Intervista a Vittorio Catani di G. Iannozzi

 

La vita di Vittorio Catani: quella dell'artista e quella dell'uomo. Chi è Vittorio Catani? Tu come ti vedi?

Vittorio Catani (agosto 2002)
Vittorio Catani (agosto 2002)

Se questa domanda vuole anche essere lo spunto per una breve biografia, approfitto subito e mi tolgo il pensiero. Sono nato a Lecce nel 1940 da padre umbro e madre calabrese; sono vissuto sempre in Puglia.
In questa regione i miei non avevano radici, né tanto meno parlavano dialetti locali. La conseguenza è che mi sono ritrovato sempre come una specie di immigrato: a Brindisi ero il leccese, a Bari ero il brindisino, e dovunque andassi non ero “pugliese” (negli anni Quaranta la Puglia era un’enorme campagna, e a parte l’energia elettrica non c’erano molti progressi rispetto all’Ottocento, nonostante che il porto di Brindisi fosse un’importante basa navale e attraccassero le corazzate americane - eravamo nell’ultima fase della guerra - e a terra scendessero i marines). In conclusione, e sia pure in piccolo, ho vissuto da subito la situazione sociale dell’“estraneo”, soprattutto a scuola e per strada. Mi ci soffermo perché penso che ciò abbia avuto la sua parte non solo nella mia formazione, ma anche nella mia precoce predilezione per la fantascienza. La science fiction degli anni ’50 spesso aveva un occhio particolare per il “diverso” (penso alle storie di Clifford Simak; o a Il segreto degli Slan di A.E. van Vogt, Nascita del superuomo e Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, e i suoi racconti). Non solo: questa narrativa aveva un respiro cosmopolita, anzi cosmico: e per le mie origini io non mi sentivo particolarmente legato ad alcuna lingua ed etnia, mi consideravo soprattutto un “terrestre”, rifiutavo (non capivo) questioni campanilistiche, razziali e così via. E tuttavia i miei ricordi formativi, quelli più cari, sono legati alla campagna pugliese. Uno scenario, questo, che ho spesso trascritto o trasfigurato nella fantascienza che scrivo, nei pianeti che ho “visitato”.
Vittorio Catani (1957)
Vittorio Catani (1957)

Quanto al resto, mi vedo come una persona che ha sempre vissuto un po’ da osservatore, anche se un mio connaturato orgoglio mi ha spinto a cercare di coinvolgermi in qualunque lavoro facessi.
A 18 anni entrai in banca. Era il 1959: non esisteva lo Statuto dei Lavoratori, il mestiere del bancario era pesantissimo, con orari notturni, straordinari raramente pagati, ferie in mesi invernali, organizzazione quasi militare eccetera. Ricordo la mezzanotte di un 31 dicembre (1962, credo) trascorsa in banca per quadrare i conti annuali (senza computer ovviamente, con la sola macchinetta addizionatrice), e la bottiglia di spumante stappata dal direttore. Altro che Articolo 18. Detestavo un lavoro del genere ma non ero in condizione di poterlo rifiutare, né intendevo passare per scansafatiche. Per 37 anni, cioè fino al mio pensionamento (1996), nonostante miglioramenti e avanzamenti di carriera, sul lavoro ho dunque vissuto in una situazione di schizofrenia: bancario nelle ore lavorative, lettore e poi anche scrittore di fantascienza di notte, durante le domeniche, le malattie, le ferie... La sf può diventare una passione divorante (ma ho avuto anche lunghi periodi di rigetto, nei quali ho venduto per tre soldi l’intera collezione). Comunque, secondo me, sui libri di sf bisognerebbe mettere questo avviso: “Nuoce gravemente alla famiglia”:-)

Il lettore moderno cosa dovrebbe leggere per esser un buon lettore?

Fandom Barese negli anni '70 Inizio anni '70, primo fandom barese. Catani e, da sin.: Silvio Simboli, Pino Cioce, un... imberbe Eugenio Ragone, Guido Bottone

Sono un po’ all’antica, e la penso come Strawinskij (vabbe’, amo molto la musica, come vedrete), il quale sosteneva più o meno: impara bene le regole dell’armonia, del contrappunto, della composizione, poi dimenticale. Questo per dire che, specie se si vuole scrivere, occorrerebbe crearsi una visione non parziale o limitata della narrativa. Io confesso lacune enormi: purtroppo oggi una mia lettura della Recherche (faccio un esempio), non costituirebbe più quell’esperienza formativa che danno esperienze del genere a vent’anni (mi riprometto sempre di affrontare il libro-monstre proustiano...). D’altronde non si può leggere “tutto”, specie se si ha anche un lavoro impegnativo, figli e così via. Comunque continuano ad interessarmi gli scrittori importanti o cult del Novecento. Un settore particolarmente caro, per me, è quello degli italiani: noi non avremo avuto nomi di risonanza mondiale, ma ci sono pagine di Bacchelli, Pavese, Arpino, Bianciardi, dello stesso Moravia (i racconti) e decine d’altri che mi restano molto vicine, fondamentali. Poi ovviamente occorre cercare di aggiornarsi, stare al passo con i tempi. In definitiva credo che esista un’unica regola per essere un buon lettore, e cercare d’essere un buon scrittore: non fossilizzarsi su epoche generi e nazionalità.
C’è molta verità nel detto secondo cui i libri nascono da altri libri; ma ciò vale particolarmente per la narrativa di fantascienza, che si è sviluppata grazie a continui ampliamenti, rielaborazioni diramazioni e mutazioni dei suoi temi, in modo quasi darwiniano. Scrivere fantascienza significa anche avere già un’idea del suo sviluppo, dei temi trattati, e in che modo.

E lo scrittore (o l’artista), invece, come dovrebbe prepararsi per essere veramente originale nelle sue opere?

