Il gioco dei mondi di Vittorio Catani


Il gioco dei mondi

 

Il gioco dei mondi. Le idee alternative della fantascienza

di Vittorio Catani, Eugenio Ragone, Antonio Scacco
Edizioni Dedalo,
1985
Pagg. 104
Lire 28.000)

 

 

da Ancora libri sulla fantascienza, recensione di Domenico Gallo, "Intercom" n. 82, marzo 1986

Catani, Ragone e Scacco sono i tre principali animatori della rivista amatoriale barese "THX 1138". Il loro volume Il gioco dei mondi. Le idee alternative della fantascienza è di tipo molto particolare. La struttura è costituita da una cooperazione antologica di saggi, ognuno firmato dal singolo autore. Il gioco dei mondi consiste in autonome digressioni sui temi della fantascienza mediante l'utilizzazione di numerosi inserti da opere di narrativa. Dal punto di vista critico, l'opera si pone l'obiettivo di dimostrare che la fantascienza sia una "letteratura di idee" originali ed accattivanti, e che questo, forse, ne giustifichi il soggetto.
Le opinioni dei tre autori non sono omogenee, e il complesso generale dell'opera risulta una sovrapposizione di tre libri differenti.
Gli autori, a questo proposito chiariscono nella postfazione di essere a conoscenza di differenti metodi critici utilizzati per l'analisi dei testi e dichiarano di averne scelto uno in particolare per il loro studio, cioè l'analisi della trama.
Personalmente ho sempre ritenuto quell'indagine come poco adatta per interpretare un un genere o una singola opera, in quanto la definizione di letteratura di idee è di per sé ghettizzante, e tende a escludere a priori le rilevanze stilistiche e psicologiche. Inoltre questo volume viene dato alle stampe in un periodo in cui l'editoria sembrava più orientata verso testi dall'impostazione più scientifica, come il volume di Simonetta Salvestroni Semiotica dell'immaginario (Marsilio), di carattere semiotico, e il classico della storiografia sulla fantascienza di Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza (Il Mulino).
Il volume di cui parliamo, il primo nella storia editoriale della sf italiana a possedere questa impostazione, non si inserisce nel dibattito critico attuale per il suo "primitivismo", cioè non sottintende nessuna propedeuticità critica o di conoscenza dei testi, e si pone a margine slegandosi completamente.
Questa caratteristica gli permette di affacciarsi su di un altro mercato, cioè quello di un pubblico che non conosca la sf ma se ne senta attratto per le sue caratteristiche di insolito e di bizzarro. Mi sembra il primo tentativo di comporre un libro di testo per le scuole medie, che sia anche una guida per l'insegnante neofita, riuscendo a introdurre la fantascienza in maniera abbastanza organica nei programmi ministeriali.
Insomma un passo forse necessario per entrare nella fantascienza, anche se l'analisi della trama poteva fornire risultati ben più interessanti. Se Umberto Eco, nel lontano 1964 (in Apocalittici e integrati, Bompiani, pagg. 59-60), offriva ai lettori un'occasione di ricerca sulla fantascienza, questo invito non è stato raccolto in quanto l'analisi del "plot" è qui totalmente svincolata dai meccanismi di creazione dell'industria culturale.
Ogni capitolo del libro è dedicato a uno dei temi classici della fantascienza; e laddove si trovavano agganci con discipline scientifiche, gli autori hanno inserito dei riquadri esplicativi di discreta divulgazione scientifica.
Come notavamo precedentemente, l'aspetto più appariscente del libro è la diversità di giudizio e di stile dei tre diversi autori. Il capitolo migliore mi è sembrato quello redatto da Eugenio Ragone e intitolato Dietro la realtà, in cui attraverso le visioni deformate ed estreme della fantascienza si passano in rassegna alcune tematiche relative alla percezione. Sia Catani che Ragone dimostrano una. discreta conoscenza del retroterra culturale e scientifico in cui nascono e si sviluppano i temi trattati. Altrettanto non si può dire delle parti sviluppate da Antonio Scacco.
