La musica è finita di Vittorio Catani

 

 

Erano luoghi di notte negra con martellare di pianoforti, bocche nere sorridenti rosse, sguardi liquidi e fumo stantio che ottura i timpani e sentore d'alcool fino al mattino, il controcanto di un basso - dum, dum, du-dum, anima gonfia da scoppiare, l'alito freddo del sax un sussurro dell'anima, silenzi di cristallo dopo una nevicata. Un attimo ed è finito per sempre, pensò Shani.

Aprì gli occhi, scuotendosi. Sollevò le coperte e fu in piedi.

- Resti fuori per molto, oggi? - chiese a Martina con voce impastata. Un soundtrack a volume quasi zero, Dea antica dei Wormholes.

- Fino all'una o le due, almeno. - Lei sistemò l'orlo di una calzavelo sull'interno della coscia color panna, sfilò un adesivo dallo slip bioaderente - un piccolo lampo di peluria nera - e lo lanciò nell'impolveritore. - Che stai a guardare? - aggiunse maliziosa, ma sul frettoloso.

- La pelliccetta tua, tesoro, mi mette sempre allegria.

- Non solo allegria - ribatté la ragazza con aria complice. Aveva i capelli acconciati alti, a torre. Shani le diede un bacio veloce dicendo:

- Hai una torta nuziale a tre piani sulla testa, stamattina...

- Stronzo.

- ...e me la divorerei con tutta l'impalcatura che c'è sotto.

- Delizioso! Oggi sfilerò col gruppo in provincia, e il dottor Mazich romperà certamente più del solito. Se non torno per il pranzo vedi un po' nel frigo... Ti telefono. Dovrai arrangiarti.

- Ok, Marty. Sono maestro in arrangiamenti. - Una delle sue battute preferite. Guardò senza entusiasmo l'intellifrigo Sandy, ultimo modello "panino imbottito", trecentotrenta euro (scontato). - Vai di corsa?

- Si vede, immagino.

- Come no... Vorrei rubarti due minuti di orologio. Stanotte ho completato una delle due musiche che mi mancavano. Non puoi ascoltare?

Lei si arrestò sulla soglia, appena contrariata. Poi addolcì il visetto impertinente. - Ma certo. Due minuti per il mio nonsochi redivivo, Gershwin, Cole Porter o chi altro...

- Ora mi devi solo dire se la canzonetta funziona.

Tommaso e quelli del solito business gli avevano richiesto per lo spettacolo di Monsieur Agradis musiche in stile canzone americana del primo Novecento. E lui, perdio, era un professionista puro. L'ispirazione? Quella migliore mi scende dal cielo con una telefonata del mio impresario.

Si accostò alla tastiera, ancora programmata su "pianoforte tradizionale". Martina posò la borsetta sui cuscini del piccolo divano, poi anche la punta delle natiche. Funzionerà? Shani sedette allo sgabello. Disse:

- Mente locale: Agradis ha ventidue anni, ha appena vinto un concorso internazionale fra oltre un milione di partecipanti per uno stage di tutela ambientale nel bacino del Rio delle Amazzoni: deve lasciare Cherbourg, la Francia e i genitori. È l'avvio della sua carriera folgorante... Titolo: You're my hope, Brasilia. - Aggredì i tasti.

- Ecco - concluse tre minuti dopo. L'ultimo accordo esalava, ma alle sue spalle Martina taceva. Con una smorfia di presentimento si voltò verso di lei.

Scoprì sorpreso che stava lacrimando in silenzio.

- Cazzo - esclamò Shani. - Una marcetta che fa piangere! È esattamente ciò che si aspettano da me. Oh... - Si passò una mano sulla faccia ispida.

- Scusa - disse lei tirando fuori un asciugatore Koh-i-noor. - Non volevo. Shani, non so come dire... Il motivo è perfetto, giusto nello spirito dell'argomento e del tuo spettacolo, ma ha... qualcosa.

- Già - rispose lui cupo - ma cosa, questo il dannato punto!

- Non saprei spiegarlo. - Si alzò. - Ma non curartene, sarà che sono in tensione da ieri sera. Sei bravissimo, davvero, non dubitavo. Be', ora devo proprio. - Afferrò la borsetta, la tessera magnetica dell'auto.

- Sicura? Pensi che possa andare?

- Giuro. Ora concentrati soltanto sull'ultimo brano che ti manca. Così ti togli davanti questo lavoro una buona volta e puoi rilassarti un po'. Almeno tu. - Gli indirizzò un sorriso e uscì.

Avrebbe voluto stringerla da soffocarla, sentire il suo alito caldo, il corpo caldo. Gli davano sicurezza. Certo, doveva pensare all'altra musica. Tirarla fuori entro domani sera e consegnarla alle diciotto al massimo, altrimenti scattava la penale; magari anche una causa. Un tipo da pigliare con ogni precauzione quel committente, Monsieur Agradis. Mai stato in ritardo così mostruoso, ma forse aveva qualche idea su cui lavorare.

Sedette alla tastiera. Ecco: per esempio...

 

* * *

 

Manuel componeva musica a tempo perso e in realtà si chiamava Emanuele Cotrone ma lo sapevano in pochi. La mano sulla spalla di Shani era sua.