Inizio anni '70, primo fandom barese Inizio anni '70, primo fandom barese: Catani, Marino De Pascalis, Silvio Cantarelli, E. Ragone (seduto)

Come ogni altro lavoro, la scrittura è un mestiere che si affina con l’esercizio, con un valido... editing interattivo (cioè qualcuno competente che legga le tue opere in anteprima e ti dia pareri spassionati... ma è difficilissimo avere a portata di mano una persona simile) e soprattutto tramite il confronto con il pubblico. È vero che grandi autori si nasce, ma l’apprendistato è essenziale (Leonardo da Vinci ebbe un apprendistato lungo e oscuro, e produsse i suoi capolavori nel periodo della maturità). Con una buona gavetta qualunque autore può comunque rendere la sua pagina più scorrevole, gradevole, arguta, leggibile. Renderla anche “personale” sarebbe poi moltissimo. Quanto all’originalità, è merce estremamente rara, forse innata. Ma come è stato detto: dopo Omero chi ha scritto qualcosa di realmente originale?:-)
Per tornare alla sf, direi che la fantascienza italiana ci ha dato un notevole numero di romanzi, spesso interessanti, e una massa immane di racconti spesso eccellenti, sperduti però su vecchie riviste o migliaia di fanzines che oggi restano sconosciute ai più. La circolazione della sf italiana è stata in cinque decenni un mondo sostanzialmente sommerso e che verosimilmente non vedrà mai la luce, soprattutto per quanto riguarda la narrativa breve. Ovviamente in questi casi è mancato uno degli elementi che richiamavo, il “confronto” con un pubblico reale, vasto, che non fosse lo stesso ristretto fandom.

Si nasce o si diventa scrittori? Perché dovrei scrivere, quando per me sarebbe molto più facile dedicarmi a un’altra attività?

Ecco, bravo: fai qualcos’altro:-) Eviterai molti veleni...
Insomma, chi si pone questa domanda e nonostante tutto continua a scrivere, ha già (se non altro) la testardaggine dello scrittore. Poi occorrerà vedere se ne ha anche la stoffa. Diciamo che autori siamo potenzialmente tutti, ciascuno di noi si porta dentro storie forti che vorrebbe comunicare e che certamente sarebbero di impatto se fossero adeguatamente rese sulla carta. Come riuscirci? Rimando alle prime righe della precedente risposta.

La LittleCon 1 (Bari, maggio 1981) La LittleCon 1 (Bari, maggio 1981): (da sin.): Ragone, Pino Cioce, Catani (seduti vicino a lui i figli Mara e Italo); seduti pił in basso: Francesco Lato (camicia beige) e Guido Bottone (maglione celeste)

La fantasia potrebbe essere una forma di intelligenza? Me lo sono chiesto spesso.

Credo che sul concetto di “intelligenza” oggi le cose siano molto cambiate; e insomma penso che la fantasia, sissignore, sia una forma di intelligenza, se non altro in quanto facoltà del cervello particolarmente sviluppata rispetto a chi, per dire, abbia una fantasia media, normale, quella insomma della gente che dice: “ma quando scrivi come fai a concepire quelle cose così strane”. Sta di fatto che la fantasia può, per esempio, arricchire le facoltà analitiche, consentendo di immaginare o anticipare fatti, soluzioni; renderci creativi. Comunque anche qui occorre avere gli strumenti tecnici per trasformare questa fantasia in qualcosa di concreto.

E l’intelligenza artificiale potrebbe essere una forma di fantasia? Qualcuno mi ha detto - non ricordo più chi - che la fantascienza è stupida perché è “fantascienza”.

L’intelligenza artificiale mi affascina perché fa pensare a forme di ragionamento che non seguano gli schemi del cervello umano. Cosa saprebbe elaborare, o anche immaginare, o vedere (parlo proprio della visione), una intelligenza diversa dalla nostra, diversa soprattutto perché su basi non biologiche? Parlavamo di fantasia nella fantascienza: temo che su questo punto proprio la nostra narrativa ne abbia dimostrata poca, presentando intelligenze artificiali che sono caricature nel meglio o nel peggio della mente dell’uomo. Ovviamente ciò non toglie che esistano racconti bellissimi sull’IA: penso ad Asimov, Simak, Stanislaw Lem, Rucker e altri. D’altronde qui la sf si scontra con un suo limite intrinseco, che poi è un limite della nostra mente: immaginare qualcosa che sia il meno possibile antropomorfo.
Che la fantascienza, in quanto tale, sia “stupida” mi sembra davvero un’idea stupida...

Scienza e fantascienza: non capisco la differenza.

Ma come... La differenza sta solo in quel “fanta-”:-) Il fatto è che anche uno scienziato, per elaborare le sue deduzioni, deve avere fantasia. È peraltro assodato che esista una immaginazione scientifica. Districo l’imbroglio, troppo complicato per me, lasciando la parola al biologo inglese Brian Medawar, premio Nobel 1960: “Nella scienza, l’elemento immaginativo esiste nella concezione, non nel linguaggio attraverso il quale la concezione viene espressa e trasmessa”. Facilissimo, vero?:-)

Qualcuno mi ha detto che la fantascienza è…

Ferrara, SFIR 1977 Ferrara, SFIR 1977. Partendo dalla prima fila si distinguono, tra altri: Filiberto Bassani, Mauro Gaffo, Fabio Calabrese, Enrico Rulli, Claudio Asciuti (solo la... chioma bionda), Lanfranco Fabriani, Roberto Bonadimani, Catani, Giuseppe Lippi

Ne sono state dette tante che non saprei elencarle tutte, anche perché alcune ho voluto dimenticarle...
La fantascienza è: falsa scienza; fanta-scemenza; la fantascienza rovina la fantasia (me lo diceva mio padre, anno 1953: non è bastato a dissuadermi...); la fantascienza è “quei cartoni animati assordanti che vede continuamente mio figlio in tv” (detto da una signora alla presentazione di un mio libro). Potrei continuare. Anni fa fui introdotto a una esponente della libreria Laterza, di Bari, con queste parole: “Vittorio Catani, scrittore di fantascienza”. Secca risposta della predetta: “Ah, ma a me la fantascienza non piace”.
Per altri, più... umanamente, la fantascienza è “le favole del XX secolo” (Orson Welles); la narrativa che ci racconta la trasformazione dell’uomo in macchina (Ballard); il “meraviglioso scientifico” (Todorov), eccetera. Theodore Sturgeon scrisse da qualche parte che la fantascienza è poesia, e sono d’accordissimo con lui: con alcuni autori (lui compreso) lo è. Per altro verso, lo stesso Sturgeon coniò la celebre “legge” che porta il suo nome: “La sf è spazzatura al 90%” (ma poi aggiunse: “Ora ditemi voi cos’altro, al mondo, non è spazzatura al novanta per cento!”)
Per quanto mi riguarda, resto legato a un vecchio concetto di Lino Aldani secondo cui la fantascienza è “capace di porre il lettore, attraverso l’eccezionalità o impossibilità della situazione, in un diverso rapporto con le cose”. Dunque per me ecco la marcia in più della sf: la sua capacità di collegare il letterario con l’extraletterario, ma in un suo modo particolare, con quel suo smontare e rimontare il mondo e l’uomo. L’idea di Aldani fa il paio con il concetto di straniamento che negli anni ’70 alcuni studiosi ripresero da Sklovskij e dai formalisti russi , ma anche da Brecht, per spiegare particolari effetti di iper-realismo critico che la sf riesce talora a raggiungere. D’altronde per Darko Suvin la science fiction ha nel Dna i romanzi utopistici dei vari Bacone, Moro, Swift eccetera...
Insomma: io vedo la letteratura di fantascienza nel suo insieme come “una scansione a 360 gradi della realtà”. Letterariamente parlando, ovvio.