Mi dispiace dover registrare in un libro inesattezze storiche e pressappochismi, purtroppo nei capitoli attribuiti a Scacco se ne trovano diversi, tutti indirizzati a inquadrare una descrizione del comunismo quanto mai personale ed antistorica.
A titolo d'esempio cito a pag. 133: "Il disordine, dunque, non appartiene alla natura, ma all'uomo."
Questo contrasta con il comune senso della realtà fisica, distinguendosi come affermazione epistemologica quanto mai dubbia, per giunta in un volume che compie
numerosi richiami alle discipline scientifiche. Sono note a tutti, sia pure a livello di citazione, alcune caratteristiche dell'entropia, almeno nella sua relazione con il disordine di una certa configurazione, cioè il numero degli stati accessibili a un sistema
fisico. Ebbene: la natura tende al massimo disordine, al degrado; un sistema isolato spontaneamente si pone nel suo stato di massimo disordine, e per riportarlo alla configurazione iniziale vanno variati i suoi parametri esterni, cioè occorre fornire energia. L'energia, come conseguenza del Secondo Principio della Termodinamica, ha la caratteristica di non poter essere riutilizzata completamente se intesa come calore. Quindi la natura, seppure ha senso una battuta del genere, tende al disordine, mentre è intenzione dell'uomo mettere l'ordine.
Lo stesso James Clerk Maxwell ipotizza l'esistenza di un caparbio diavoletto (che nella letteratura scientifica viene citato appunto come "diavoletto di Maxwell"), capace di scegliere una ad una le molecole di un gas, mettendole così in ordine. Nasce il "paradosso di Maxwell", cioè l'impossibilità da parte della natura di possedere un ruolo di ordinamento spontaneo del caos molecolare ipotizzato da Brown.
Il rapporto tra uomo ed esperimento, come tra uomo e macchina di simulazione, in uno sviluppo che va dalla fisica classica alla paradossale "macchina di Turing", è la storia dell'interazione tra lo sviluppo della cultura e la capacità dell'uomo di adattare
la realtà ai propri bisogni. Antonio Scacco travisa l'ordine instabile e robotico del capitalismo con la necessità delle classi subalterne di ottenere l'eguaglianza sociale. Ricordo che il marxismo impone un rapporto dialettico tra i dati della realtà e l'organizzazione teorica dei dati stessi, "un feed-back continuo" direbbe la cibernetica di Norbert Wiener. Ed ecco che salta fuori il nome del vecchio Stalin, come nella
diarroica propaganda parrocchiale dell'immediato dopoguerra, insomma uno stereotipo del male ormai relegato alla creatività punk. Veniamo così a riscoprire i valori positivi della "vera religione" che non tende alla sopraffazione. Ma allora il "vero comunismo"
solo i baffi di Stalin.
A pag. 142 Scacco cita il fallimento delle rivoluzioni. Cerco di non lasciarmi andare a facili ironie ricordando le due rivoluzioni scientifiche attribuite a Galileo e ad Einstein, poi quella industriale e quella francese nei miei confusi ricordi di scuola, per soffermarmi su quelle intese dall'autore, cioé le rivoluzioni che terrorizzano le vecchiette delle novene nei film di Don Camillo. Ebbene, esse non mi sembrano poi tutte fallite, anche perché è grazie a quella molto timida del 1944/45 in Italia che ora si scrive su fanzines che nessuno legge, o quasi, e che in molte parti del mondo le popolazioni di colore conquistano un diritto alla vita, anche nel senso biologico del termine. Né mi convince il terzomondismo della Chiesa che esce fuori sempre all'ultimo momento, quando i regimi prima appoggiati diventano definitivamente marci e inservibili.
Che strano: era un libro sulla fantascienza, eppure non ho parlato del solito Simak, ma di scienza e di politica. Sicuramente è più pericoloso girare disarmati a Quarto Oggiaro in piena notte che l'invernale alla classica Nord dell'Elger, o sventolare in un sobborgo napoletano bustine di polvere bianca che sbarcare su Marte.
Comunque in questo Gioco dei mondi ci sono un sacco di illustrazioni e gli amici baresi sono decenni che lavorano per la fantascienza e, come diceva il vecchio Curtoni, con la fantascienza non ci si guadagna di certo...