- Amico - urlò Manuel levandogli la cuffia - sono tre ore che martelli su quei tasti. Come cazzo fai in questo baccano, non lo capisco. Vogliamo rilassarci un momento?

In giro era pieno di ogni tipo di gente. Normale. Non la gente. C'era sempre movimento, all'Equador. La musica arrivava da tutti i lati come una radiazione dura, a decibel da sisma di nono grado. Shani guardò l'ora: le diciotto. Sul petto depilato di Manuel si rincorrevano tatuaggi multicolori mobili, come un nido di ragni. - Marty non mi ha più chiamato - disse. - E questa musichetta di merda, che non riesco a eiaculare.

- Rilassati - rispose Manuel. - Non posso dire che sei bianco come un panno, ma ti trovo sul nero livido. Su, beviamo qualcosa.

- Eccomi. Aspetta... mai sentita, questa? Solo un momento: è la prima delle due. - Con tono da imbonitore: - You're my hope, Brasilia!

- Vai. - Michel mise la cuffia.

- Allora? - chiese Shani quando terminò di suonare.

Manuel aveva cambiato faccia. Disse lentamente: - Capperi, ma che cocktail hai usato? Mi fa quasi paura, 'sta roba...

- So di avere un'espressione da perfetto imbecille: cosa non va?

- Cosa? Niente! Tutto va. Anche troppo, forse. Complimenti! Shani, per una volta non ho parole. Anche se è una musica allegra, c'è... tristezza. Ma è una voragine. - Si riscosse. - Be', i bicchieri aspettano. - Shani si sentì afferrare quasi di peso.

Sedettero in un angolo, fingendo di trovarsi più isolati. Shani urlò: - Se dobbiamo conversare, la prossima volta verrò innestato con un microfono in gola e un microricevitore nel mastoide.

- Ok, ok. Dunque, torniamo a ciò che devi fare. Ma bada, se non vuoi diffonderti sui dettagli...

Shani gli dette una pacca su un braccio. - Figurati, per te non ci sono segreti. - Spiegò: - Ci sarà una festa nella villa di questo manager di un'azienda transnazionale, o qualcosa del genere. Si occupa di disboscamenti e rimboschimenti su tutto il pianeta... almeno questa è l'attività ufficiale. Monsieur Philippe Agradis... Uno di quelli in cima. Vuole rappresentare una commedia musicale con attori e cantanti in carne e ossa, una specie di 'Signori, questa è la storia della mia brillante vita'. Che mi frega! Sono l'autore delle musiche, ma se non elaboro in tempo un altro motivetto decente rischio di rimetterci le penne.

- Ma va' - lo esortò Manuel. - Se hai difficoltà non è il caso di fare il puritano... Devo dirtele io, certe cose?

- Mi rifiuto categoricamente di scopiazzare. Ammetterei il fallimento. Di riciclaggi del cavolo è satura l'intera biosfera. Anche in questo istante il tuo locale ci affligge con ritornelli da tre soldi ascoltati e riascoltati.

Manuel lo interruppe con un ghigno. - Per la gente va più che bene!

- Già. E che gente - sussurrò lui a mezza voce.

Si rilassò contro lo schienale, fissando un punto all'infinito dinanzi a sé. Ciò che si rimescolava tra lui e quel punto non erano esseri umani ma macchie mobili di colori. Piume, lustrini, fard, proiezioni di luce, abiti virtuali olografici, innesti biomeccanici con funzioni puramente accessorie o decorative. Chiuse gli occhi.

- Ti do una mano. - La voce di Manuel. - Anzitutto: stai già lavorando su un'idea?

- Ne avrò scartate cinquanta, da stamattina.

- Vogliamo rivederne insieme un paio? - Si alzò allontanandosi.

- Sì... E te ne vai?

- Trovo una seconda cuffia - gli urlò. Tornò poco dopo. - Ecco fatto.

- Alle volte - disse Shani - mi va davvero tanto di stare qui. Ricordatelo: da Irving Berlin a George Gershwin a mille altri, i musicisti americani negli anni Venti e Trenta del secolo scorso si ispiravano nel chiasso e nel folklore della Tin Pan Alley, a Broadway.

- Me ne frego, non ci riesco, io. Andiamo a sedere dietro, è stretto ma c'è meno fracasso. E non serviranno cuffie.

Il retro era un vero bugigattolo. Su uno sgabello era posata una tastiera, appena più piccola di quella nella sala.

- Dunque - esordì Manuel - sediamo. Anzitutto tieni questa. - Gli tese una pasticca gialla.

- Uhm - fece Shani con una smorfia.

- Vai tranquillo. - L'altro buttò giù la sua con una sorsata di rum. - Effetti collaterali: zero. Effetti reali... all'infinito! - Scoppiò a ridere. - Vuoi essere Beethoven per dieci minuti senza neanche pagare pegno?

 

* * *

 

Era per strada senza sapere dove e perché. Si costrinse a una dolorosa ricognizione. Strombazzare furioso di decibel, e luci, fiumana di gente, arcobaleni intermittenti, notte, la notte di sensazioni acide. A un incrocio si arrestò, inebetito.

Dunque...