Brindisi fine anni '80 Brindisi fine anni '80, da destra: Donato Altomare, Ragone, Cosimo Trisolini, Antonio Scacco, Catani (premio "I Crociati dell'Arte")

E il cyberpunk è…

È stato la ventata, il tifone, il terremoto che ha rivoluzionato la narrativa che ci occupa. Dopo il cyber (per usare una frase ormai ritrita) nulla è più stato come prima... Nella sf, ovviamente. Il cyberpunk ha avuto se non altro il merito di riportare nella fantascienza con prepotenza il discorso sui grandi temi (scientifici, messmediali, sociali, etc.) che caratterizzano il “passaggio” del Millennio.

E l’AvantPop è…

...è interessante, innovativo, probabilmente necessario. Ovviamente soggiace anch’esso più che mai alla summenzionata Legge di Sturgeon.

Sempre questo qualcuno mi ha anche detto che, spesse volte, i generi fantastici (e fantascientifici) si confondono l’un con l’altro, ma non è stato molto chiaro a riguardo e io mi sento ancora confuso. Tu potresti aiutarmi a far luce nella nebbia che mi porto dentro?

Un'avventura fantascientifica su "Topolino" formato tabloid (1939) Un'avventura fantascientifica su "Topolino" formato tabloid (1939)

Annebbiato sono anch’io. Anche grandi autori, come Ursula LeGuin, sostengono per esempio che non vi siano differenze tra science fiction e fantasy. Ma secondo me di fatto i generi esistono, e non sono solo convenzioni editoriali. Il 1984 orwelliano analizza la società, l’ambiente, i personaggi, il linguaggio, in un certo modo: il fantasy non potrà mai fare nulla di identico o simile. Il fantasy è estraneo a tale genere di analisi; potrà dirci cose belle e importanti, ma in modo decisamente diverso. È, appunto, questione di “generi”. I generi sono un’invenzione? Perfettamente d’accordo, anzi c’è chi dice che non esistono. La letteratura è una sola? Verissimo. E ci sono zone di confine tra i generi, per cui le attribuzioni possono risultare problematiche: uno dei risultati di questa incertezza era la science-fantasy di opere fascinose come Ali della notte di Silverberg (e molte opere della LeGuin, appunto). Nondimeno, allontanandoci da questi limiti in comune si scoprono - credo non si possa confutarlo - distanze abissali. Ai critici di professione il compito di spiegare il paradosso...

Ma prima della sf, com’era la letteratura fantastica? Esisteva?

La letteratura fantastica esiste almeno dall’epopea di Gilgamesh, la fantascienza a mio avviso no, perché nasce dall’impatto della Rivoluzione Industriale sulla società e sull’individuo. C’è chi sostiene che questa teoria non sia sufficiente o soddisfacente, ma io credo esista quanto meno un nesso strettissimo. L’avvento delle tecnologie moderne ha impresso alla società un’accelerazione vorticosa, mai prima immaginata, che ha mutato parametri fondamentali (“eterni”) in pochi decenni. Come negarlo? È non è proprio questo che ci racconta la sf, e non sono le condizioni di partenza del tutto inedite rispetto al passato?
Ammetto comunque di essere rimasto stupito dalla lettura della Storia vera di Luciano da Samosata. Intorno al 175 d.C., egli scrisse un vero romanzo fantastico nel senso moderno, probabilmente il primo in assoluto. Certe pagine, decontestualizzate dal resto, potrebbero sembrare fantascienza americana dell’Età d’Oro, con quelle avventure e le descrizioni di panorami e creature stranissimi. Ovvio però che gli intenti di Luciano non comprendevano né la tecnologia, né il divertimento fine a se stesso. La sua era un’opera le cui valenze di base erano critiche, polemiche, filosofiche. Tanto vero che è stato il riferimento per molti romanzi fantastico-filosofici settecenteschi.

Come scrivere la fantascienza e, più in generale, la letteratura fantastica… Io non ho nessuna idea a riguardo.

Per me scrivere sf significa rifarsi al mondo reale, non c’è dubbio. Come diceva il regista Fellini: sarei autobiografico anche se raccontassi la storia di un pesce. Come lettore, però, amo molto anche il genere fantastico nonché una sf svincolata da riferimenti contingenti (autori quali Edmond Hamilton, Catherine L. Moore, eccetera... per intenderci quelli del sense of wonder, talora esotico, capace di farci balenare un mondo “altro”). Tuttavia come autore cerco l’aggancio con l’universo quotidiano.
Proprio per questo, fin dai ’70 mi sono dedicato sempre più alla rappresentazione di scenari fantascientifici italiani, cercando di integrare l’evoluzione tecnologica e le sue conseguenze con ambienti e atteggiamenti a noi più vicini; il che agli inizi non era una scelta diffusa né facile. Lo facevo non per campanilismo culturale, ma perché mi piaceva descrivere ciò che conosco meglio. Eppoi mi sembrava assurdo oltre che incongruo, in Italia, parlare sempre dei John e delle Mary.

La politica, la religione, la filosofia, la storia, influiscono sulla letteratura? Ho sentito parlare per puro caso di fantareligione, fantapolitica, fantafilosofia, ucronia, ma per me è arabo.

