I Penetranti di Vittorio Catani

 

 

 

Quest'angolo di Murgia: appena le otto di metà luglio e la valletta verde, il mare di alberi con foglie scure dalle cime dorate, una foschia leggera che scioglie tutto in pastello. È semplice ma bella da togliere il respiro, qui, la natura. Panorami profondi della mente. Quasi non sembra di stare in Puglia. Un malessere che mi prende come una sindrome di Stendhal, o davanti a una bella donna, se te la ritrovassi nuda e disponibile. E noi stiamo per entrarci, nella Terra. Penetrarla.

- Ludovico, dai che ci siamo.

- Eccomi. - Vertigine. Scendo di corsa nella valletta accodandomi ad Armando e agli altri due, trascinando i miei borsoni.

- Dev'essere qui. - In realtà Armando lo sta ripetendo da un po'. Fronteggiamo una pendice fitta di rovi e vegetazione, la zona in cui lui garantisce di aver scoperto l'ingresso, tempo fa.

Ernesta grida: - Forse dall'altra parte - e addita una sporgenza rocciosa con una macchia di arbusti.

Giacomo tace. È nuovo e parla solo per pungere. Comunque è carico come un mulo.

- Ora è chiaro, aggiriamo il costone - è d'accordo Armando. Ci fissa sorridendo: - Capolinea.- Fa già un gran caldo. Dentro, quando cominceremo a scendere, staremo meglio…

Molto meglio.

 

* * *

 

L'uomo era rigido sul lettino. La pelle irruvidita aveva una brutta tonalità grigiastra.

- Novità da stamattina? - chiese il Primario. Il dottor Marozzi era giovane, sottile, modi spicci. L'infermiera cominciò a trafficare con termometro e polso.

- Nessuna - rispose l'assistente, la dottoressa Nerini.- Stato stazionario.

- Rifacciamogli le analisi. Tutte. Sballate come sembrano… Ehi, come si sente?

Il ricoverato, un giovane sui trenta, il giorno prima era stato raccolto da alcuni contadini vagante in un viottolo campestre, sotto il solleone, vestito succintamente e in stato confusionale. Non gli erano stati trovati documenti. Era appena riuscito a farfugliare il proprio nome, Ludovico.

- Ci ascolta? Dia un segno… muova la testa, le mani - aggiunse la dottoressa Nerini.

- Forse - azzardò l'infermiera - vede che gli parliamo, ma non sente le parole.

- Ok. Rifacciamogliele con queste in aggiunta. - Marozzi ebbe una smorfia. - Dio buono! Ridotto proprio male.

 

* * *

 

Ci siamo dovuti accampare alla bell'e meglio. Armando l'ha detto, non dobbiamo preoccuparci per l'incidente che abbiamo avuto, siamo riusciti ad arrivare giù tutti e quattro vivi e questo è l'importante. Le sedici: adesso ci mancano cinque o sei ore di memoria…

Le torce illuminano una progressione di vani scoperti; a venti metri d'altezza c'è una gran volta raggrumata. Continuo ad avvertire la sensazione di stordimento di cui si lamenta soprattutto Ernesta. Ma è grandioso. Un sito sotterraneo nuovo, da rivelare al mondo.

- Esplorarlo, ma fin dove? - ha chiesto Giacomo il taciturno. - Il suolo scende. - Si è avviato puntando la torcia verso il fondo dell'antro. - Osservate, c'è una specie di pozzo. - Ha gettato un sasso nell'apertura: silenzio per vari secondi, poi un'eco di ticchettii, lontanissima. - Forse arriva all'inferno - ha insistito Giacomo.

- E noi bruceremo - ha ribattuto appena ironico Armando.

Ci accorgiamo che queste nicchie separate da espansioni naturali di roccia possiamo utilizzarle quasi come camere, una per ciascuno di noi. Scarico il mio bagaglio, mi attrezzo. Secondo Armando basta lasciare acceso un solo faretto, riuscirà a diffondere luminosità ovunque. Loro tre sembrano stanchi, io sono intorpidito. Sopra, oltre la pelle della Terra e i muscoli dell'orifizio da cui siamo caduti, è ancora giorno pieno. Chissà come si mostrano lassù luci e colori di quella donna lussureggiante, distesa per chilometri. Amare anche la natura… È bellissimo.

