L'angelo senza sogni di Vittorio Catani

 


 

Eppure va salvato qualche sogno.
Di quelli sopravvissuti a Freud, a Jung, a...
Presto ne potremmo avere bisogno.
Per quel giorno. Che ha la notte lunga.

MARIO SOCRATE, Prospettiva

 

Immagine di Antonio Folli
immagine di Antonio Folli

 

1.

 

Giandre era nel minuscolo bagno e scrutava la sua nudità davanti allo specchio. Benché non alto, possedeva un fisico proporzionato del quale una volta era stato fiero. Con i riccioli chiari e gli occhi un po' obliqui, da fauno, ricordava certi grandi ballerini del passato: Nijinski, ad esempio. Ma questo nome a Giandre non avrebbe detto nulla. Osservò la propria immagine riflessa con un'espressione quasi di rimpianto, poi chiamò:

- Edo... sei sempre lì? - Si sfilò il sottile comp dal collo e uscì dal bagno.

Senza comp ritrovò la verità del suo corpo smagrito e privo dell'armonia di un tempo, le due stanzette striminzite. La porta a vetri della camera si apriva sul piccolo cortile incolto, oltre la cui cinta fuggivano i meandri di Vicolo Sette e altri grigi vicoli.
Edo era immobile al centro del cortiletto, di spalle. Indossava un lungo impermeabile lucido color foglie marcite, leggero come carta velina. Era molto giovane, con lineamenti quasi aristocratici, occhi chiarissimi, capelli tinti oro, a spazzola. L'aria era satura di un suo profumo intenso ma non sgradevole.

- Ti prendi un malanno - disse Giandre. Nel crepuscolo piovoso la casa era quasi al buio, dal cortile filtrava la luce delirante di lampioni agitati dal vento.

Più tardi, Giandre giaceva supino nell'oscurità. Edo aveva attivato una sua scatoletta nera collegata a una bacchetta metallica con la quale gli esplorava il corpo, organo dopo organo. Il sensore rispondeva con bagliori colorati che accendevano fantasmi nei recessi della stanza. Bacchetta fredda e appuntita: occhi, cuore, fegato, milza, testicoli. Rilevava i marchi elettronici impressi in profondità.

- Poveretto! - esclamò Edo dolcemente, carezzandogli la fronte fredda.

La parola stillò nella mente di Giandre: p, o, v, e, r, e, t, t, o. Rispose: - Ho accettato questa cosa perché ormai ho venduto o impegnato quasi tutti i miei organi vitali, che credi... Altrimenti potevi sognartelo.

Edo aveva bloccato la punta di metallo sulla bocca dello stomaco. - Con me era solo questione di tempo, quindi - rispose quieto, e con garbo lo spinse a girarsi ventre in giù. Percorrendo impietosamente la geografia del suo corpo, il sensore lampeggiava caleidoscopi di disperazione.

- Non avresti dovuto dissipare così presto il suo bel capitale fisico, Giandre, lo dico sinceramente... Metto la maschera? È meglio per te se eviti la mia faccia, il mio sguardo?

Giandre non rispose. Si limitò a dire: - Per te è un gioco.

- Andiamo! - replicò Edo con un sospiro - Non perdiamoci in parole, roba che andava bene una volta. Oggi tutto questo è superato... Tu puoi darmi qualcosa che io non ho, punto e basta. Ma non impegnerò nessun altro pezzo del tuo corpo io, chiaro? Da te voglio solo estrarre ciò che hai nella testa. Tu mi sei stato segnalato perché sei... diverso. Hai un'anima, tu, e oggi è difficile. Voglio solo i tuoi sogni. Non imprimerò altri marchi elettronici di prelazione. - Lo fece ritornare supino. - Questo sensore ti aiuterà, vedrai. Stanotte tirerai fuori i tuoi sogni più belli, Giandre. Per me!

Nell'ombra Giandre intuì i denti candidi di Edo, che dipanava lentamente due coppie di elettrodi, per le tempie di entrambi.

 

 

2.

 

Nell'umida luce dell'alba, Giandre si liberò degli elettrodi e del corpo estraneo ancora addormentato. Andò alla porta a vetri, rigata dalla pioggia sottile. L'aprì appena. Intravide Vicolo Sette plumbeo e deserto, con le lontane luci ondeggianti dei lampioni. Non ricordava nulla del suo sonno, anzi quasi credeva di sognare ora... Si riscosse, non riusciva a riprendere piena coscienza di sé.

Poi, come all'improvviso, si ritrovò per strada.

Sera incombente, ma era un altro giorno e altrove. Frammenti di memoria. Era al Boulevard Boulle, accasciato in un angolo su un marciapiedi. Quanto tempo era trascorso, dov'era quel tipo...? Non ricordò il nome. Si tastò. Scoprì lividi, dolori al basso ventre. Dal traffico intenso emerse un viso conosciuto. Sfilio?

- Giandre, ciao. Tutto bene? È qualche giorno che non ti si vede in giro.

Lui farfugliò. Cominciava a piovere.

- Di', Giandre, come stai a crediti? Ho qualcosa tra le mani, qualcosa di nuovo.

Giandre scosse il capo, semintontito.
- Ma non puoi sottrarti, semplicemente non puoi! Un pezzo da novanta, una specie di mediatore. Truro, si chiama. Conosci?
Il nome Truro non gli diceva assolutamente nulla.

- Allora? - incalzò Sfilio, e siccome lui continuava a tacere: - Ok, ok Giandre... vuoi dire che con Edo ti è andata bene? Ne cerco un altro come lui?

Al nome, spalancò gli occhi terrorizzato. - No! Con quella macchinetta mangiasogni mi ha quasi scoppiato, non vedi?
- Dai retta a me, hai bisogno d'altro. Hai fiducia nel tuo migliore amico? - La pioggia ora batteva così tambureggiante che quello dovette gridargli sul viso.

Giandre fissò il volto regolare, olivastro. Gli sorrise.