Influiscono eccome, se si vuole scrivere una science fiction, come dire, in presa diretta. Non solo. Influiscono anche a livello inconsapevole e spesso traspaiono fra le righe, al di là delle intenzioni dello stesso autore. Anche escludere certi temi dalla narrazione è una scelta “politica” (in senso esteso). E così via. Una volta si discuteva molto sulla ideologia della letteratura, di un particolare testo o di un altro. Talora si cadeva in eccessi, ma lo preferirei senz’altro alla rimozione o alla melassa vischiosa che si riscontrano oggi.

Un Salgari (ed. 1944) Un Salgari (ed. 1944)


Personalmente ho scritto alcune storie (brevi e lunghe) imperniate in modo più o meno esplicito sulla “politica”. Il mio... temerario intento di partenza era costruire, nel tempo, i tasselli di una “Storia Futura Libertaria”, strutturata in temi personaggi ed epoche differenti fra loro, ma che formassero comunque un insieme, un piccolo ciclo dotato di coerenza. Al momento i titoli sono otto.
Con l’occasione vorrei richiamare un episodio riguardante sia una di queste otto storie, Il pianeta dell’entropia, sia la testata su cui essa fu pubblicata: “Robot” (n. 22 del gennaio 1978). Nel 1989 appresi di Valerio Evangelisti quanto segue: “Robot” era letta da un pubblico assai più vasto di quello dei veri e propri appassionati; la rivista (come anche “Un'ambigua utopia”, peraltro più ostica e meno diffusa) godeva di una fruizione molto particolare, e chissà se i redattori e i collaboratori di allora ne erano del tutto al corrente: fotocopie de Il pianeta dell'entropia erano circolate all'Università di Bologna in periodi particolarmente “caldi”, usate come un vero e proprio documento politico.
Venire a conoscenza di ciò mi onorò molto... e sono davvero grato a chi me ne informò.

Ho un dubbio: la letteratura classica è poi tanto diversa da quella di genere?

Io vedrei delle diversità nei temi, nel linguaggio, quindi nel destinatario. Temi e linguaggi “alti” per l’una, “bassi” per l’altra. Nel tempo anche questa linea di demarcazione è diventata sempre più incerta. Credo che oggi risulti più attuale che mai l’attrito fra un corpus di regole e convenzioni - il mito della Letteratura - da una parte, e la “freschezza attuale” del reale dall’altra. Credo che l’artista, o più prosaicamente chiunque si ponga il problema, non possa non sentire la inadeguatezza degli strumenti che ha a disposizione, anche se oggi la letteratura “bassa” appare spesso molto più libera e consapevole, e i media espressivi si sono moltiplicati e contaminati. Secondo Wittgenstein (chiedo venia, è la sola citazione dotta:-)) l’unica occupazione possibile per la filosofia contemporanea riguarda il linguaggio... Direi che questo può senz’altro riferirsi anche alla letteratura. Anzi, all’arte in generale.

Si è detto più volte, e da più parti, che la fantascienza è in crisi... Ma io non ho capito perché.

Una rivista di sf del 1955 Una rivista di sf del 1955

Secondo me è in crisi anzitutto per motivi intrinseci. La sf esiste da quasi un secolo e i suoi meccanismi narrativi si stanno logorando per... cause naturali. La scienza o meglio il pensiero scientifico (che della sf è l’impalcatura) è a sua volta in crisi; mi colpì leggere che a una conferenza dell’Associazione americana per la ricerca scientifica, una relazione di Archibald Wheeler (il fisico che ha coniato il termine buchi neri) fosse collocata nella sezione riguardante la parapsicologia. Poi oggi chi scrive sf (negli Usa) lo fa in modo molto diverso da come avveniva cinquant’anni fa, il riferimento è un’editoria molto più agguerrita. Ancora, c’è il meticciato dei generi, che sottrae terreno...
Andando oltre entriamo in motivazioni più vaste. Difficile scrivere fantascienza in un mondo in cui tutti ragionano alla giornata, i rimbalzi della Borsa sono abnormi, la Borsa stessa somiglia sempre più a un casinò, si legalizzano i falsi in bilancio, si contrabbandano i tagli al welfare come un favore ai cittadini, si privatizza tutto ciò che dovrebbe essere bene comune affinché diventi bene di pochi, lo Stato si gestisce come un’azienda ignorando che alcuni valori fondamentali fanno a cazzotti con la partita doppia (per esempio la solidarietà o l’ambiente). Si esalta e ingigantisce il “privato” con risultati allucinanti, fingendo di dimenticare che certi bisogni comuni possono essere soddisfatti solo da un’entità collettiva con funzioni pubbliche. Il culmine, o il momento terminale (cioè moribondo) di questo processo è, appunto, lo “stato-azienda”: per certi versi un... drammatico ossimoro. Eppure, penso che proprio uno scenario del genere dovrebbe fornire materiali a bizzeffe. O forse no, tutto accade perché la gente lascia che accada: si è persa sensibilità, e cognizione di una democrazia viva. Nell’antiutopia ci viviamo già (Dick docet). In effetti in un contesto del genere la fantascienza sarebbe una voce inascoltata. Anzi, già morta.

Gli universi di Moras: cosa rappresentano per te? E per il lettore?

La prima antologia scolastica di racconti sf tutti italiani (1995) La prima antologia scolastica di racconti sf tutti italiani (1995)