Aspettava ancora che Martina lo chiamasse. E aspettava anche che gli piovesse dal cielo la seconda musica! Cazzo di quel Manuel... Già le due di notte. Le telefonò lui. - Marty? - Rispose la segreteria. Gli balenò un'idea: il Memorator. Lì, doveva andare. Fermò un taxi.

La vettura doveva essere l'ultima nata in casa Volkswagen, la Yacht, quasi la prora appuntita di una barca da Vip internazionali. Si aprì una specie di oblò scorrevole, entrò e prese posto. Il volante era una ruota di timone. Il tassista lo fissò piccato: - Che guardi, non ti piace? - Shani bofonchiò qualcosa. D'altronde le navi assumevano sempre più le forme di auto. - Al Memorator - disse.

Poco dopo intravide semafori automatici autoattivanti, piccoli paracadute di puntini gialli e rosso fuoco che lasciavano brevi tracce nel cielo nero. Relè monitoravano il percorso, i cartelli indicatori prendevano vita con scritte dorate su sfondi più neri della notte. Lampi, ostacoli, rotatorie, nastri di strada che si biforcavano, innalzavano, interravano. Ingressi, persone. Alla fine fu lì.

Galleggiava nell'aria più o meno nel centro geometrico di un vasto locale semisferico, a degravitazione. Qualcosa gli fluiva in vena da un microago e un tubicino sottile come un capillare, pendente dal nulla. A tutto c'era un limite: quella musica negli orecchi...

- Spegnete questa cagata - gracidò, era qualcosa post-New Age, sonorità imbelli contrabbandate per relax, sottofondi statici di violini pacchiani quasi all'unisono. La cacofonia tacque di colpo. Si ritrovò sospeso, solo, nel vasto ambiente.

Cazzo che ce l'avrebbe fatta. Che ci vuole a mettere insieme quattro note per un motivetto, un riff, otto battute che abbiano un minimo di originalità. Vero anche che ormai ne aveva tirate fuori una marea, pensò. Perfino Gershwin a un certo punto se n'era reso conto: Non potrò fare altro che ripetermi, confessava con timore dopo aver partorito settecento canzoni, molte delle quali successi strepitosi. Attivò la tastiera che gli galleggiava davanti e ordinò alle luci dell'ambiente di attenuarsi ancora.

Bastava che si concentrasse. Stava pensando al fatto che strimpellando Manuel aveva tirato fuori una buona idea, e mentre quello la suonava lui aveva intravisto una elaborazione diversa della struttura sottostante, il giro degli accordi. Si poteva tentare. Era l'unica. L'ultima.

Digitò le sue varianti sulla tastiera. Il silenzio intorno era interplanetario. Nel tempo congelato lui si muoveva sospeso, in una deriva lentissima. Che pace lì dentro, che concentrazione. Finalmente.

...E all'improvviso... vide quel cerchio di fuoco. Lo vide nitido: lui si affacciava da una terrazza elevatissima, nella notte fonda, e la città invisibile pareva subisse un blackout totale. Il cerchio di fuoco stringeva l'intero orizzonte, a 360 gradi. Le fiamme lingueggiavano fino allo zenit, lente solo in apparenza, poi dalla base si staccarono convergendo in alto. Su, a perpendicolo, si coagulò una bolla di magma rovente, una mongolfiera di plasma stellare che saliva, saliva, si allontanava nello spazio.

Si svegliò sobbalzando sul nulla. Era sempre a gravità zero. - Marty... - si lamentò. Un breve incubo. La mano cercò istintivamente il corpo confortatore di lei. Le tre di notte. Stasera, si disse. L'ultimatum. Entro le diciotto devo consegnare il lavoro. Fatemi scendere.

Poco dopo era nuovamente fuori. Il traffico notturno superava quello diurno, la città era in pieno delirio di suoni gente bit info esplosioni decisioni lampo come il pensiero. Su un palazzo il tabellone a tutta parete della Borsa muoveva su e giù un balletto interminabile insensato di cifre luminose, valori e disvalori, l'inconscio violento del pianeta eruttato, capace di creare e sgretolare tesori, sconvolgere miliardi di incolpevoli. Lui si ritrovava ancora a mani vuote. Vuote.

 

* * *

 

Entrò in casa in punta di piedi. Martina doveva essere rientrata. Aveva visto una sua chiamata sul cellulare, disattivato mentre era al Memorator: Sono a casa ora vado a nanna baci +++. A luci spente entrò in camera e si infilò tra le coperte. Lei si girò:

- Sei tornato... Com'è andata?

Le sfiorò il viso con le labbra. - Un disastro. E tu?

- Indovina un po'.

- Non saprei. Che altro succede?

- Dopo una giornata lavorativa, su e giù per quindici ore senza intervallo, ho mandato al diavolo il dottor Mazich: ci ha tentato di brutto.

Shani saltò sul letto. - Ma guardalo, 'sto vecchio rimbambito...

- Calmati, l'ho messo a posto. Ha perfino alzato le mani, quando si è accorto che lo smerdavo.

- Brava. Come l'hai sistemato?

- Gliele ho cantate tutte, fino all'ultima. Sai cosa vuol dire, Shani.

- Hai perso il lavoro.

- Già. Ma non ho avuto scelta. Ho perso anche i soldi della giornata.