Sfilio ricambiò. - Sono a casa tua domattina alle dieci. Coraggio, la fortuna gira. - Abbracciò Giandre rapido, poi si allontano nella folla.

Con circospezione, Giandre si sollevò. La fame gli torceva lo stomaco. Da quando era digiuno? Si mise a camminare a caso, sperando di imbattersi in un self-service.

Clonk, clonk. Sotto la pioggia, grosse sfere scure scendevano lente per il Boulevard Boulle semideserto, rimbalzando e come sospinte dal vento leggero. Una processione di sfere, rotolanti quasi fossero guidate da una volontà precisa. Ne passò una più vicina, simile a una sacca ravvolta su se stessa, trasparente, con un grumo nero interno ammiccante di lucine. Indugiò quasi cercasse qualcosa; era gonfia, satura come una vescica e batteva sull'asfalto in lenti salti. Clonk, clonk.. Dentro, Giandre credé di notare rottami, rifiuti e... Una mano. Una mano umana tronca, enorme forse per un gioco di ombre; altri pezzi di organi umani anch'essi sproporzionati e compressi a rotolare. Sotto il bordo del marciapiede giaceva un colombo morto. La sfera indugiò, si allontanò, il colombo non c'era più. Clonk...

Giandre trovò da acquistare qualcosa per cena, poi corse per le vie semideserte. Gli abiti inzuppati gli davano brividi.
Ritrovò l'appartamentino in grande disordine. Sul comodino c'era denaro e una scatoletta di medicinali. Lesse: Aleovaccino anti-megaleucos - Worldchemistry. Il tutto lasciatogli evidentemente da Edo con un biglietto profumato che diceva: "Ciascuno il suo destino. Grazie". Giandre lo lacerò minutamente, ma il profumo continuò a perseguitarlo.

Non aveva sonno e si preparò a trascorrere la notte lasciando andare la mente a ruota libera. Sentiva montare una rabbia livida: contro Edo, contro se stesso, contro tutti.

Ed ecco che, senza sapersene rendere ragione, un ricordo gli si materializzò nella mente: una immagine remota.

- Noys! - gridò nel buio mentre lacrime inattese, roventi, gli tracciavano a fuoco le guance. Ricordò: una sera lontana con la ragazza, la nebbia sotto i lampioni, e loro due che se ne andavano tra gli alberi di un boulevard deserto con i loro comp staccati, affinché le loro percezioni non fossero rielaborate e trasfigurate dall'effetto correttore del campo psi. Per essere davvero se stessi, ritrovarsi consapevolmente più vicini. E senza sapere perché, all'improvviso Giandre si era sentito selvaggiamente felice, mentre si tenevano per mano come bambini e lui urlava contro il mondo la loro gioia segreta.
Fu un estenuante dormiveglia e Giandre indugiò su questa scena per un lungo tratto della notte.

 

 

3.

 

Il mattino della metropoli racchiudeva in una pervasiva luce grigioperla suoni e colori ovattati. - Vieni - disse Sfilio a Giandre - ti presento.

Entrarono nel self-service.

Era circa mezzogiorno. Il locale appariva affollato, saturo di aria caldoumida. Si diressero al tavolo di Truro.

- Eccoci - disse Sfilio. Giandre fissò Truro.

- Qui - gli disse Truro - su questa panca, accanto a me... Prima di tutto: non avrai addosso droghe psicoelettroniche, comp, aggeggi del genere? Voglio che in questo incontro tu sia ben presente a te stesso.

Truro era corpulento, quadrato, peloso e non aveva occhi. O meglio, vide Giandre, li aveva sostituiti con apparati che imitavano l'occhio umano perfettamente, non fosse stato per le cornee, due grosse lenti sfaccettate color rubino. Scintillavano, ma le sfaccettature erano asimmetriche, e come due gioielli incrinati riflettevano luce in direzioni divergenti. L'avversione percepita per Truro al solo sentirlo nominare ora si trasformava in un'impressione fisica. Quello sorrise: - Pranziamo?

Sfilio andò a ritirare tre vassoi: - Ecco, a lei il purè granato, quello grigio per Giandre. A me questo rosa.

Il menu si sbizzarriva in nomi fantasiosi evitando di nominare i cibi organici per ciò che realmente erano. Il purè rosa, un cubo pallido di cinque centimetri di lato, era pasticcio vitaminizzato con tracce di pollo. Sfilio lo attaccò voracemente col cucchiaino innaffiandolo con sorsate d'una bevanda scura. Truro masticava in maniera vistosa fissando Giandre da capo a piedi, analizzandolo palmo a palmo. - Togliti un momento la camicia. Su, amico, non voglio mica divorare anche te... - Scoppiò in una risata ruggente. - Ecco, quelle borchie metalliche sul tessuto mi precludevano la visuale.

Giandre capì. Truro era un vero professionista del commercio di organi umani. I suoi occhi vedevano anche dentro il suo corpo. Rilevavano i marchi elettronici impressi sugli organi già venduti o impegnati, e chissà cos'altro. L'esame si protrasse. Il vociare intorno stordiva. A torso nudo, la camicia abbassata dietro le spalle come una stola, Giandre si sentì addosso un'aria buffa da modella alla sua prima posa. Infine si riassettò e a capo chino tornò al suo purè grigio di pesci vari.
Truro masticava il cubo granato, che si stava sciogliendo in una poltiglia sanguinolenta. Ripulì il piatto, bevve, si forbì e disse: - Problemi da megaleucos?

Giandre sobbalzò (Noys!), poi scosse il capo. Truro gli si addossò e, senza complimenti, prese a palpargli le zone del corpo più ricche di gangli. Lestamente gli esplorò il collo, il torace, spalle, ventre. Lo tastò sotto le ascelle, alle gambe, all'inguine, ai genitali. Muoveva le dita veloce e indubbiamente con discrezione. Poi strofinò le mani a una salvietta disinfettante e disse: - Ok, beviamo qualcosa.