Vorrei fare una piccola premessa: io sono uno scrittore essenzialmente di storie brevi. Esordii nel 1962 con un racconto su “Galaxy” (versione italiana). Sento questa lunghezza narrativa più congeniale ai miei mezzi, e constato come essa sia stata per molti decenni il pilastro su cui si è edificata l’intera fantascienza. Anzi, credo che tutta la letteratura abbia espresso molti dei suoi massimi capolavori nella forma del racconto.
Forse ciò che dico sembrerà ovvio al lettore di “Intercom”; il fatto è che oggi ovvio non è più nulla, tanto vero che - per restare nel nostro campo - l'editoria cartacea trascura da tempo i racconti (“vendono meno”), i lettori a loro volta si stanno disabituando a leggerli (so di gente che stenta a entrare, in poche pagine, nel concentrato universo narrativo del racconto), e come ultimo stadio - terminale, anche qui... - ci sono perfino nuovi autori per i quali la forma racconto è roba di serie Z, ignorando secoli di letteratura e carrettate di nomi da Poe a Kafka, Borges, Cechov, Calvino, Buzzati, Maupassant, Dick, Ballard. Così, il cerchio si chiude.
Ad ogni modo...
Era il 1990 e a me quel romanzo, Gli universi di Moras, ha cambiato la vita: l’ho detto altre volte. Si trattava della prima edizione del Premio Urania, una novità nell’ambito della fantascienza. Era trascorso più d’un trentennio dall’ultimo autore italiano e la cosa fece notizia, perché ovviamente c’era di mezzo Mondadori. Dal cielo (o direi dallo spazio) mi piovve addosso il proverbiale momento di celebrità: articoli su “L’Espresso” (tramite Roberto Genovesi), “Panorama”, quotidiani; segnalazioni e notizie su stampa varia; interviste a televisioni locali; incontri, presentazioni, conferenze... Il riconoscimento mi venne consegnato a Napoli. L’editore Mondadori era rappresentato da Giuseppe Lippi, neo-curatore di “Urania”; Gianfranco de Turris mi propose un’intervista radiofonica che fu registrata negli studi napoletani di RadioRai; e cornice alla manifestazione fu la splendida mostra scientifica Futuro Remoto, organizzata nelle strutture della Fiera d’Oltremare grazie anche all’impegno di Vittorio Silvestrini, docente di fisica, fanta-scrittore anch’egli, e soprattutto persona di grande simpatia e mente molto aperta cui serbo riconoscenza.
Insomma: fu così che, nel piccolo ambiente di Bari, da oscuro funzionario di banca divenni di colpo “uomo pubblico”. Una televisione mi chiese un’intervista nel luogo dove lavoravo - un’agenzia della ex Banca Commerciale Italiana (ora IntesaBci) - ma la direzione centrale milanese non autorizzò l’ingresso della troupe nei locali per motivi di sicurezza (quando si dice la serietà...) L’intervista avvenne quindi... in mezzo alla strada, nelle adiacenze dell’agenzia, e per le immagini del luogo di lavoro si ricorse a materiale di repertorio. Occorreva una foto per l’articolo sull’“Espresso”: il settimanale inviò un fotografo che venne a casa per prove e controprove, anche se alla fine andò in stampa un’immagine che ritengo orribile. Ma l’effetto collaterale più significativo fu che si aprirono le porte del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”, al quale collaboro tuttora con pagine e rubriche che toccano più o meno direttamente la fantascienza. Credo che scrivere per la “Gazzetta” sia stata, e sia, una scuola importantissima, che certamente ha contribuito a rendere la mia scrittura più essenziale e fluida.
Mi chiedi anche dei lettori, e quindi penso al mio rapporto di autore di fantascienza con chi poi acquista un mio libro. In breve, dico che ho sempre cercato di scrivere rivolgendomi non necessariamente a un pubblico specializzato. Qui a Bari e in Puglia, con altra gente nota (e ce n’è parecchia: Eugenio Ragone, Donato Altomare, Roberto Fuiano, Antonio Scacco, Roberto de Marinis, Enzo Verrengia, Massimo Del Pizzo, Bruno Brunetti, Daniele Giancane eccetera), parecchio abbiamo fatto, individualmente e collettivamente, per avvicinare lettori d’ogni estrazione: pubblicazione di libri con editori locali, organizzazione di incontri nelle scuole, seminari universitari, mostre-mercato, cicli cinematografici, tramissioni radio, spettacoli teatrali; abbiamo fondato club e fanzines, registrato su audiocassette nostri sceneggiati di fantascienza; per interessamento di Ragone fu anche girato un film (cortometraggio), Le rive del tempo. Nell’insieme un’attività non trascurabile. I dettagli, eventualmente, sono nel mio articolo Trent’anni di narrativa fantastica in Puglia, su “Nova Sf” n. 47 del febbraio 2001.
Concludo tornando al Moras. Poiché, come ho detto, mi sento soprattutto scrittore di narrativa breve, per terminare quest’opera impiegai anni. Alla fine non sapevo cosa fare del romanzo, temevo che non fosse in linea con la sf che veniva richiesta e per di più eravamo in uno dei nostri ciclici periodi di ristrettezze editoriali. Per un consiglio telefonai a Mauro Gaffo. Con Franco Stocco, Gaffo era stato un pilastro della indimenticata fanzine padovana “The Time Machine”, inoltre aveva lavorato per la Nord (oggi è vicedirettore della rivista “Focus”). Mi suggerì di spedirlo a un nuovo concorso: il Premio Urania. Quanto meno - mi fece notare - ne avrei ricevuto un parere qualificato.
Ecco un’altra persona che non smetterò mai di ringraziare...
Come ovviamente ringrazio ancora altra gente, senza la quale vari miei lavori non avrebbero mai visto la luce, e non sarei qui a parlarvi: il quasi-fratello (clone?) Vittorio Curtoni in primis (che ebbe parte essenziale nella pubblicazione del mio primo libro, l’antologia personale L’eternità e i mostri, “Galassia” 1972: e il “primo libro” non si scorda mai, vero?); poi tanti altri, a vario titolo: da Lino Aldani a Ugo Malaguti, Inìsero Cremaschi, Marzio Tosello, Giuseppe Lippi, Silvio Sosio, Antonio Bellomi, Franco Forte, lo scrittore mainstream barese Giorgio Saponaro; il giornalista Ignazio Lippolis, fondatore e direttore del trimestrale di ecologia “Villaggio Globale”; amici quali Eugenio Ragone, Francesco Lato, Babi, Enzo Verrengia, Ernesto Vegetti; coloro che in questo “speciale” hanno voluto parlare di me... Dovrei allungare ancora l’elenco. Infine - ma non ultima - la mia compagna Isa, poetessa, che dal ’92 asseconda e influenza molto favorevolmente la prosecuzione della mia attività fantascientifica. Ecco, è un punto su cui torno: chi scrive, soprattutto se scrive fantascienza, dovrebbe avere un partner “pro”, non “contro”...

Un uccellino mi ha detto in un orecchio che Todaro Editore, di Lugano, intenderebbe ristampare Gli universi di Moras: me lo puoi confermare?

In realtà l’ho solo inviato in lettura. Se dovesse essere ristampato, certamente interverrei sul testo.