Ma bisogna prima essere capaci di amare.

 

* * *

 

L'infermiera di turno si chiamava Teresa e sfogliava svogliatamente un numero di Oggi in Medicheria.

Suonò il cicalino: la Stanza 23 era del ricoverato che avevano trovato quasi nudo in campagna. Qualcuno aveva ipotizzato che potesse trattarsi di un maniaco sessuale. Le due di notte; nei corridoi dell'intera clinica c'erano buio e silenzio. Il tipo sembrava ancora intontito, ma non di quelli 'fatti'.

- Serve qualcosa? - chiese Teresa dalla soglia della porta.

L'uomo, che era solo nella stanza a tre letti, si lamentò. Cercò faticosamente di girarsi, come per rivolgersi proprio a lei. A giudicarlo così, pareva peggiorato rispetto a qualche ora prima. Teresa gli toccò la fronte. Non aveva febbre, anzi era quasi gelido. - Sen…ti… - farfugliò lui. Lo sguardo era acquoso, introvabile.

- Sì?

- C'era… - Ansimò. - Era tutta… per terra, anche sulle rocce. Si… muoveva, animata. Capito? Il mare… hai presente le onde del mare? Fremeva. Luccicava… - Inghiottì rumorosamente. - È stato allora che… - L'uomo tacque, stecchito come un cadavere.

- Se resti buono ti misuro la pressione - disse Teresa, un po' impietosita.

 

* * *

 

Sembra un mare lontano, nella penombra notturna del faretto. Sarà senz'altro una allucinazione. Sono stremato, anche se giaccio sul mio materassino da ore. Gli altri tacciono. Devo aver dormito molto tempo... Ho sognato. Me ne stavo con Erika tra queste rocce, facevamo l'amore furiosamente e io piangevo: lo so che nella realtà sei morta, dicevo; capivo che entravo col mio corpo in quello di una morta ma il suo sguardo era quello dei tempi migliori. Uno sguardo di felicità, e la desideravo da impazzire.

Troppo vivo, il sogno. Il suo odore, la sua pelle, i lunghi capelli castani. Mi prende allo stomaco. Mi fa ripiombare in quelle atmosfere, quando Erika… Credo di non resistere.

Più tardi ho chiamato Armando, anche lui pareva in un dormiveglia un po' stuporoso. Con fatica accende una torcia potente, indirizzando il fascio verso il fondo della caverna:

- Non riesco a capire - dice; che mi prenda un colpo! È a questo punto che lo vediamo. C'è una sostanza grigio-argentea spessa un paio di dita. Ricopre terreno e rocce e si muove, dilaga lentamente dal fondo della grotta, una specie di blob che ha piccole ondulazioni come di brezza su un lago. Fremendo, il magma incontra i raggi della torcia e ha scintillii, un ribollire di piccole luci istantanee. - Ludovico, resta indietro… mantienimi la torcia.

Va fino alla riva, alla prima risacca di quell'onda gelatinosa, e vi immerge circospetto una mano. Tira. La sostanza si stacca filando, le propaggini strappate si ricompongono mollemente, lui prova ad annusare. Sfiora appena la gelatina con la punta della lingua, poi sputa. Dice eccitato:

- Ha una composizione organica, mi sembra evidente! E il sapore è dolciastro.

Restiamo insieme a guardare e toccare, stupiti, invischiandoci un po' in quell'affare.

 

* * *

 

Stiamo perdendo il senso del tempo e scombussolando i bioritmi. È fisiologico quando si va giù, però sta accadendo troppo presto. Abbiamo acceso tre faretti, ma davvero 'vedremo meglio'? Giacomo e Ernesta - forse anche io - vorrebbero piantar tutto e tornare in superficie. Armando ha staccato un pezzo di quella materia molle e l'ha inscatolata sotto vuoto in un barattolo; con la piccola videocamera ha effettuato riprese. Giacomo invece ha detto:

- Lo vedete che è una sostanza mobile. Potrebbe sparire da un istante all'altro, così com'è apparsa. Vi dico: risaliamo, chiamiamo subito dei testimoni!