Andò personalmente al banco ad acquistare una busta di spumante. Disse: - Per tua fortuna sei sano come un pesce. Ma la situazione è disperata. Così come ti ritrovi ti restano da svendere solo frattaglie. Di prelazioni di secondo grado su organi già impegnati, con me non se ne parla nemmeno. Insomma non puoi cedere più niente. Sei nei guai. A meno che...

Truro tacque e riempì i tre bicchieri di plastica. Giandre notò che Sfilio era brillo. Disse: - Se anche lei allude alla macchinetta strizzasogni, è no. Non intendo più rincoglionirmi in quel modo. Meglio crepare, al limite.

- Macchinetta strizzasogni? Crepare? - Truro sghignazzò. - Io ti propongo molto di più. Qualcosa che ti riempie di crediti senza impegnarti altri organi e inoltre ti lascia libero - se lo vuoi - anche per la strizzasogni. Conosco certe belle bambine senza problemi di denaro, che con le mie garanzie ti affitterebbero volentieri per una notte... - Ancora il ghigno, con l'aggiunta di un occhietto che nelle sue condizioni risultò grottesco. Ma d'improvviso Truro si irrigidì, gli occhi artificiali si accesero come piccole braci, la voce si tese.

- Tu puoi affittarti otto, diciamo dieci ore al giorno. Ma da sveglio. Nell'industria della bionica c'è una crescente richiesta di materiali nervosi biologici. Centraline umane. Mi segui, vero? Adeguatamente connesso a elaboratori e stimolato, il cervello umano è il più potente calcolatore del mondo... meglio: il più economico.. Pochi innesti, e via. Puoi lavorare nella fisica pura, nell'industria farmaceutica, dove ti pare. Per esempio c'è la ricerca contro vari tipi di leucemia, come il megaleucos che è in pauroso aumento. Quando oggi si dice che nell'industria servono cervelli è questo che si vuole intendere, benché nessuno osi dirlo apertamente. Vuoi rinunciare? Io conosco strade e scorciatoie. Di carne umana, corpi, oggi ce n'è da buttare.

Giandre lo interruppe: - Ma... mi hanno tolto gli organi, i sogni, ora dovrei svendere anche i pensieri. Se accetto, cosa mi resta!

Truro non si scompose. - Facciamo gli schifiltosi? Per cominciare un contratto con un mese di ingaggio, seguito da un mese di completo riposo. Pagamento a fine periodo e anticipo immediato del 30% esentasse... a parte una piccola ricompensa per la mia intermediazione. - Sussurrò una cifra nell'orecchio di Giandre. - Prendere o lasciare. Ma soprattutto, se accetti niente scherzi. Truro ha un nome e non tollera figuracce. Chiaro, vero? Uhm, non devi sentirti obbligato a rispondere ora. Diciamo, entro due giorni. Potrai recarti direttamente qui. - Gli consegnò un biglietto.

L'espressione avvilita di Giandre si era già trasformata in stupore. Truro gli aveva sussurrato una cifra insolita, almeno per lui. Sfilio continuava a bere completamente fradicio. Impassibile, Truro controllò ripetutamente il suo orologio.

 

 

4.

 

Per la seconda notte consecutiva Giandre non dormì. Rimase nel buio della sua stanzetta appena rischiarata dalla luce fioca dei lampioni stradali. C'era pace, nel vicolo.

All'alba aveva deciso.

L'indirizzo datogli da Truro era lontano, in periferia, all'interno di un anonimo quartiere a ridosso d'uno scalo ferroviario dismesso. C'era un edificio di pietra scura a un solo piano. Doveva essere antico. Era ornato da cadenti pensiline in ferro, un tempo in elegante stile liberty. Giandre entrò in un lungo corridoio scuro dalle pareti rivestite di piastrelle quadrate annerite. Sbucò in un ufficio.

Dei suoi giorni al Macello, come chiamavano l'edificio, Giandre più che ricordi conservò sensazioni di buio alternato a luce grigia. C'erano altri cinque, dall'apparenza poco raccomandabile, due istruttori in camice, e certi scagnozzi come ippopotami che sorvegliavano sempre, anche i cessi.

Per prima cosa gli tolsero il comp: - Qui scordatelo. Devi restare più sveglio che puoi. - Istruttore Uno spiegò:

- Ficcati bene in testa che il cervello è una macchina sequenziale. Cioè un sistema con un numero finito di entrate, di uscite e stati interni. Questo porta a un numero finito ma enorme di combinazioni. Anche i calcolatori sono macchine sequenziali, ma estremamente misere al confronto. Da ogni occhio ti arrivano al cervello informazioni pari a circa 4 milioni di bit al secondo. Ogni secondo gli stati interni del tuo cervello sono un numero che è 1 seguito da tre miliardi di zeri. Per un mese tu hai firmato la cessione d'uso del tuo cervello in stato di piena coscienza, e sarai seguito da personale specializzato che ti garantirà perfetta efficienza psicofisica a fine contratto. Si comincia gradualmente ma subito. Eccoti il tuo anticipo pattuito al netto.

Gli diedero neanche un terzo del denaro che si aspettava; lo portarono in grandi laboratori interrati, lo immobilizzarono su un lettino inclinato e lo collegarono.

Fu allora che nella sua mente si aprirono le voragini di grigio accecante e buio pesto. Nella sua mente Giandre vedeva sfilare come su uno schermo un torrente insostenibile di dati su cui non aveva alcun controllo. Anzi, sentiva che la sua mente assecondava certi stimoli indotti; credeva di provare movimenti fisici nel cervello, la concentrazione gli veniva forzata e la sua psiche, a metà tra il consapevole e l'automatico, partoriva una marea di dati subito registrati dalle macchine. Uscivano sfilze di numeri e simboli sconosciuti. Tutto questo gli occupava ogni angolo cosciente e forse oltre, senza lasciargli uno spazio per pensare in proprio, ricordare, sperare. Quando il primo giorno finì lui non se ne accorse neanche: gli dettero un narcotico che lo addormentò dodici ore nelle quali i pensieri repressi della giornata tentarono di risalire, in un calderone di incubi. Ma era già il giorno dopo, e lui doveva di nuovo fare i conti con la sua sterminata lavagna mentale, con lo scrolling infinito di dati e sensazioni abnormi; poi era di nuovo notte e di nuovo lo scrolling. Gli occorsero vari giorni per capire che di sera lui e gli altri venivano riuniti attorno ad un tavolo per il pasto.

