partiamo dai nomi dei personaggi, e seguiamone gli echi letterari, in un libro in cui le citazioni "colte" sono tante da Conrad a Eliot e agli artisti a cui si ispira il serial killer che scatena la trama. E questa è una storia sulla realtà delle storie altrui, quelle di vita come quelle che servono a fare i conti con le disumanità del mondo. Non so se sia voluto (qualche sospetto è lecito), ma a me un nome come Eva non può che far venire in mente La capanna dello zio Tom, il romanzo di Harriet Beecher Stowe che proprio a partire dalla matrice sentimentale ci aveva parlato, a metà Ottocento, di tante cose che la cultura "alta"cercava di evadere. Anche Eva prova a parlare di storie diverse, attraverso il linguaggio dei generi "bassi", intorno alla trama della detection, dell'investigatore che cerca di capire, del serial killer, della città futura tormentata dall'incrudelirsi dei rapporti sociali. Intorno a quella trama, c'è una folla di storie: è soprattutto in quello sfondo che sta la bellezza di questo libro.
A fianco del protagonista Nigredo, hard-boiled e con un fondo intimo di tenerezza, improbabile investigatore alla ricerca di qualche verità, c'è una donna che si chiama Dessa. Il riferimento è a Dessa Rose, il romanzo pubblicato nel 1986 dalla scrittrice afroamericana Sherley Anne Williams, la storia di un'amicizia, fra donne stavolta, un affetto che rende possibile un sia pur momentaneo superamento delle barriere razziali e di classe. Anche in Eva è un'alleanza, sia pur breve, fra diversi che presenta, nella lacerante cupezza della distopia, un incancellabile brandello di utopia e di speranza.
Nelle sue prime apparizioni Dessa è in cucina, in una posizione apparentemente "tradizionale" per una donna, ma ha una storia di sofferenza da raccontare; nel ricordo cerca e difende la sua autonomia, il suo modo per cercare e trovare gli altri. È a lei che il protagonista si aggrappa invocando salvezza. Eva, nella sofferenza e nella ricerca di una stabilità tremendamente precaria, le somiglia moltissimo. A fianco del Nigredo sempre vagante, sempre errante, lei è la presenza che "porta a casa", dando accoglienza ai prodotti collaterali, impossibili da integrare, delle guerre che sono alla base del futuro che abita. Ma anche Eva vive in quella Casa: "un'enclave autosufficiente, un mondo per chi non sa stare al mondo". I reietti del nostro pianeta devastato - come Nigredo, Dessa, Eva e i suoi "Bambini" malati e mutanti - sono i veri rappresentanti di quella società. E gli unici legittimati a essere fonte di speranza, salvezza e azione.
I Bambini, misteriosi e minacciosi, sono quanto di più simile all'innocenza un mondo come questo possa permettersi: "Solo gli adulti calcolano i costi e i vantaggi, in amore. I Bambini non lo fanno", dice Eva, che a sua volta ha un nome che parla di nuovo inizio. Il dolore che si portano nel corpo e nella mente può essere devastante, ma, come la tragica "bambina dimezzata", si può lottare per essere, almeno, "felice a metà". Nel rapporto con Eva anche Nigredo intravede sia pur momentaneamente la possibilità di una ricostruzione, personale e forse anche collettiva.
È seguendo loro che Nigredo raggiunge una nuova consapevolezza. Anche se i ricordi sono intollerabili, il ricordare deve trasformarsi in messaggio articolato, altrimenti si lascia spazio solo alle parole di chi non sa dall'interno: "Gente che aspettava, che pretendeva di capire la Storia quando non era capace di ascoltarne le parole, di comprenderne il linguaggio". Lui è stato, invece, capace di ascoltare le voci, e di respingere quelle che potevano portarlo all'autodistruzione. Anche quel suo nome riecheggia (riusa, ricicla) la nigredo di Jung, stato oscuro e contaminato, ma anche discesa agli inferi necessaria alla riemersione; qui, forse, si va oltre: la presenza della divisione intima è la precondizione per qualunque speranza. Sono i ricchi e i potenti di questa Milano futura che hanno l'illusione della perfezione priva di crepe (gli innesti corporei, le biotecnologie)—e che nascondono una pratica di distruzione (una ricchezza e un potere fondato sul commercio delle armi). Dice Eva, fuori dalla contraddizione c'è solo la morte.