Tacquero entrambi. Shani disse: - Se non consegno tutto oggi pomeriggio succede un altro pasticcio.

- Ma possibile - disse Martina avvicinandoglisi - che non ce la fai? Non hai mai avuto problemi come questo. Ce l'hai nel Dna la musica, tu!

Shani tacque ancora, poi rispose: - Non lo so, cosa mi succede. Ho paura. Abbracciami, Marty, ho bisogno di sentirti tra le mie mani. Voglio una boccata di ossigeno puro.

- Be', respiriamolo insieme! - ridacchiò lei.

- Pensa, anche Manuel mi ha detto qualcosa sulla canzone che ti ho fatto ascoltare ieri mattina. Dice che dentro c'è un baratro di tristezza.

- Ha ragione. Uhm...

Si strinsero di più, e per alcuni minuti non poterono che darsi l'uno all'altro con tutta la loro foga, ma lui si accorse con riusciva a raggiungere l'orgasmo. Giacquero in silenzio per un tempo indefinito. Quando Shani riaprì gli occhi, la cromovetrata faceva filtrare un chiarore ectoplasmico di alba. Martina, appena visibile, era seduta contro il guanciale a occhi sbarrati, immobile.

- Sei bellissima - le disse. Aveva seni un po' a pera, prosperosi, con areole grandi, come piaceva a lui. Glieli accarezzò. - Mi ricordano tanto i seni delle donne in Somalia. Quando ero piccolo... - Figure statuarie, dai lineamenti delicati, come temi musicali purissimi. Il piccolo paese a pochi chilometri da Baraawe, nell'interno del Benadir. Sua madre. Il precoce sradicamento e la sua completa occidentalizzazione. Ma quei canti rituali di notte, in cori che si espandevano lontano verso il pianoro, sulla boscaglia: lo avevano segnato a vita. Contenevano tutto. Ritmi spezzati, accordi inconsueti, gioia, morte. Il jazz, e tanto altro, era già tutto là dentro, i neri d'America lo avevano semplicemente reinventato, ri-estratto dal profondo dell'anima trasformando ciò che erano stati violentati ad abbandonare per sempre.

- Ascolta - disse Martina - sto pensando che devi fare qualcosa. Ho un'amica, una collega di lavoro, Velia si chiama. Il fratello del suo uomo è un grosso esperto di programmi di musica... Lasciami finire! Lo so che queste cose non ti piacciono. Ma dico: ora siamo a un'emergenza, no? Scendi un po' da tuo scanno, accidenti. Tenta! È uno che lavora di notte, forse è ancora sveglio.

Shani rifletté. Il pensiero di rimettersi a provare alla tastiera gli dava la pelle d'oca. Forzò se stesso. Si ascoltò dire:

- Grazie, Marty. Anche se mi peserà. Telefoniamogli.

 

* * *

 

Le cinque di mattina era in città un'ora di fantasmi grigi e strade scure lucide sotto un cielo incastrato fra torri e linee frantumate, perché adesso la vita con i bioritmi di otto ore creava uno dei suoi momenti di assenza. Shani attraversò solitario in auto una stasi fumosa fredda, residue luci ammiccanti lontane colorate come dipinti di Mondrian. L'amico di amici si chiamava Valeriano Nardi.

Nardi appariva sui trent'anni o poco più, era di media altezza, tarchiato, occhi chiarissimi, riflessi bluastri di una barba appena rasata. Col suo vestito scuro e cascante aveva più l'aspetto di un burocrate in pensione - sia pure un burocrate della net life - che di un genio rampante dei bit. - Allora? - chiese Nardi. Sedettero.

Shani cominciò a spiegare. Nardi l'interruppe:

- Philippe Agradis? Credo di averne sentito parlare... Lo hanno soprannominato le Bûcheron?

- Già, "il Tagliaboschi". Un tipo chiacchierato. D'altronde la gestione dell'ambiente è un business sfacciato e sempre più appetibile.

- Insolito che abbia richiesto musiche di quel genere, lui che è francese. A metà Novecento anche la Francia ebbe una magnifica tradizione, coi suoi chansonniers.

- Credo - spiegò Shani - che il song americano abbia rappresentato in modo migliore lo spirito del self-made man in cui, guarda caso, si identifica Agradis. All'inizio voleva far eseguire, in un ricevimento privato, semplicemente una canzone imperniata sulle sue vicende personali. Si è rivolto a un'agenzia locale, è emerso il mio nome. La musica che ho proposto in prova gli è piaciuta tanto che il progetto è cresciuto parecchio, fino a farne un intero spettacolo. Ho già preparato una dozzina di canzoni. - Shani esitò, poi disse: - Vengo al mio problema. In linea di principio non sono contrario a servirmi di programmi di composizione assistita, o automatica, di motivi musicali. Finora non ne ho fatto mai uso perché mi piace inventarmeli da me. Ma sono in un momento di... - Impotenza creativa? - ...urgenza.

L'altro rispose con aria familiare: - Non deve giustificarsi proprio con me. - Sorrise. - Lei sa della Banque Musicale Thématique Universelle canadese, ovviamente.

- Ne ho letto. Un'enciclopedia ipertestuale dei motivi e dei temi musicali di tutti i tempi.