Uno dei cinque aveva gli arti tutti meccanici e perfino la testa era zeppa di protesi. Di pelle gli restavano mezza fronte, una guancia, naso e mento. Giandre riuscì a trarlo da parte e a scambiare qualche informazione.

- Sei nuovo di qui? - gli domandò quello.

- Sì, è la prima volta. Sono Giandre. E tu?

- Geco, ma tutti mi chiamano Grugnorosa per la pelle della mia faccia... È la terza volta che ci vengo.

- Sarebbe a dire che ti trovi bene? Io sto impazzendo.

- Ssst... Calma, amico. Io sono impazzito. Difficilmente si supera indenni il secondo contratto... ma non si torna mai indietro dal terzo, e io ci sono. Farsi ingabbiare la mente per tanto tempo ostacola le attività consapevoli e quelle inconsce e finisce per sconvolgerle. Perché lo faccio? Non mi resta altro, di me ho venduto tutto, come può accorgersi chiunque mi guardi bene. Restava solo il cervello. Stai vedendo Geco in uno dei rari momenti di lucidità, e per quanto ne so potrebbe essere l'ultimo... Al diavolo!

- Ti hanno permesso di scegliere?

- Ah-ah! Macché, sono imbrogli. Devono averci piazzato in un settore di sperimentazione di enzimi artificiali... forse riguarda la batteriologia ad uso militare. L'anticipo è l'ombra di quanto ci avevano promesso col contratto. E ti terranno molto più del mese pattuito, puoi giurarci.

La notte seguente Giandre pensò che sempre l'uomo ha venduto a qualcun altro il proprio lavoro mentale, ma a tutto c'è un limite. Il piano di fuga - rozzo e suicida - gli riuscì probabilmente perché lo attuò di sorpresa e con la violenza della disperazione. Fu per strada e corse tutta la notte nascondendosi nei depositi di rifiuti e nei cimiteri d'auto. Escluso tornarsene a casa. E di Sfilio non era più il caso di fidarsi. Noys... era lontana, e chissà se era ancora viva.

Non gli restava che qualche pezzo di se stesso.

 

 

5.

 

Da un paio di mesi Giandre si era sistemato al vecchio cantiere navale, in un recesso cieco del porto. Lì, tra paranchi e gru corrose dalla salsedine, c'erano navi ad arrugginire da anni in acque stagnanti. Il luogo era ricettacolo di sbandati e difettava delle necessità più elementari. Giandre si era impadronito di una vecchia cabina in un mercantile fatiscente, dove smaltiva i postumi debilitanti della sua breve avventura al Macello. Con gli spiccioli avanzati dall'anticipo aveva acquistato un generatore, attrezzi, provviste, topicidi, e aveva rifatto la serratura alla porta metallica della cabina. Considerava provvisoria quella sistemazione, ma non immaginava quanto fosse urgente un trasloco.

Una notte la porta venne improvvisamente divelta con un fracasso infernale e apparvero angeli bianchi. C'era tanta luce, a fiotti. Giandre disse:

- Ada, ti prego, accoglili tu! Non riesco ad alzarmi. - Si sentiva ancora molto debole, specie di notte.

- Guardate, ha il comp. Levaglielo!

- Ok. Ehi, sei ridisceso sulla terra?

- Bambina - disse l'altro - tu te ne vai subito... Fuori dai piedi. Sei troppo giovane e carina per sopportare ciò che succederà adesso. Torna più tardi ma senza scherzi, chiaro? - L'uomo abbaiò ordini ad altri di posta dietro la paratia.

Ada sgusciò dal letto nella sua adolescenziale nudità tirandosi appresso il lenzuolo. Aveva lo sguardo di un animale terrorizzato, incespicò e uscì.. Nella cabina si era creato il caos in mezzo minuto. Erano tutti armati.

- Questo è un pensierino da parte del signor Truro. - Giandre avrebbe voluto reagire, ma si sentiva esausto. - Ti aveva avvisato, non dovevi fare di testa tua, lui non ama perdere credibilità con l'organizzazione.

Intervenne un altro. - Basta con le chiacchiere. Siamo sulle tue tracce da dieci giorni. Questa è una copia del tuo contratto, per il quale ti dichiariamo inadempiente. Sei debitore di ventidue giornate lavorative oltre la penale, per non parlare d'altro. Una montagna di quattrini. Potremmo tranquillamente ucciderti, sta' sicuro che della scomparsa di uno come te nessuno si accorgerebbe. - Il tono era irridente. - Ma noi cercheremo di non farlo, semplicemente perché non ci conviene: economicamente non ci conviene. Da te possiamo ancora ricavare qualcosa. - Fece cenno a un quarto, che aveva una valigiona nera. - È tuo, Gherro.

Gherro aprì la valigia. Giandre fu sollevato, sul letto venne spiegato un lenzuolo di plastica dai bordi rilevati. Gli attrezzi erano rilucenti, affilati. Giandre cominciò a dimenarsi come un epilettico. - No, no! - Lo tenevano in quattro.

- Perché vuoi peggiorare le cose? - chiese Gherro senza neanche guardarlo. - Te l'abbiamo spiegato, forse sopravvivi. Non siamo in quello che si dice un ambiente asettico, e dovremo arrangiarci.