Coperina Intercom n°82Vittorio Catani: lettera ("Intercom" n. 83, maggio 1986), in risposta alla recensione di Domenico Gallo de Il gioco dei mondi.

Caro Gallo,
personalmente considero le critiche essenziali per un autore. Tuttavia temo che il tuo scritto non colga nella giusta misura lo spirito e le finalità de Il gioco dei mondi.
Premetto che non entrerò nel merito dei lunghi appunti che rivolgi ai capitoli scritti da Scacco; se lo riterrà opportuno, sarà lo stesso Scacco a risponderti, così come una risposta credo verrà anche da Ragone. Parlo a titolo personale, e pertanto mi riferisco ai tre capitoli scritti da me (e in verità anche ai tre a firma di Ragone, per la parte di mia collaborazione: giacché in realtà noi due abbiamo lavorato a quattro mani; en passant, ci ha stupito che tu abbia rilevato difformità anche fra i testi scritti da noi due!)
Mi soffermerò sulla impostazione del nostro libro - da te contestata - che privilegia le "idee" della fantascienza.
Anzitutto ritenevamo di essere stati sufficientemente espliciti (in prefazione e postfazione) sui seguenti punti:
1) trattare la sf quale letteratura di idee è una semplificazione funzionale al particolare discorso propedeutico/divulgativo da noi proposto;
2) l'importanza delle idee nella sf non è comunque da sottovalutare, se è vero che questa letteratura ha incontrovertibilmente espresso un patrimonio peculiare di idee (saccheggiate da più parti), e che poi sono ciò che maggiormente attira al genere il neofita (non solo costui); e non vediamo perché una volta tanto non si debba dare a tale aspetto la giusta rilevanza (d'accordo, oggi è di moda sparare a zero su una simile impostazione. Le "idee" appartengono al rimosso della fantascienza...);
3) rendiamo noto di ben sapere che esistono altri approcci (io per primo li considero più pertinenti sotto il profilo critico);
4) esplicitiamo che il privilegiare le idee, in quan to frutto di una nostra semplificazione, rischia spesso di travisare la dimensione letterario-psicologica ecc. delle storie di sf (al riguardo portiamo anche un esempio, prendendo spunto dal racconto Luce d'altri giorni di Bob Shaw);
5) per concludere: sottolineiamo che il libro è destina to essenzialmente a chi non conosca, o conosca poco, la fantascienza, e tuttavia ne sia incuriosito.
Orbene: il tuo articolo - come dicevo - pare tenere in scarso conto tali premesse. Eppure tra noi addetti ai lavori dovremmo guardarci negli occhi e ben dircelo una volta per tutte, specie se abbiamo esperienza di incontri con il pubblico generico, quello dei "non addetti" (conferenze, dibattiti, ecc. sulla sf): in quelle sedi non ha alcun senso, anzi sarebbe controproducente, sbrodolarsi con i vari Suvin, Salvestroni et similia. Costoro - sia chiaro - ben interessano noi, il nostro dotto e dorato ambiente o settore specializzato o ghetto; ma sfido chiunque legga queste righe a interpellare il primo conoscente o la prima persona, sia pure acculturata, che gli capita a tiro e accennargli di fantascienza: nella migliore delle ipotesi gli verrà chiesto di rimando: "Ma tu credi nei dischi volanti?" (lo stesso A.C. Clarke riporta casi del genere!).
Proprio da verifiche come queste, vissute per anni sulla nostra pelle (dal nostro gruppo barese, ma certo non solo da noi), è nata l'idea di un libro - "slegato dagli indirizzi critici correnti"... ok, non ci interessavano assensi o imprimatur - che si proponesse di avvicinare, partendo da una sorta di "grado zero" della comunicazione specifica, potenziali simpatizzanti: l'intellettuale in genere, il semplice curioso, il lettore di sf occasionale ma non superficiale, lo studente, e così via. Da ciò, una risoluzione che a noi è parsa ovvia, d'intesa con l'editore: inutile - magari sciocco - avventurarsi in meandri critici o specialistici. Più adeguato ai nostri fini, invece, proporre con linguaggio accessibile "una" visione della sf (il che è indubbiamente scelta personale e riduttiva, come ogni scelta: nella prefazione al testo lo diciamo), fornendo peraltro indicazioni per rimandi più approfonditi. E pensavamo che sarebbe già stato un successo se il lettore di un testo del genere avesse ammesso, a fine lettura, di aver scoperto qualcosa che non sospettava: cioè che la sf è "narrativa" (il che non deve sorprendere: al di fuori del nostro ambiente, provare per credere, bassissima è la percentuale di persone che considerano letteratura la fantascienza; in genere si pensa ad essa come a un ibrido tra futurologia e ufologia).
Per quanto concerne più direttamente gli addetti ai lavori e il fandom, ritengo insomma che sia soprattutto il raggiungimento o meno degli scopi del libro il punto da discutere. E cioè, se si ritenga giustificata un'operazione del genere, poste le note premesse di "analfabetismo fantascientifico" corrente; e se valga la pena muoversi per avvicinare un pubblico generico interessato a saperne di più sulla sf: quel pubblico di lettori potenzialmente disponibile, solitamente distolto dalle banalità di certi film e telefilm, come pure, ahinoi, da linguaggi specialistici.
Per quanto ci riguarda (parlo di noi tre co-autori) devo dire che l'interessamento suscitato durante le presentazioni del volume, le lettere ricevute, le recensioni su stampa varia, lasciano intendere che la risposta a Il gioco dei mondi sia stata nel senso che auspicavamo.
Insomma, speravo che proprio questi punti (che poi sono gli eterni problemi di chi frequenta il fandom) venissero alla luce, giacchè ne discende la diffusione e forse la sopravvivenza stessa della narrativa di sf, atteso che da anni si parla di crisi, ricambio del pubblico e così via. Sempre che il tutto ci stia a cuore... a parte l'interesse specifico di noi quattro gatti!

Cordialmente,
Vittorio Catani

 

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