- Un'opera colossale, disponibile in rete. A pagamento, e anche un po' salato. Perciò sono nate banche tematiche alternative gratuite, ma col grave difetto di essere ancora incomplete o settoriali. Un'impresa simile ha un senso se è totale, vero?

Shani annuì. - Solo se sono registrati i motivi di tutti i tempi posso testare on line la originalità della mia composizione.

- Già. Comunque per navigare adeguatamente nella Banque bisogna disporre di un programma valido, flessibile e veloce, altrimenti... Si sprecano giornate.

- E un programma del genere, a sua volta costa.

- Se è all'altezza sì, parecchio. Ma posso fornirgliene una copia. Garantita. D'altronde il programmatore sono io.

- Be'... le dico solo questo: non ho idea di come ringraziarla!

- E non lo faccia. Ma la devo avvisare che giocattoli del genere sono usati molto poco. Non solo per il prezzo.

- Strano. E per cos'altro?

- Mica tanto strano. Non molti compositori gradirebbero scoprire che la loro ultima creazione è una riproposizione di note già scritte. Magari duecento anni fa. O l'estate scorsa.

- Un momento, signor Nardi...

- Valeriano, andiamo. Leri, per gli amici. - Sorrise ancora.

- Grazie... Ok, Leri: raccontami perché io - ad esempio - dovrei avere paura del tuo programma. - Shani si distese in poltrona. I guai continuavano?

- Semplice. - Nardi lo puntò con occhi chiari, fissi come quelli di un manichino. - La macchina-business produttrice musicale negli ultimi cento anni ha superprodotto musica per tutte le occasioni. Il vostro bimbo mangia il biscotto o fa pipì nei pannetti di marca? Musichetta giusta. Volete fare bei sogni? Premete un pulsante con il cristallo musicale ad hoc nel guanciale, e così via. Il che ha di fatto logorato quasi l'intero patrimonio musicale possibile, ponendo per di più ovvi vincoli di copyright. Le sette note sono come un Dna... le combinazioni non sono poi tantissime.

- Un momento, Leri: tu stai dicendo proprio a me che quasi non posso più scrivere musica? Se è così chiudiamo il discorso... Grazie lo stesso.

- Ma, Shani, non devi prendertela! - Nardi sembrava sinceramente sorpreso. - Voglio solo aiutarti, spero sia chiaro.

- Scusa. Ma insomma: sette note, coi tasti neri dei semitoni siamo a dodici, in realtà. Aggiungi le varianti della durata dei suoni, del ritmo, degli accordi...

- Certo - tagliò l'altro - comunque... vedrai tu stesso. - Ebbe un sorriso, ma molto breve. - I motivi musicali già esistenti sono miliardi. Abbiamo tracce di temi musicali dell'antica Grecia, alcuni decifrati di recente; di altre popolazioni, e così via. Basta un calcolo semplice: possibilità combinatorie delle note con ritmi eccetera, e numero dei temi registrati nella Banque.

- Tu l'hai fatto?

- Sì.

Shani esitò, incerto se approfondire. Poi pensò incupito: Cazzo!, ma perché mi vado a impegolare alle cinque di mattina in questa discussione delirante che mi deprime, mentre io ho solo bisogno di tirarmi su per buttare fuori due note del cazzo che siano appena decenti. Disse: - Ok, me la vedrò da me. È semplice da manovrare?

- Elementare. Ci sono le istruzioni, impari in cinque minuti. - Nardi conservava in mano una bustina, e lui non se ne era accorto. - Ecco, il cristallo è qui.

- Ripeto, non hai idea del favore che mi fai.

- Vuol dire che mi regalerai una tua futura nuova musica, quando sarai disponibile a farlo. Me la dedicherai. Ne sarò onorato, non dimenticare che sono anche un melomane accanito! Ho una musicoteca sterminata, se dovessi ascoltarla tutta di seguito non mi basterebbero altri 35 anni di vita.

- Sarà il minimo che potrò fare.

Ci fu una pausa, e Shani non seppe se licenziarsi o meno. Tommaso era sempre in un angolo della mente e aspettava qualcosa da lui: dodici ore utili, ancora. Ma col programma... ce l'avrebbe fatta, in un modo o nell'altro.

Stava per alzarsi. Nardi riprese: - D'altronde c'è in ogni campo un business sempre più vorticoso, un serpente che si morde la coda... Un guazzabuglio di ritorni travestiti di nuovo.

- Ma con la musica è molto diverso - sottolineò Shani. - Non è una nuova marca di abito intelligente né il nuovo bioschermo con i pixel innestati a fior di pelle. La musica è una di quelle cose che o ce l'hai nell'anima o non ce l'hai.

Nel corridoio in penombra, Leri gli lasciò negli occhi la sua immagine scura e un po' informe, con quel sorriso leggero, quasi invisibile, mentre aggiungeva: - E ricorda: i musicisti devono pur campare, oggi.

 

* * *

 

Rientrò che erano le sette e mezza. Martina stava preparando un caffè. - Va meglio? - gli chiese. - Vuoi una tazzina?

Le esibì il minuscolo contenitore del cristallo. - Qui c'è il programma di Nardi che ci salva. - Bevve il caffè. - Vuoi vedere anche tu?