I tuoi racconti… cosa mi consiglieresti di leggere?

Il problema, soprattutto nel caso dei racconti, è sempre più la irreperibilità. La Perseo Libri - tramite la rivista “Futuro Europa” e alcuni volumi antologici - ha avviato un progetto di recupero di materiali altrimenti introvabili. Io stesso da tempo faccio, molto in piccolo, qualcosa del genere sulla rivista telematica “Delos”, e già negli anni Ottanta sulla fanzine barese “THX 1138” curavo una rubrica dedicata alla riproposizione di vecchi racconti italiani. Ad ogni modo in calce a questa intervista ho redatto una bibliografia dei miei lavori che suppongo più rappresentativi, brevi e lunghi (cui aggiungo i quattro racconti qui proposti).

L’angelo senza sogni è uno dei tuoi quattro racconti che presentiamo in questo fascicolo di Intercom: me lo spiegheresti, per favore?

Un'antologia di racconti - 1999 Un'antologia di racconti, frutto della vincita di un premio (1999)

Mah... ovviamente un autore non deve cercare di spiegarsi, ciò che produce deve parlare da sé, pertanto mi limiterò a raccontare un paio di “retroscena”. Era il 1985: un periodo di pieno riflusso, di edonismo reaganiano, di yuppies, di Maurizio Costanzo Show... Dopo il grande fervore di iniziative nel campo sf negli anni Settanta, dopo l’“impegno”, pareva fosse subentrato il vuoto pneumatico. Il fantasy (un fantasy spesso ripetitivo) faceva da padrone, la sf languiva. Ma era alle porte qualcosa di nuovo, il cyberpunk. Neuromante sarebbe apparso in Italia l’anno seguente, l’ottobre 1986, comunque nell’aria c’era già qualcosa, e qualcosa trapelava dalle iniziative amatoriali. In sintonia con questa atmosfera un po’ torbida, di ripiegamento, sentii il desiderio di mettere su carta la mia avversione, se non il mio terrore, per la crescente mercificazione collettiva: ecco tutto.
Nulla di nuovo, in effetti.
Un curatore editoriale (da tempo assente dall’ambiente fantascientifico) mi rifiutò il racconto con queste parole: “È mal scritto, ci sono errori di sintassi, virgole nei posti sbagliati, è confuso per cui fino a metà non si capisce niente; inoltre tu per scrivere queste cose devi avere delle turbe mentali”.
Ok, furono le cose peggiori che mi siano mai state dette! Poco dopo ebbi notizia di un premio indetto da un circolo culturale, Il Borghetto (Siena/Montepulciano), il cui animatore era il compianto Mauro Scarpelli. La giuria si annunciava altisonante: Alberto Moravia, Dario Bellezza, Alain Elkann... Ripresi il mio scartafaccio e lo inviai.
Il racconto entrò nella rosa dei dieci finalisti (per l’esattezza fu il decimo). Ricordo il pomeriggio in cui vennero assegnati i premi, nel teatro comunale di Montepulciano. Era, se non sbaglio, un piovosissimo maggio del 1986. Dietro il tavolo, sul palcoscenico, era presente con gli altri anche Luce d’Eramo e in realtà - solo allora ce ne rendemmo conto - dovevano svolgersi due premiazioni distinte, e soltanto la seconda concerneva la fantascienza. Durante la prima premiazione ascoltammo costernati Moravia intervistare la d’Eramo e con aria un po’ truce chiederle come mai avesse avuto questo “scivolamento” verso la fantascienza, riferendosi al suo romanzo Partiranno appena uscito. Giunse il momento di attribuire i riconoscimenti del secondo concorso, quello sf: qui Moravia, ostentatamente, si dissociò dalla giuria e scese a sedersi in platea, subito imitato da molti altri capoccioni (la d’Eramo rimase al tavolo).
La delusione-indignazione del pubblico fu pressoché unanime.
Dal che si può dedurre una regola importante: si possono coinvolgere personaggi di risonanza in manifestazioni fantascientifiche solo se si ha prova matematica del loro incondizionato apprezzamento del genere. Io intanto me ne uscii dalla sala risentito, proprio mentre venivano chiamati i finalisti a partire dall’ultimo, cioè dal sottoscritto, e rifiutai di ritirare il premio (un assegno), anche se poi la Segreteria me lo spedì a casa.
L’angelo senza sogni entrò quindi nel volume dei finalisti del Primo premio Montepulciano 1986. Nel 1999 Roberto Sturm ha voluto sceglierlo per Sangue sintetico, un’antologia del cyberpunk italiano edita da PeQuod.

Oltre a L’angelo senza sogni qui offriamo ai lettori i tuoi racconti La musica è finita, Sogno di mille laghi, e I Penetranti. Di queste tre ultime storie, due hanno come filo conduttore la musica; inoltre il Sogno non è fantascienza... Improvvisamente Catani passa al puro fantasy? Quanto a I Penetranti... Improvvisamente Catani passa anche alla sf pornografica?

San Marino 1991 San Marino 1991: con Ragone, Catani si esibisce nell'intervento "Alla ricerca dello specifico fantascientifico", noto anche come... "conferenza delle pernacchie"