Siamo tutti d'accordo sulla necessità di agire, ma sorprendendo me stesso ho detto:

- No. Che c'entra il mondo esterno? È affar nostro. Questo oggetto, questa entità, ciò che sia… sento che è qui per noi.

 

* * *

 

Con Erika il rapporto era stato subito ad alta temperatura, ma era durato troppo poco. Dopo una delle sue gare di nuoto, una mattina Erika uscì vincitrice dalla piscina, sollevò le braccia in segno di gioia, poi si accasciò sul pavimento e non si rialzò più. A ventiquattro anni, ignorava di avere un'insufficienza cardiaca. Successe un po' di tempo fa. Di lei mi restano pochi oggetti e sei mesi di ricordi. Il suo corpo, soprattutto. Fu il dono più bello che seppe farmi. Nella mia mente il suo corpo esiste in forma tridimensionale con odori, tinte e stimoli; un programma che posso richiamare ancora, benché poco a poco queste sensazioni si usurino, sbiadiscano.

Che tristezza.

Oltre al corpo Erika mi aveva regalato anche l'anima, tuttavia io fui anzitutto l'esperto geografo della sua pelle e dei suoi anfratti, lei la dosatrice dei miei brividi e dei miei orgasmi.

Stanotte, in questa caverna, per un tempo statico e indefinibile io l'ho sognata. O l'ho vista, perché percezioni e sentori erano vividi, era proprio lei che accarezzavo. Scrutavo pieghe e chiaroscuri del suo inguine, le sue iridi di ghiaccio della Croce del Sud, le gambe dalla pelle fresca e sgusciante di pesci appena presi in rete. Il piacere che miracolosamente tornava a darmi il suo ventre era lento e voluttuoso, come silenziosi fiocchi di neve dietro i vetri.

- Erika! - le ho gridato poco dopo, consapevole della realtà: nella mia nicchia pietrosa, in penombra, giacevo con una creatura morta da anni! L'ho scostata con violenza.

- D-d-d… - ha farfugliato lei deglutendo, ad occhi sbarrati. - T-t…

- Erika! - Quasi isterico, stavolta. Era come se lei desiderasse comunicare: aveva l'espressione di una bimba di tre anni che vuole dire cose urgenti ma soffre, impotente a esprimersi. Non ha più insistito. Elasticamente, quasi al rallentatore, si è sollevata dal giaciglio fissandomi da un baratro di malinconia e si è allontanata, quasi risucchiata dal buio. Addosso mi gravava una pesantezza plumbea. Devo essermi addormentato subito.

 

* * *

 

Al capezzale il dottor Marozzi era chino sul paziente: - Allora: va meglio, oggi?

L'uomo pareva poco meno irrigidito ma continuava a tacere. Entrò un'infermiera.

- Dottore, le analisi.

Lui quasi gliele strappò dalle mani, e si mise a sfogliarle rapidamente in silenzio. Poi esclamò: - Predisponiamo una Tac. Prima o poi qualcosa dovrà venir fuori, perdio.

Una delle infermiere, Teresa, disse:

- Stanotte ha balbettato qualcosa. Parlava del mare, ma non si capiva bene.

- Il mare! Lo vuoi raccontare anche a me? Forza, Ludovico, siamo tutti amici. Mi vuoi dire che hai visto o hai fatto di strano, al mare?

Il paziente doveva aver capito. Girò il viso grigiastro verso il dottor Marozzi, ma restò muto.

Il primario sospirò. - Per caso si è fatto vivo nessuno? Qualche parente?

Un medico bussò e s'introdusse frettoloso. Disse al primario:

- Un fax dalla Stazione dei Carabinieri, non so se ci può interessare: un gruppetto di speleologi pugliesi è partito alcuni giorni fa e non ha dato più notizia. Potremmo…

- Chiamiamo subito i parenti - lo anticipò Marozzi. - Chissà che non lo riconoscano. - Si voltò al paziente: - Anche se questo non ci aiuta a risolvere il nostro caso clinico. Ragazzo mio, dov'eravamo rimasti? Dovevi raccontarci del mare.