- Vorrei, ma non so se ce la faccio. Devo uscire.

- Qualcosa in vista?

- Chissà. Nel frattempo ho risposto a un paio di offerte di lavoro in rete e poco fa è arrivato un messaggio automatico. Devo presentarmi a un colloquio alle nove, fuori città. Mi serve l'auto.

- Sfilate di moda?

- Sì - ammise Martina, a mezzo tra l'ovvio e il deluso.

- Ok! Se non ti è ancora bastato... Io parto subito col programma, non vedo l'ora di liquidare Tommaso e farmi una gran dormita... Ma quando rientri svegliami, mi raccomando. - Le fece un sorriso allusivo e le dette un bacio.

Shani si accorse appena che Martina stava uscendo, e rispose al saluto a mezza voce. Poi, improvvisamente, lo colpì il fatto che col programma giostrava nella Banque Thématique da quasi un'ora, e ancora brancolava con il suo problema.

Si accorse di sudare freddo.

La faccenda non si rivelava facile come l'aveva presentata Nardi. Il programma era di uso immediato, ma il materiale su cui doveva lavorare appariva sterminato. O lo era in rapporto al suo tempo, che si stava stirando ai limiti. Nove ore.

Con calma, si impose. Se mi attorciglio su me stesso non ne esco più. Per comporre ho bisogno di essere rilassato, io. Magari anche di un tocco di buonumore.

Cazzo. Buonumore! Si stava prendendo per i fondelli da solo?

Dunque-dunque. Il programma automatico gli aveva scodellato motivi uno più bastardo dell'altro, nonostante i filtri selezionatori della qualità. E comunque non andavano: ora gli serviva una musica conclusiva dello spettacolo. Il titolo del pezzo era Agradis forever, for you e doveva sancire l'apoteosi del self-made man o ricottaro della malora che fosse. Una cosa fra il trionfalistico, il borghese e il ruffiano, per pompare negli ascoltatori il tocco finale: ammirazione e invidia per il patrimonio economico, sentimentale e intellettivo del Monsieur.

Scartò le musiche automatiche. Impostò quelle abbozzate con Manuel, facendole rielaborare dal programma: ma dopo alcune prove capì che non serviva insistere. O si stava innervosendo o non capiva più cosa fosse musicalmente valido. Forse era meglio sospendere una mezz'ora e pensare ad altro. Per esempio...

Il cuore gli fece una specie di salto nel torace: poteva andare nel programma "Originali" e testare You're my hope, Brasilia, confrontandola col contenuto della biblioteca. Vedere se era davvero originale, insomma.

Immise i dati confessando a se stesso che, maledizione, Nardi era nel vero dicendo che non tutti gradivano quel tipo di programma. Vide le sue mani tremare. Se risultava un plagio nascevano anche problemi di copyright. Se immetteva la sua musica nel circuito commerciale doveva comunque registrarla, per tutelarsi. Pareva che poi i gestori della Banque Thématique avessero l'abitudine di chiedere d'iniziativa ai registri delle società di copyright i dati delle musiche registrate; lo facevano per l'aggiornamento - d'altronde imprescindibile - della Banque medesima. Diveniva facile scoprire plagi, anche involontari. Truffe. Dalla metà del ventesimo secolo in poi questo contenzioso era cresciuto in via esponenziale, ma a ben pensarci quasi esclusivamente per plagi clamorosi di grandi star. Perché, poi?

"La macchina superproduttrice del business musicale negli ultimi cento anni ha logorato il patrimonio della musica", aveva detto Nardi. Vero! Musica a tutte le ore, per tutte le occasioni, per tutti. Musica-tappezzeria istituzionalizzata, da compagnia più che da ascolto. La musica allontana l'angoscia del silenzio, ecco cosa.

"I musicisti devono pur campare, oggi."

E lui era andato avanti nel suo lavoro per anni senza sospettare niente? Be', no: la Banque il realtà era attiva da non più di sei o sette mesi.

Verificò con stupore che le sue richieste di notizie alla Banque gli provocavano già un addebito di quasi quarantacinque euro, dannazione. Ladri, strozzini! Sullo schermo pulsò una banda rossa: la risposta.

...Un respiro di sollievo profondo: NEGATIVO.

Il suo Brasilia non plagiava nulla, poteva dormire sonni tranquilli. Lui era - come autodefinirsi? - un non-scopiazzatore nato. La banda scomparve, si accorse che ne lampeggiava una più grande, con una scritta:

 

ATTENZIONE!

Con questa tua composizione si esaurisce il numero di combinazioni musicali possibili sulla base dei dati complessivi inseriti. D'ora in poi nessun altro tema originale ed esteticamente valido sarà mai più componibile. Si prega pertanto di non riutilizzare questo programma.

 


ATTENZIONE!

Ogni altra operazione del genere sarà ritenuta non valida.

Questo programma viene terminato.

 

Lo schermo diventò bianco.