La musica è finita è, in ordine di tempo, l’ultimo racconto che ho scritto, ed è uscito recentemente anche sul n. 31 di “Futuro Europa”. Pare che a Malaguti sia molto piaciuto. Varie mie storie sono imperniate sulla musica; una ha per protagonista il viennese Arnold Schoenberg, l’inventore della dodecafonia, costretto a emigrare negli Usa durante il nazismo. Da tempo vorrei scriverne una sul compositore moravo Leos Janacek (ci sono accenti particolari su questi nomi, ma li ometto, per timore che si creino pasticci nel passaggio da Word).
La musica, che amo in tutte le sue manifestazioni, si presta a veicolare molti simboli. Sogno di mille laghi, inedito, si svolge in Finlandia nei primi decenni del secolo scorso e ha per protagonista Jean Sibelius. Seppi di questo compositore nei primi anni Sessanta, e fu subito corto circuito. Di lui ho sempre amato intimamente le sinfonie, le suites orchestrali, alcuni brani per pianoforte, il poema sinfonico Tapiola che ha parte importante nel racconto. Dietro l’intera opera di Sibelius ci sono il poema epico Kalevala e la mitologia finnica, poco nota da noi e del tutto differente dalla mitologia germanica. Il racconto sta per uscire su “Portti”, una importante rivista sf finlandese. Ho cercato di realizzare pagine che mi auguro possano interessare anche chi non ha il pallino di Sibelius e di quel genere di musica.
E... sì, questo è il mio esordio nel fantasy, ma probabilmente è un’eccezione. Almeno finché non riuscirò a scrivere qualcosa su Janacek. Morto nel 1928, Janacek compose tra l’altro opere liriche a soggetto fantastico, se non fantascientifico: La volpe astuta, L’affare Makropoulos, I viaggi del signor Broucek, Il signor Broucek sulla Luna, eccetera. Come e forse più di Sibelius, egli visse a strettissimo contatto con lo spirito della gente, della natura, del folklore locale.
...E vengo a I Penetranti. Non penso sia pornografia, anche se onestamente ho un po’, come dire, allentato le inibizioni (mai però quanto nel racconto Brevi incontri, apparso nel 2001 sul n. 5 della fanzine “Avatar”). Dunque, premesso che sono sempre stato favorevole al connubio “sesso & sf”, secondo me la questione è semplice. Il sesso nella fantascienza ha svolto anzitutto un’operazione di svecchiamento del genere (un genere sotto certi aspetti conservatore), talvolta in modo provocatorio. Ma soprattutto il fantasesso può essere un’occasione per non banali riflessioni sull’argomento e su certi stereotipi (potrei portare dozzine di esempi, a partire da Farmer...) Insomma a me piace la possibilità di usare temi sessuali nella fantascienza per radicalizzare le situazioni e presentare un punto di vista diverso: il cosiddetto “straniamento cognitivo” della science fiction. Spero di non avere fallito il bersaglio.
Come si intuisce non ci sono grandi sbocchi per storie del genere; scriverle è un... atto di coraggio. Lo spunto per I Penetranti me lo portavo dentro da oltre un decennio. Qualche anno fa mi fu richiesto proprio un racconto del tipo: e fu l’occasione per mettere finalmente nero su bianco. Tuttavia il racconto non fu accettato perché lungo il doppio del previsto; rimediai diversamente, e questo restò nel cassetto. Qualche tempo dopo Franco Forte curò un’antologia di “fantasesso” per il settimanale “Avvenimenti”, e il mio racconto fu accolto nell’elenco. Purtroppo l’antologia non uscì mai, anzi “Avvenimenti” chiuse bottega. Recentemente è stata tentata per Mondadori una nuova iniziativa di fantasex, cui partecipavo sempre con questo racconto, ma la faccenda è saltata per altri motivi. Insomma, ecco a voi l’inedito I Penetranti. Aggiungo che trovo molto stimolante (intellettualmente, ovvio:-)) scrivere di fantasesso. E divertente.

Perché non raccogli i tuoi tanti racconti in una antologia? Io sarei molto interessato ad avere un libro così nella mia biblioteca personale.

Ti ringrazio. Ma se devo prendere nota delle prenotazioni, finora siamo a una:-) Anche a me piacerebbe un volume del genere, guarda un po’. Certo è che l’ho già proposto a un paio di case editrici, una piccola ma valida, una grande anzi storica. Ho sfidato l’impossibile e sono stato punito:-)

Come hai incontrato il mondo delle “lettere”?

Forse il merito è... della tv: finché essa non prese piede in Italia, a metà anni Cinquanta, per me il divertimento-rifugio era un libro (continua ad esserlo). Sono sempre stato un solitario, anche per la strana situazione di integrazione di cui dicevo in apertura. Avevo già letto Verne e Salgari, prima ancora avevo scoperto storie a fumetti di fantascienza (benché questo termine ancora non esistesse) su “Topolino” formato tabloid... parlo della seconda metà anni Quaranta. Con la nascita di “Urania” e della sf, fu passione a prima vista. Impossibile dimenticare le emozioni delle stupefacenti copertine di Caesar, con la loro sottile inquietudine. La Legione dello Spazio e Il figlio della notte di Jack Williamson, Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell, le storie di A. E. van Vogt (mi proiettavano in una dimensione indicibile), Clarke, Asimov, Morbo orrendo di Jerry Sohl... ma ne accennavo già in apertura. Fino a non molti anni fa ho avuto un sogno ricorrente: vado in edicola e scopro che è uscito uno dei vecchi “Urania” con una nuova copertina di Caesar, ne percepisco solo l’impasto dei colori violenti e anche l’inquietudine cui ho già accennato.
Anni fa lessi in un articolo di Giuseppe Festino che anche a lui era accaduto qualcosa di simile.

Il tuo stile…

Non saprei. Malaguti di recente l’ha definito “cataniano”, qualunque cosa significhi...

I tuoi progetti per il futuro: a quando il tuo nuovo romanzo?

A parte la mia tendenza alla narrativa breve, credo che nonostante tutto non sia facile per uno scrittore italiano di fantascienza pubblicare un romanzo. A meno che, ovviamente, non ti venga espressamente commissionato. Tanto per cominciare è il mercato a dettare legge sul tipo di romanzi da mandare in libreria, a meno che non si tratti di nomi ben noti (eppure...) Salvo ovviamente che non si voglia... contribuire alle spese (allora è abbastanza facile, anzi con le piccole case editrici è la norma; sorprende invece che lo sia anche per alcune grosse...)
Inoltre i diritti d’autore non sono percentuali da capogiro. È grottesco e ingiustificabile che a chi scrive non vada più dell’otto per cento, solitamente, del prezzo di copertina. Si aggiungono altri grotteschi: per fotocopiare un mio romanzo mi sono stati richiesti i diritti Siae. Suppongo, quindi, che prima o poi dovrei incassarne una parte:-) Non molto tempo fa Tiziano Sclavi, dopo aver pubblicato un romanzo, ha dichiarato di... ritirarsi dall’agone perché la spesa non vale l’impresa. Non so se mantenga il proposito, ma un episodio del genere la dice lunga, Sclavi non era l’ultimo arrivato.
In una situazione simile, senza un minimo di prospettiva concreta, e alla mia età, francamente non è facile trovare stimoli seri per dedicarsi alla immersione totale che richiede un lavoro lungo.
Ma sento che queste giustificazioni potrebbero apparire un alibi. Ho un romanzo in cantiere, anche se sono ancora agli inizi, e intravedo una strada lunga e tortuosa...