Estrasse un attrezzo e a viva forza cacciò dentro la mano destra di Giandre fino a tre centimetri oltre il polso, poi abbassò qualcosa. Si udì il sibilo di un laser sottile come un filo di ragno. L'arto fu troncato di netto, il sangue sprizzò contro l'apparato ma fu prontamente deviato nel lenzuolo di plastica. Giandre urlò, ringhiò, emise rantoli. Gherro prese una busta di plastica sigillata ed estrasse una mano artificiale.

- Buono... Fra mezz'ora sarà sufficientemente attecchita. Ha un dispositivo di ricerca automatica delle vene e delle terminazioni nervose, tampone emostatico, programma disinfettante. Vedrai, quasi non rimpiangerai la mano naturale, un'autentica novità.. Ha lame, pinze, dita rotanti eccetera, un factotum. Consideralo un regalo personale del signor Truro per quello che ci costringi a farti. Dovresti ringraziarlo, dovresti...

Gli attaccò una ventosa all'occhio sinistro. Nel dolore lacerante Giandre cercò di disimpegnare la mano integra per staccare la ventosa, ma era impossibile. Conteneva micrometriche lamelle estensibili girevoli; in pochi attimi il volto cominciò a grondare sangue come per un agnello sgozzato. Sul dispositivo lampeggiò un LED. L'apparato gli aveva prelevato l'occhio con le terminazioni nervose. Rapidissimo, Gherro lo depositò in una soluzione viva che ripose in uno scomparto della valigia; prese un occhio elettronico e glielo adattò all'orbita vuota.

- Mi accorgo che l'iride non ha lo stesso colore dell'altra, ma non pretenderai il lusso. Mi senti? Voialtri, avete acceso la videoregistrazione? Lasciategliela, se ce la farà potrà vedersi e risentire cosa diciamo... sempre che i suoi urli non ci coprano. Se ti chiedi che ne facciamo di organi naturali già impegnati e marchiati elettronicamente, sei un ingenuo. Con i marchi ci giochiamo come vogliamo. Giusto, adesso resterai senza niente e a suo tempo incassasti crediti per questi organi che non potrai più cedere... Una situazione imbarazzante. Cavoli tuoi!

Mentre gli altri tendevano il corpo supino di Giandre, Gherro prese un bisturi e, con un gesto esperto, lo aprì dal collo al basso ventre. Il lenzuolo di plastica era un mare di sangue rosso vivo, rosso scuro. Gherro borbottò: - Cistifellea. Rene... inoltre... Nonostante tutto, quando sono sani niente può sostituire i vecchi organi naturali. Allora...

Gherro si destreggiava come un forsennato, ogni gesto pareva cronometrato. Aveva tirato fuori e adagiato i visceri di Giandre che - strabuzzati gli occhi - sussultava convulsamente ostacolando il suo carnefice. - Toh, come sguazzi nei tuoi escrementi. Hai anche un'erezione. Capisci? Riguardarti nella videoregistrazione, tutto sembri tranne un essere umano.

Gherro impiegò circa mezz'ora. Aveva sostituito organi naturali con altri artificiali. Risistemò i visceri fuoriusciti, prese un lungo nastro coagulante bioadesivo, accostò tratto a tratto i labbri della grande ferita e li saldò. - Ora il tocco finale.

Sollevandogli delicatamente il capo, gli batté pugni violenti e rapidi su incisivi e canini. I denti caddero e lui li raccolse. Gli innestò denti sintetici opachi, che risultarono troppo grandi e sporgenti. - Ce l'ha chiesti uno che ha soldi da buttare - si scusò. Rivolto agli altri: - Tutto ok?

Eseguirono controlli: polso, pressione, cento cose. Lo imbottirono di antisetticemici, emopoietici, antirigetto, stimolanti, antidolorifici. Lo sollevarono, lo ripulirono alla bell'e meglio con un lenzuolo mentre altri due ripiegavano il telone plastico (un otre gonfio di sangue e roba maleodorante), lo riadagiarono.

- Via! - disse Gherro richiudendo la valigia carica dei preziosi organi vivi. Il primo che si era rivolto a Giandre commentò:

- Siamo stati clementi con te, e se sopravvivi ci auguriamo che sarai bravo con noi. I tuoi nuovi organi non sono il top, avrai bisogno di messe a punto e sostituzioni. - Lasciò un bigliettino sul letto. - I prezzi di Truro non saranno esagerati... ora.

Uscì, ma si riaffacciò in cabina e urlò: - Non dovevi scordartelo: tu sei merce. E adesso di terz'ordine.

Giandre era immobile. Dal corpo gonfio e livido, nero, stillavano rivoli sottili di sangue.

 

 

6.

 

Sopravvisse.

Per molto tempo non ne fu neanche consapevole. Ada era tornata verso l'alba con amici; vincendo l'orrore gli avevano prestato qualche cura, lo avevano vegliato, nutrito. Perché Giandre si rendesse pienamente conto di essere vivo dovettero trascorrere mesi.

Difficilmente però gli capitava di maledire Truro, o se stesso. Di solito sentiva come se gli avessero prelevato anche il cervello. Trascorreva parte delle giornate con il comp inserito, che però ora gli rielaborava il mondo esterno in una maniera nuova, strana e banale, tanto che lo accantonò. Cautamente prese a uscire dalla cabina, dalla nave. Ricominciò a pensare.

Pensava specie di notte al buio, ad occhi sbarrati. Noys: se era ancora viva non gli restava che lei. Ada a volte si assentava per giorni, era chiaro che presto avrebbe potuto lasciarlo. Non la rimproverava, lui adesso era un autentico rottame. A parte occhio sinistro e mano destra artificiali, i nuovi denti gli sfiguravano il volto in un mostruoso prognatismo. Si decise: durante un'assenza di Ada scrisse un lapidario biglietto, lasciò metà dei suoi spiccioli, raccattò alcuni oggetti e abbandonò il vecchio porto.