Ludovico si mosse. Tossì catarroso, poi disse fiocamente: - Il… gas. C'era un gas…

I presenti si guardarono, incerti.

 

* * *

 

Individuata nel verde l'apertura della grotta, c'è allegria nel nostro piccolo gruppo! Effettivamente dall'esterno era invisibile, anche per un occhio esercitato.

- Non credo che in migliaia di anni non ci sia mai entrato nessuno - esclama Armando interpretando i nostri pensieri. - Tuttavia esistono ancora posti… dimenticati, se non altro. Quando l'ho scoperto, il mese scorso, ho potuto solo affacciarmici un po'.
Il tempo per attrezzare la spedizione, e siamo qui. A me Armando piace, in questo mestiere è bravo e con lui siamo sempre sicuri. L'accesso è un modesto slargo ovoidale che si allunga in un budello scuro. Ci addentriamo, il cammino è in discesa. Siamo a un momento sempre di grande emozione, quello della scoperta assoluta. Ogni grotta può riservare sorprese, perché può essere un pianeta a sé, incapsulato nel nostro.

Procediamo sorpresi e caricati, non sappiamo il prossimo istante cosa ci riserva. Una svolta quasi ad angolo retto, poi sbattiamo in un'impennata graduale del suolo fino al soffitto, come un muro inclinato. Giacomo pesta i pugni contro l'ostacolo. Armando, aggrottato, ci batte sopra col tacco dello stivale. - Uhm, è vuoto, ascoltate? Facciamo attenzione, perché potrebbe…

…Franare. Un turbine di aria stantia, strana, una specie di gas mentre rotoliamo giù.

 

* * *

 

Nel torpore, sul breve orizzonte della caverna danzano forme. Abbiamo stabilito turni sonno-veglia analoghi ai bioritmi naturali, ma stiamo subendo uno sconvolgimento. Decidiamo che ciascuno perseguirà il proprio nuovo equilibrio senza interferenze reciproche. Per questo lasciamo la penombra, tranne le luci delle personali nicchie di roccia.

'Stamani' Armando era sveglio, e ne ho approfittato: - Hai individuato cosa fosse quel gas? - gli ho chiesto.

- No - ha risposto - ma doveva essersi formato e accumulato qui dentro da secoli.

Non abbiamo con noi attrezzature per analisi del genere. Ce lo siamo preso in pieno, inalandolo. Ci ha addormentato di colpo, facendoci rotolare e saltellare per un pendio di oltre 50 gradi. Al risveglio eravamo trenta metri più in basso. Scorticature, lividi, leggere ferite e indolenzimenti, due attrezzature fracassate. Siamo stati più che fortunati.

- E hai idea - ho sussurrato - di cosa sia quella roba? - Il mare di gelatina argentea... Non sempre è visibile, sulle rocce distanti. Scompare come se si fosse ritirato in un anfratto, poi percepisco con la coda dell'occhio che è lì, quasi presidiasse un avamposto.

O ci scrutasse.

Lui mi ha fissato senza rispondere. Ancora ignoravo che esso (essi?) l'aveva già visitato. Ho rincarato: - Non ti pare che nel nostro comportamento sia subentrato qualcosa di innaturale? Eravamo scesi per esplorare. Invece siamo immobili, bloccati: abbiamo perso ogni volontà. - Ho alzato il tono di voce.

Giacomo mi ha udito, ha urlato dal fondo: - Traditore! - ad Armando, credo. Lui l'ha ignorato, ribattendomi alterato:

- Ah, sì? Imbecille! Credi che io non stia riflettendoci? Dove pensi di voler andare, se non riusciamo a capire bene neanche cosa ci ha fatto precipitare qui dentro?

- Forse la risposta non è in questi cento metri quadrati, dovremmo cercare in giro e...

Improvvisamente l'orizzonte scuro ha preso a ribollire di bagliori. Era quell'onda, che tornava a protendersi. Timida, esitante ma decisa, con minimi scintillii di ghiaccio, lenta risacca sinuosa che invia una sensazione voluttuosa, indefinibile, familiare eppure aliena.