Ancora una domanda: al giovane scrittore che non intende passare attraverso l’esame dei concorsi letterari, tu cosa consiglieresti di fare per affermarsi nel panorama della letteratura di genere e non?

Credo che questa sia la risposta più difficile. Lo scrittore esordiente dovrà trovare la forza di insistere (qualcuno direbbe: “resistere, resistere...”): se la sua narrativa vale davvero qualcosa, certamente prima o poi un risultato ci sarà. Ma potrebbe essere molto dura.

Spero di non esser stato troppo vampiro o inquisitore, ma ho ancora una curiosità che vorrei togliermi: se Vittorio Catani dovesse intervistare se stesso, quale domanda gli porgerebbe?

Gli chiederei cosa vorrà fare da grande (d’accordo, è una battuta stantia!) O forse la domanda sarebbe la prima che mi hai rivolto: “chi sei?”. Però anche a questa finora credo di essermi risposto solo in parte.

Grazie, Vittorio: sei stato gentilissimo a sopportare questo tour de force di domande.
Tanti auguri per la tua carriera artistica e umana.

Grazie a te, a Roberto Sturm, a Danilo Santoni, a “Intercom”.

Bibliografia essenziale

VITTORIO CATANI (Lecce, 1940) vive e lavora a Bari. Pubblica saggistica e narrativa - soprattutto di genere fantastico e fantascientifico - dal 1962. Ha al suo attivo i seguenti volumi: L’eternità e i mostri (antologia personale di racconti; ed. La Tribuna, Piacenza 1972); Il gioco dei mondi (saggio critico sulla fantascienza [con E. Ragone e A. Scacco]; Dedalo, Bari 1985); Gli universi di Moras (vincitore della prima edizione del Premio Urania, Mondadori 1990); I guastatori dell’Eden (romanzo; Liguori 1993); Replay di un amore (romanzo; Schena 1994); Cronache dal futuro (antologia scolastica di racconti fantastici italiani [con E. Ragone e D. Giancane]; Milella 1995); Tra cielo e Terra (antologia personale; Oceano 1999); Accadde... domani (raccolta di storie brevi; Besa 2001). Ha pubblicato una cinquantina di racconti su numerose riviste specializzate ("Urania", "Galaxy", "Galassia", "Nova Sf", "Robot") e su quotidiani o periodici ("L’Unità", "Villaggio Globale", "La Gazzetta del Mezzogiorno", e altri). Ei stato tradotto in Francia, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca.
Collabora a "La Gazzetta del Mezzogiorno", quotidiano per il quale ha anche curato rassegne estive di racconti fantastici italiani. Sulla stessa "Gazzetta" porta avanti, dal gennaio 1997, la rubrica settimanale "Accadde... domani" (parte di questo materiale è stato raccolto nell’omonimo volume). Il trimestrale di ecologia "Villaggio Globale" (www.vglobale.it) ospita suoi racconti brevi ispirati al tema specifico di ciascun fascicolo. È fra i redattori di "Delos" (www.delos.fantascienza.com). Catani si occupa di narrativa fantastica e fantascientifica anche attraverso conferenze, seminari, laboratori di scrittura nelle scuole.

- alcuni racconti e romanzi brevi (per dettagli completi consultare il Catalogo Vegetti www.fantascienza.com/catalogo)

1) Fantascienza (con SFL sono indicati titoli appartenenti alla Storia Futura Libertaria)

- Le nevi di Oghiz (primo racconto pubblicato, “Galaxy” n. 7 anno V, 1962; imminente riedizione su “Futuro Europa”, ed. Perseo);
- Breve eternità felice di Vikkor Thalimon (romanzo breve, in L’eternità e i mostri, antologia personale; “Galassia” n. 168, Piacenza 1972);
- Nella sfera (racconto, ultima edizione “Nova Sf” n. 47, febbraio 2001);
- Davanti al Palazzo di Vetro (SFL, racconto breve, in Universo e dintorni, a cura di Inìsero Cremaschi; Garzanti 1978; riedito sul n. 10 di “Continuum”, http://members.xoom.it/continuum);
- Tre per uno (SFL, racconto, ultima edizione “Delos” n. 34, marzo 1998, www.delos.fantascienza.com/delos34);
- Verso la notte (racconto, “Nova Sf” n. 32, Libra 1975);
- Il pianeta dell’entropia (SFL, romanzo breve, “Robot” n. 22, 1978; prossima riedizione);
- Due volte vedova di te (racconto, ultima edizione “Future Shock” n. 25, Bari 1998);
- Oh, Leviathan! (SFL, racconto, ultima edizione “Carmilla” n. 2 [prima serie], 1996);
- Storia di Omero (ultima edizione in Sette anni alieni. Il meglio del Premio Alien, 1994-2000; Solid 2002);
- L’uomo centenario (romanzo breve che ha per protagonisti Isaac Asimov e uno dei suoi robot; ultima edizione su “Futuro Europa” n. 27, ed. Perseo, 2000);
- Storia di Nino (racconto, “Urania” n. 1239, 1994);
- ’U Thor (racconto di sf umoristica, “Urania” n. 1256, 1995);
- Cuore di legno (romanzo breve, ultima edizione su “Futuro Europa” n. 23, Perseo 1998);
- Tra cielo e Terra (inedito, di imminente pubblicazione su “Futuro Europa”, ed. Perseo);
- Brevi incontri (racconto cyper-porno-splatter, su “Avatar” n. 5, 2001; di imminente ripubblicazione);
- In attesa di Aline (racconto breve, ultima edizione su “Intercom” n. 8 Speciale Realtà Virtuali, giugno 2000);
- I suoni del silenzio (SFL, racconto breve che ha per protagonista il musicista Arnold Schoenberg; ultima edizione su “Ilmusicante” www.ilmusicante.net);

2) Mainstream

- Per dimenticare Alessia. Quasi un’autobiografia (romanzo breve, “Tra cielo e Terra”, Oceano 1999);
- Cieli strappati (racconto, ultima edizione sul sito del Cantiere di Scrittura “Parole di Sale”
www.stampalternativa.it/pagine/archivio/archivio_eventi.htm, finalisti del Premio Città del Gargano, 1998).

 

 

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