Erano trascorsi mesi, e al suo piccolo appartamento serviva una energica ripulita. Il cortile era invaso da erbacce, topi e lucertole. Tuttavia Vicolo Sette e i suoi meandri conservavano i loro vantaggi: silenzio, tranquillità. Giandre riposava e pensava. Presto qualche creditore dei suoi organi biologici poteva venire a reclamarne il possesso; e lui non aveva più nulla da dare. Evitava di immaginare le conseguenze. Il denaro era praticamente finito, avrebbe dovuto cercarsi un lavoro. La sua nuova mano consentiva attività di precisione o in cui occorresse una forte presa. Doveva allenarsi, studiare...

Da domani, diceva Giandre. Dalla settimana prossima.

L'unica cosa che riusciva a scuoterlo era - quando gli capitava di pensarci - Noys. Lontana, ammalata grave, forse persa per sempre.

Una notte si sorprese a chiamarla nei suoi dormiveglia. E un ricordo emerse, lo aggredì... Un'alba lontana, lui e lei.

Avevano camminato per lo scuro viottolo dei tronchi sotto la foresta di abeti, scendendo al lago. Tutta la notte avevano vegliato in una baita un parente di Noys che si era sparato una fucilata. Stringendoglisi, lei aveva chiesto:

- Sono molti gli uomini che si uccidono, oggi?

- Non so... forse sì. Forse più di prima.

- E le donne?

- Non molte, credo. Comunque, meno degli uomini. - Erano saliti nella barca, Noys seduta a poppa e lui ai remi. Il sole spuntava dietro lo scenario delle colline nella bruma. Un pesce saltò descrivendo un arco e formando cerchi nell'acqua placida. C'era un freddo pungente. Lui aveva messo una mano nell'acqua e l'aveva sentita quasi tiepida. E di una cosa si era sentito sicuro.

Loro due non sarebbero morti mai.

Fu la prima notte in cui Giandre si addormentò sereno, fino a giorno inoltrato.

 

 

7.

 

Trascorse altro tempo. In una delle sue notti intense Giandre fece un sogno.

Usciva di casa per andare da Noys. Lei era in un edificio scuro avvolto da pesanti inferriate. Si accedeva da una vasta scalinata, giù dalla quale rotolavano sferette metalliche con pupille, che ostacolavano la salita. Tuttavia lui raggiungeva la ragazza, giacente a letto in una sala in fondo a un corridoio. Noys gli chiedeva con voce aspra:

- Perché sei stato lontano? Perché hai tardato tanto, non vedi che sono morta?

Le rispondeva: - Cara, se sapessi... Guardami bene: ti accorgerai che sono morto anche io.

Noys urlava: - Non è vero! Bugiardo! - e cacciato un coltellaccio, ripeteva sul corpo di Giandre lo scempio fatto da altri.

Si svegliò grondante.

 

* * *

 

Un tardo pomeriggio uscì. Non aveva una meta, né aveva ancora ripreso dimestichezza con lunghe camminate. Scese piano per Vicolo Sette e fu al Boulevard Boulle. Si fermò davanti a una vetrina, specchiandosi, e notò che il suo aspetto non era poi sgradevole. Sull'occhio sinistro aveva applicato una lente a contatto del colore dell'iride naturale; poteva infilare nella tasca dei calzoni, celandola, la mano artificiale; e il prognatismo dovuto ai denti era mascherato da un paio di spessi baffi, che si era fatto crescere recentemente, e da un accorto maquillage alla mascella... Sì, poteva andare. Giandre studiò il suo nuovo look quasi con sorpresa, arrivando a giudicarsi un tipo magari insolito, ma interessante.

Era autunno inoltrato, faceva fresco e scuriva rapidamente. Il traffico era intenso. Risalì il Boulevard. Camminò per oltre un'ora a passo spedito, invaso da un'energia che credeva perduta, in uno stato d'animo crescentemente euforico. Finché capì.

Stava andando verso il Grande Ospedale.

Fu fortunato, perché da un lato della cinta muraria notò un crollo... e forse era prudente evitare l'ingresso principale. Giandre scrutò cautamente nel varco, poi vi sgusciò rapido, e proseguì tranquillo. Girò intorno all'enorme edificio. Ecco, in corrispondenza di quel piano rialzato: ricordava bene, là doveva esserci la stanza di Noys... Se lei era ancora lì. Invaso da una montante eccitazione, dietro la porta a vetri vide una figura femminile in vestaglia. Le fece un cenno. L'immagine lontana si mosse! Anche se i suoi connotati erano cambiati, Noys poteva aver riconosciuto il giubbotto, era stata proprio lei a regalarglielo. La figura scomparve.

L'accesso a quel portale risultò ostacolato da sbarre metalliche. Avrebbe dovuto aggirare l'edificio ed entrare dalla porta normale. Non intendeva farlo, era buio e l'ora delle visite era certo terminata. Giandre salì. Strano, come nel suo recente sogno anche qui le scale lo ostacolavano: le scarpe si invischiavano in qualcosa di appiccicoso. Forzò i passi e fu alle sbarre. Aiutandosi con la sinistra e soprattutto con la mano elettronica piegò l'inferriata con estrema facilità, spinse la porta a vetri lasciata socchiusa (da lei!) e fu dentro. Sgattaiolò nel corridoio pieno di ombre.

Nella prima stanza c'erano solo attrezzature, anche se in essa aleggiava un che d'indefinibile che lo respinse. Passò oltre.

Nella seconda stanza c'era un uomo disteso tranquillo, sorridente. Il suo volto era d'un giallastro intenso, spettrale, che a prima vista allarmò Giandre. Poi si accorse che il malato era un giapponese, avrebbe dovuto capirlo subito... In punta di piedi andò avanti.

Noys era nella terza piccola stanza, nel suo povero letto. Lo riconobbe immediatamente. Gli tese le braccia con un gridolino soffocato, e si abbracciarono con impeto.