Della matrice cyberpunk, al centro nei romanzi SF usciti su Urania, resta l'enfasi sul corpo frammentato, distrutto, riassemblato, usato, difeso. E se le presenze letterarie esplicite sono di letture/scritture angloamericane, c'è anche da pensare a Pasolini. La fantascienza dell'impegno può essere anche il modo per riparlare di ragazzi di vita, quelli cresciuti e quelli nascenti. Tra(n)sumanati? E chissà, prima o poi, organizzati, a partire da una capacità di provare affetto (empatia, avrebbe detto Dick) a cui i disumani del postumano al potere sono intrinsecamente incapaci.
E c'è un barista cyborg che sembra uscito direttamente da Neuromante di Gibson, anche lui alla ricerca di un modo per sopravvivere: "Siamo organismi unici senza pezzi di ricambio. E non ci piace soffrire" (77). Gli eroi di Eva solo coloro che trovano impossibile distaccarsi dalla sofferenza nel nome dell'indipendenza individuale o dell'indifferenza, in un mondo avvitato in una "economia entropica" (114) dove le guerre—quelle afgane o jugoslave del passato e quella che domina la vita quotidiana della metropoli—si fondono sovrappongono nell'idiozia (come dice Nigredo), nell'orrore e nei ricordi di orrore. Come in Amatissima di Toni Morrison, ghost story e capolavoro della letteratura (afro)americana, il ricordo è necessario e insostenibile. Per qualcuno, nel nome dell'autocompiacimento, può diventare "estetica per il passato", come dice il più ambivalente fra i personaggi, sempre al confine fra la pietà e un rinnovarsi di quella violenza.
Un motivo della bellezza di Eva sta nella sua capacità di evitare quel rischio. Più ancora che per scelta ideologica consapevole, o per una capacità di soppesare con distacco l'intensità della violenza, Nigredo sa "conoscere le cose senza saperlo". La resistenza umana per lui è una spinta etica (come Little Eva in Uncle Tom's Cabin, come l'amica bianca in Dessa Rose, come Huck Finn nel romanzo di Mark Twain, e un poco come il signor Tagomi nella Svastica sul sole di Dick) che rifiuta, o deve rifiutare, di ammettere. Che lo lascia sempre in grado di provare quella capacità di sentimento che gli ha permesso di resistere.
Per tutti questi temi, il racconto di SF italiana più vicino a Eva è lo straordinario "L'angelo senza sogni" di Vittorio Catani (in Sangue sintetico, a c. Roberto Sturm, Pequod 1999), storia limite sulla disperazione del corpo spossessato. L'ambientazione distopica è la traccia che accomuna un filone centrale (che sta forse solo ora prendendo pienamente forma) nella fantascienza italiana recente—e i nomi potrebbero essere anche quelli di Catani, Valerio Evangelisti, Carlo Formenti, Francesco Grasso, Riccardo Pedrini, Enrica Zunic'.
A prendere forma è una distopia critica (come direbbe Tom Moylan), fallibile (come direbbe Darko Suvin), che lascia spazio a un altro mondo desiderabile, e alle persone che potrebbero renderlo possibile. Fra questi, anche Zunic' (Nessuna giustificazione, Solid 2001) fa un'allusione (diretta e inequivocabile stavolta) a La capanna dello zio Tom, a una redenzione del mondo basata sulla capacità di affetto. La fantascienza dell'impegno e la distopia fallibile, più di ogni altra cosa, sembrano essere una questione di letteratura delle donne.


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