Shani annaspò fra i tasti, non era certo di avere capito il senso dell'avviso. Assurdo! Che programma del cazzo gli aveva dato Nardi? Doveva essere fasullo, imputridito, pazzo o contagiato da qualche virus. Mai più un motivo originale componibile, in tutto il mondo, per sempre? Si accorse che stava cincischiando, come un giorno che gli avevano fregato la valigia dal bagagliaio dell'auto e lui lo aprì ma non credeva ai suoi occhi e lo richiudeva e poi riapriva incapace di interrompere il circuito.

Seppe che erano le sedici perché al rumore dell'uscio che si spalancava guardò automaticamente l'ora. Martina entrò come un vortice col musetto stravolto. - Che altro succede! - esplose Shani pestando un pugno sulla tastiera.

- Succede non so neanch'io cosa. Il lavoro l'avrei trovato. Ma non è quello di moda che credevo.

- Cioè? Avanti!

- Dovrei sfilare non per i vestiti, o meglio non solo. Ci sono truccature sperimentali, il che significa nuovi tatuaggi, perforazioni, scaring, tubi, innesti elettronici in ogni parte del corpo, piattelli alle labbra, anelli, apparati bioluminescenti, maglierie intime per attrici e attori di spettacoli privati e con i genitali modificati per il nuovo sesso estremo e io non so cos'altro. Assicurano che i materiali sono nuovi, inerti e non provocano danni e...

- Basta, Marty - insorse Shani alzandosi in piedi. - Non voglio assolutamente che tu traffichi col tuo corpo e magari ti rovini. Non mi pare un lavoro che ti si addice.

- Lo penso anche io - disse Martina. - Almeno per ora. Almeno se non trovo subito un altro lavoro. Al diavolo!

- Be'? E se non trovi subito che fai, ti lasci scarnificare? Questo è un settore sconfinante in ambienti coi quali non è il caso di mescolarsi.

Martina gettò la borsetta sul tavolo e si lasciò cadere sul divano. Disse pungente: - L'ho capito, l'ho capito bene, Shani! - Tacquero un po'. Lei riprese: - E tu, a che punto sei?

Sollevò le braccia. - A che punto? Non ho concluso niente. Programma di merda! Anzi, guarda un po' lo schermo. E mancano solo sei ore.

- E "cazzo"? Non dici "cazzo"? La cosa è seria davvero, allora.

- Seria che più non si può. Leggi qui, ti dico. - Inserì nuovamente quei dati. Comparve la scritta:

 

PROGRAMMA NON PIU' DISPONIBILE

COMPITO ESAURITO

 

- Cosa vuol dire? - chiese incerta la ragazza.

 

* * *

 

Alle cinque squillò il videotelefono. - È per te - chiamò Martina dall'altra stanza. Sul piccolo video si materializzò la faccia temuta.

- Salve, Shani. - L'espressione di Tommaso era tesa come quella di un mastino ringhiante, la voce sopra i toni. Il mastino incalzò: - Ma che fai... ma a che punto sei, stronzo... Maledizione, siamo in ritardo mostruoso, ai limiti, passeremo guai entrambi!

- Non devi preoccuparti... e neanche urlare così - rispose lui secco.

- Ah, no? Io...

- Basta! - gli gridò. - Non ti sto a dire le cose che sono successe, le saprai dopo. Entro massimo un'ora giuro che avrai via modem la tua dannata musica, con le indicazioni per l'orchestrazione.

Tommaso aveva un faccione con un naso a melanzana e due occhietti celesti a fior di pelle, come bottoni su due taschini. Disse paonazzo: - Non voglio altre chiacchiere da te. Dobbiamo finire di montare i materiali sonori, fare le prove con i cantanti, organizzare lo spettacolo. Non ci si riduce mai all'ultimo secondo, stronzo! Ci restano due giorni e mezzo di tempo. Se non ricevo subito la merce stavolta la paghi cara. E comunque con Tommaso Druso hai finito, vaffanculo!

Lo schermo divenne grigio smorto.

- Che faccio, adesso? - disse Shani.

- Adesso lavori. - Martina si affacciò nella stanza, stretta nella vestaglia. - Lavori e metti su la cosa più stronza che ti viene in testa. - Mosse un paio di passi. - Basta a fare il puro. Fottitene! Tira via una cosa qualunque, ti dico. Se sarà ripetitiva andrà meglio, la gente vuole roba rimasticata. La fa sentire in casa sua.

Shani sedette alla console e uscì in un risolino. - Il tempo scade, mia moglie ha perso il lavoro e lo sto perdendo anch'io, le prospettive sono quelle di un tuo avvio soft alla prostituzione, e io devo comporre una cosa qualunque... Be', anzitutto questa cosa qualunque dovrà pur piacere. È il pezzo che chiude, quello che risuona negli orecchi più degli altri. - Si rialzò mettendosi a passeggiare su e giù. - Ok, non farò il sofista, ma io per scrivere appena decentemente ho bisogno di... un minimo di tranquillità, lo sai. Allegria. Buonumore... - Canzonò Martina: - Capirai, questa situazione è l'ideale!

- Certamente no - esclamò la ragazza. - Però...

Shani la vide avanzare come un'indossatrice: lenta, con un'espressione diversa, andò verso un mobile basso. Girata verso di lui si sollevò sulle punte e sedette sul mobile. Quasi al ralenti alzò bene una gamba, la accavallò sull'altra, ma senza stringere. Un lampo nero fra i bordi interni della vestaglia...