Non c'erano parole per rendere la gioia di quegli attimi, del ritrovarsi dopo le indicibili traversie di quei mesi oscuri. Lei sussurrò: - Giandre caro, ho sofferto immensamente anche per la tua lontananza. - Scosse il capo. - Ma perché questo silenzio... Bastava anche un biglietto alla tua Noys, un segno. Vedi come sono ora?

Queste parole dapprima spaventarono Giandre. Era inverosimile come a volte i fatti ricalcassero i sogni! Scrutò Noys e la vide devastata dal terribile male, quasi una larva. Ma viva, e questo bastava. Viva, con negli occhi un accenno della grazia di un tempo e la chiara testimonianza del suo amore. Giandre sorrise dei suoi timori, e le disse gravemente:

- Tesoro, guardami bene in viso. Vedi come sono cambiato, come mi hanno cambiato. Non ti ho trascurato per mia volontà... Ma quando avremo più tempo ti racconterò.

Noys sorrise, si scostò e gli fece posto accanto a sé nel modesto letto. Un impeto di gioia incontrollata accese Giandre, come non gli accadeva da una eternità. Noys gli fece la migliore accoglienza che potesse mai fargli, e scherzosamente volle che lui la guardasse bene tutta, col suo nuovo occhio lucente.

E volle che lui le carezzasse il collo esile, dalle vene rilevate e pulsanti, con la nuova poderosa mano che lei sorridendo lodò.
Infine gli chiese di baciarla e di farle sentire la robustezza dei nuovi denti contro le labbra, e sul piccolo seno. Il loro gioco si protrasse a lungo, ed entrambi finalmente godettero di una gioia piena, un'oasi decisamente insperata nella morte di quei mesi solitari.

Il tempo volava. Per Giandre, accomiatarsi da Noys fu come sentirsi devastare da una lama affilata (sorrise ancora tra sé per quest'altra immagine collegata al suo sciocco sogno). Si accorse allora che qualcosa di lui restava, qualcosa che proveniva dal suo mignolo di carne, ferito: non si era reso conto che nel forzare l'inferriata esterna, uno spigolo gli aveva tagliato una giuntura fino al nervo. Per tutto il tempo aveva continuato a stillare sangue, e nel buio non avevano visto che entrambi, e il lenzuolo, grondavano, rossi come un fuoco.

Noys fu presa dal terrore. - Giandre... stai bene? - Lui le sorrise. Un abbraccio, poi si allontanò con gioia e insieme una grande tristezza. Dal corridoio vennero passi concitati.

 

* * *

 

- Dov'è ora?

- Chiuso in una stanza, sorvegliato dai sistemi d'allarme.

- Arrivo - disse il primario. - Chi ha avvisato, oltre me? - A quell'ora della notte c'era poco personale nel Grande Ospedale, quasi del tutto automatizzato.

- Una volante. Sono qui a momenti - disse l'assistente.

Quando il primario fu alla stanzetta chiusa sbirciò dallo spioncino e vide un uomo giovane, magro, dai capelli chiari. Era seduto al centro del locale su uno sgabello metallico, chino su se stesso, e si teneva lo stomaco con una mano. Pareva inebetito. Gli abiti erano inzuppati di sangue scuro, come il volto, le labbra protese mostruosamente in fuori come la caricatura di un coniglio. Per terra c'era una scia di gocce annerite.

- Aveva addosso il comp quando è entrato? - chiese il primario.

- Sì. Gliel'ho prelevato per tenerlo da parte... eccolo qui.

Il primario prese il collare psicoelettronico. Aveva un diametro di circa venti centimetri, uno spessore di alcuni millimetri ed era zeppo di nanocrocircuiti. L'involucro pareva di ottone lucido. Rigirandolo tra le mani notò un'incisione:

 

NOYS A GIANDRE

Che il mondo ti appaia sempre rosa

 

- Ignoro le caratteristiche di questo particolare modello, deve essere recente - osservò pensieroso il primario.

- Le conosco io. È tra i più sofisticati. Gli input provenienti dal mondo reale, in entrata, e quelli psichici provenienti dal cervello in uscita, sono rielaborati dal campo psi del comp in due fasi d'onda che si alternano veloci. Chi lo porta al collo agisce e parla rispondendo in modo del tutto logico alle sollecitazioni esterne, che percepisce però solo a livello profondo. In pratica riscrive soggettivamente gli stimoli esterni, con una sovrapposizione quasi perfetta alla realtà.

Il primario esitò, perplesso, poi si riscosse: - Spero almeno che le microcamere in cui si è imbattuto sul percorso da quando si è introdotto nell'ospedale funzionassero tutte.

- Funzionavano - lo tranquillizzò l'altro. - Si tratta solo di visionare la registrazione, e credo che potremo farlo subito.

- E la paziente?

- È andato il medico di guardia. Anche se purtroppo... Oh. - Si interruppe. Nel corridoio sopraggiungevano di corsa quattro uomini in divisa.

 

* * *

 

La verità era molto più ampia di quanto avrebbero potuto mostrare nastri di tv a circuito chiuso (e il Grande Ospedale ne aveva molte). Giandre non era stato segnalato all'entrata regolamentare. Aveva forzato alcune crepe nella cinta sud, in restauro. Complice l'oscurità, si era introdotto fra le aiuole pervenendo a una delle scalinate. I gradini erano assurdamente inondati di sangue, defluente dall'interno in un largo rivolo. Nella fretta l'uomo era scivolato due volte. Fu nel corridoio in penombra e corse come una lepre. Si fermò alla prima stanza, la Medicheria. Il lago di sangue veniva da lì. Per terra giaceva uno scatolone di flaconi aperti, appena giunti per le trasfusioni tramite via pneumatica dal padiglione della emobanca. Una bacheca, urtata dallo scatolone, si era a sua volta rovesciata. Ne erano fuoruscite buste sparse per terra, ma il sistema di sicurezza non aveva segnalato l'anomalia. Avvicinandosi, Giandre ne riconobbe il contenuto: arti e organi umani. Emise un urlo roco e fuggì.