- Mi pare che questo ti dà l'allegria, no?

 

* * *

 

Martina gli si accostò all'orecchio sussurrando: - Azzeccate le musiche, bravi i cantanti... hai visto che Brasilia ha colpito tutti? Anche i brani successivi sono stati...

- Sssst! Ora viene l'ultimo pezzo. Vediamo che succede. - È un plagio... Anche se non so da chi, come e quando. Qualunque cosa comporrò d'ora in poi sarà un plagio, si disse ancora una volta Shani. Un nuovo genere di ritornello.

Sul palcoscenico vuoto uscì il l'attore che impersonava Agradis, in doppiopetto gessato stile anni Trenta del '900, capelli neri lucidi tirati indietro. L'occhio di bue lo centrò, partì la base musicale e gli altri cantanti sbucarono dalle quinte, sullo sfondo degli alberi e di una falce affilata di luna. Silenzio in tutto il giardino, fra i tavoli e i gruppi che li occupavano. Una leggera brezza della sera muoveva le fronde più alte, oltre i colonnati vetero-classici. I regolatori non permettevano un filo di umidità.

Il protagonista attaccò a mezza voce la strofa di Agradis forever, for you.

Non sapeva dire se lo spettacolo risultasse riuscito; non si sentiva in grado di provare certezze. Consegnato sullo scoccare del tempo massimo. Nonostante tutto. Eccoli lì, parenti conoscenti personaggi del top set legato a Monsieur Tagliaboschi. Duecento e passa persone. Crema di una società sui cui lussi e nuovi eccessi poco o nulla sapeva. Bella pubblicità inattesa, per lui e la sua musica. Musica? Strinse i denti. La strofa terminò, il cantante attaccò il ritornello.

- Lo senti? Brodaglia melensa, risaputa. Vomito! - sussurrò a Martina.

- Fottitene. - Gli mollò una gomitata.

Quando l'aveva partorita in fretta e furia, sullo scadere del tempo, lui si era categoricamente rifiutato di vedere se il programma "Originali" avesse ripreso a funzionare. Comunque non l'avrebbe usato. Caro Leri, tienitelo, il tuo bel software.

Il cantante terminò il ritornello con un appoggio pletorico e smaccato del coro. La base musicale mise il punto con un'esplosione di tube e tromboni. Un istante di silenzio sospeso...

Scattò un applauso fragoroso.

Martina lo scosse: - Sei... - Non capì cos'altro gli diceva. Si accorse stupito che la musica era finita e invece proseguiva. Bis. Era stato richiesto a furor di popolo il bis dell'ultimo brano. Con le note conclusive fu sparato un clangore ancora maggiore; alla regia avevano colto al volo, e potenziato i decibel. Di nuovo silenzio assoluto... altro big bang di battimani e urla. Martina gridò: - Che aspetti? Vai, ti chiamano sul palcoscenico.

Attraversò la platea intontito e salì fra gli attori. C'erano anche Tommaso, l'autore dei testi e il regista. E naturalmente Monsieur Agradis. Monsieur lo abbracciò in pubblico, mentre a lui balzava incongruamente alla memoria l'immagine di quel sogno strano: una sfera di fuoco che si allontanava in cielo, sulla città buia. Strette di mano, altri abbracci, complimenti. Camerieri in livrea si materializzarono con guantiere lucide, folte di calici. Botti dei tappi, champagne francese. Shani riuscì a dirigersi al suo tavolo dopo un ultimo inchino. Martina lo abbracciò e lo baciò radiosa.

- Che ti dicevo? Amore mio, grande stronzone mio.

Alle spalle del palcoscenico ci fu il fragore di una salva e il cielo fu nascosto da fuochi artificiali sagomati. Seguirono piogge di colori che per alcuni istanti erano i volti della famiglia Agradis. La regia mandò in sottofondo Agradis forever, for you versione solo musica. Presso loro due si creò un capannello.

- Signor Shani... poi vorrei parlarle in privato, ho una proposta da farle - disse un signore alto e bruno, con la faccia dura e il tight. Gli era stato presentato. Un diplomatico.

Di colpo fra il tight e Shani si catapultò una figura malvestita, grondante sudore e miasmi. Tommaso. Esclamò con un sorriso rivolto alla faccia dura: - Salve! Io sono il suo agente.

- È soddisfatto della sua serata? - si intromise una voce roca. Veniva da una signora alta, bionda, in un completo scuro con gonna stretta, e carica di gioielli antichi. Madame Coranda Szigeti Agradis, consorte del tagliaboschi. Pelle, ossa, fasci muscolari, organi (anche sessuali) rifatti al sessanta per cento, era notorio. Stringendogli forte una mano fra le sue, Madame aggiunse invitante: - La prego, Shani: faccia un brindisi con me!

Ritirò la mano e la posò sulla spalla di Martina. Sollevò il calice verso lo zenit del cielo ridiventato nero. I fuochi artificiali si erano spenti. Anche quell'altro fuoco se n'era andato...

- Addio, Euterpe - sussurrò.

 

© Vittorio Catani 1999

 

Segnala questa pagina ad un amico - servizio offerto da Bravenet

Inserisci:

Stampa questa pagina