Fu alla seconda stanzetta. Lì c'era il Paziente 212. Aveva un intenso colorito giallognolo e gli occhi stralunati. L'incisione alla carotide e il filtro selettivo apparivano in ordine: ne usciva un lentissimo rivoletto rosa fitto di puntini bianchi. Leucociti, abnormemente metamorfosati. L'uomo era un megaleucocitico all'ultimo stadio. Giandre passò oltre.

Alla terza stanza c'era la Paziente 213, immobile sul lettino. Esile come un fuscello, la pelle grigio scuro e gli occhi rovesciati. - Noys - sussurrò lui.

Il capo della Paziente 213 si levò lento sul collo tubiforme. - Sei... tu - disse stupita, con voce incespicante e aspra. La bocca viola era contratta in una smorfia. - Tu... Solo ora vieni da me. Sei un ingrato, Giandre. Stai capendo in che stato mi trovo?
Lui taceva. Sia pure a livello non conscio, il suo cervello aveva registrato la realtà. La Paziente 213 non era più viva. Si continuava a prescriverle la terapia biotanatica, tenendola attaccata alla macchina-dei-defunti per qualche settimana, come di rito. Perché era doveroso, perché esisteva la sia pur estrema possibilità di un miracolo. Anche per un'ex megaleucocitica.

- Tu - scoppiò Giandre - sei una... mezzamorta! Noys, vorrei che mi perdonassi. Guardami, guardami bene, Noys! Anche io sono...

- Ti sto guardando, Giandre, e vedo solo che io sono ormai una mezzamorta mentre nonostante tutto tu sei ancora vivo e vegeto. Vattene! Non potrò mai perdonarti la solitudine in cui mi hai lasciato marcire!

Giandre le urlò con ferocia: - Non mi vedi da oltre un anno, potresti non aver potuto vedermi mai più, e mi accogli così? Stupida megera imputridita! Sta' zitta e convinciti che per te non c'è più niente da fare, tu sei già morta, capisci? Dallo stadio in cui sei non si torna indietro, si prosegue verso il nulla e io ne sono felice, cagna!

Noys lo fissava con occhi vitrei nei quali cornea e iride si confondevano in un'unica pallottola traslucida. Sussurrò: - Mio Giandre...

Di colpo l'uomo fu preso da una frenesia incontenibile e si precipitò al capezzale, abbracciando la Paziente in un mare di lacrime e singhiozzi.

Come accecato, riassaporò la gioia del loro rapporto, durato poco, troppo poco. A dispetto di tutto essi, benché al limite estremo, si ritrovavano ancora insieme. Lui era un rottame, ma nessuno avrebbe più dovuto depredarlo di questa gioia. Neanche la morte. Era troppo bello.

Noys doveva sopravvivere.

Guardò la donna col suo nuovo occhio, e ne vide il corpo a un vicolo cieco. Lui doveva appropriarsi per sempre di momenti come questo, conservarne in sé il ricordo felice.

Poi l'abbracciò con trasporto e con la sua nuova, possente mano le prese il collo e con uno scatto violento glielo troncò netto. Il sangue della Paziente 213 non sprizzò rosso perché era il sangue di una mezzamorta. Era scuro, semicoagulato, e scendeva anche un icore filante da ghiandole congestionate simili a palle da tennis. I muscoli facciali di Noys ebbero una lenta contrazione. Tenendolo ben saldo, sollevò il capo di Noys dai sottili capelli radi; lo avvicinò a sé tremante, e ne baciò a lungo le labbra.

Infine coi suoi nuovi, robusti denti le morse le labbra e la lingua livide e tirò, tirò fino a stracciargliele. Con la micidiale mano squarciò vestaglia e corpo; e in un ardore che lo fece mugolare ebbe finalmente dentro di sé Noys, per sempre. Quanto più possibile della sua Noys.

 

* * *

 

I quattro uomini in divisa ascoltarono il resoconto dei nudi fatti constatati; visionarono i nastri e li sequestrarono unitamente al comp. Infine si recarono dall'uomo. In preda a spasmi violenti, stava vomitando lentamente per terra qualcosa d'innominabile. Non oppose la minima resistenza. Lo portarono via.

- Ci sono tracce di violenza sessuale sulla Paziente? - chiese il primario al medico di guardia.

Questi borbottò corrucciato: - Probabilmente sarà arduo rilevarle. Proverò.

L'assistente disse: - Se permettete, provvedo a spedire in obitorio ciò che resta della Paziente.

- Vada pure - rispose il primario. - Ci risentiamo dopo.

 

 

8.

 

Se vi inoltrate verso il lato sud di Boulevard Boulle e risalite la zona dei vicoli, giungete a una piazzetta da cui si dipartono a raggiera cinque stradicciole. A sinistra c'è un polveroso bazar di articoli casalinghi. Vi si vende e affitta di tutto, da stoviglie plastiche a piccoli attrezzi computerizzati. Il proprietario è un vecchietto cadente e lamentevole di nome Rebo; se gli chiedete degli affari, farfuglierà la solita litania sui tempi duri e sulla merce che ammuffisce. La zona è nei paraggi di Vicolo Sette, ma da anni ormai nessuno dei pochi che lo conoscevano si ricorda di Giandre.

Di un unico articolo il vecchio si mostra sempre soddisfatto. È una mano artificiale, che - col semplice accorgimento di un motorino interno - sviluppa una forza sorprendente e un alto grado di precisione. Alla base della protesi è ancora incrostato un tratto incartapecorito d'avambraccio, unica traccia del precedente proprietario; sul palmo risulta incisa una rozza G. Il vecchio l'acquistò a un mercatino. Qualche volta Rebo la chiama "la mia terza mano di seconda mano": l'oggetto gli comunica momenti di buonumore, perché egli l'affitta sovente e ne ha abbondantemente ammortizzato il costo. Vorrebbe che ogni suo articolo fosse, come quella mano, una buona merce.

 

 

Vittorio Catani

 

 

© 1986, 1999,2002

 

 

 

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