Ho detto: - Credi che sia… un nuovo animale? Una forma vitale che si è perpetuata solo qui dentro? - Già: una mutazione evolutiva probabilmente unica al mondo. Non esiste altra spiegazione. Le grotte, i vuoti sotterranei, spesso sono altri pianeti inscatolati nel nostro.

- Un animale, quindi. Non lo so - ha risposto. Traditore… che Giacomo non avesse ragione? - Fammi riflettere.
Traditore. L'ho saputo dopo, che lui sapeva già, ma non me ne aveva parlato. Era stato visitato, la 'notte' precedente. Di cosa ha paura Armando, o cosa vuol nascondere?

Ora, dopo un altro dormiveglia, mi sono sollevato di scatto perché ho creduto di scoprire quei riflessi vagare nella mia nicchia. Possibile che il mare sia arrivato fin qui, a lambirmi?

Quanto è accaduto dopo… posso riferirlo solo alla parte più intima di me stesso. È durato secondi, ore, giorni: non so. Il tempo non esisteva. Era come se quella cosa fosse fuori dell'universo, crescesse smisuratamente e mi inglobasse come una pioggia argentina. Mi ha invaso lentamente la pelle, i pori, s'infiltrava nelle mie narici, sulla punta della lingua, intorno ai genitali, nei miei orifizi, come un esercito di serpentelli, o come un liquido carezzevole. Penetrava nella mia mente. Una sensazione di meraviglia, direi perfino di piacevolezza... sì, sessuale. Anche nel senso di vera 'potenza'. Suggeriva alla mia carne: non temere. Ci siamo noi, per farti stare bene. Per servirti.

E tu così puoi farci vivere.

 

* * *

 

Al risveglio ho udito i tre agitarsi. Assurdo: solo dopo un quarto d'ora di faccende varie ho notato che eravamo tutt'e quattro nudi come mamma ci fece! Passato il primo sbigottimento - quasi terrore - sono scoppiato a ridere da non riuscire a frenarmi.

- Che altro succede? - mi ha chiesto Armando incupito.

- Come - ho detto sghignazzando - non vedi? Hai il culo da fuori anche tu! Il nostro capo! Come fai a dimostrarlo, eh? Dove si attacca i galloni il capo, quando ha il culo da fuori?

Mi ha zittito con un'occhiataccia. Gli altri parevano non aver udito e portavano su e giù borsoni, attrezzi, pentolame. Ernesta mi è passata davanti, quasi sfiorandomi. Non ho potuto fare a meno di guardarle gambe e natiche. - Complimenti! - le ho gridato - sei da premio Oscar.

Si è fermata e mi ha squadrato seria, da su a giù. - Tu pure.- Ha ripreso i suoi affari.

- Ma insomma, che cavolo ci prende? Armando, tu hai sempre una risposta, no?

Finalmente mi si è accostato, e ha sussurrato: - L'hai avuta? La 'visita', voglio dire. Io già da ieri, se vuoi saperlo.

- Non mi hai detto niente... Una cosa così nuova, così importante. - Traditore.

- Non volevo influenzare le vostre prime reazioni raccontandovi già le mie. Allora?

Gli ho accennato di Erika. Ha commentato: - Ok, più o meno come sospettavo. Una diversità d'approccio individuale che forse cela un piano. È solo un'ipotesi, sia chiaro. Ma credo che anche per Giacomo e Ernesta sia, o si rivelerà, differente. Be', a me hanno rivelato chi sono...

Nuovi animali? Demoni? Una mutazione di cavernicoli avvenuta milioni di anni fa?

- …ed è chiaro, Ludovico. Sono alieni. Sono sulla Terra da tempo, non ho capito se mesi o miliardi di anni. Magari anche in altre grotte. Sono una specie su basi organiche diverse dalla nostra, con una capacità di adattamento e sopravvivenza totale. Si tratta di simbionti perfetti. Ora anche noi quattro ci stiamo… ecco, adeguando a vivere in completa simbiosi con loro.

- È spaventoso! - gli dico sbigottito. - Stai tranquillamente affermando che siamo già schiavi di questa mucillagine, e forse lo sarà presto l'umanità intera!

- Non dire cretinaggini. Stanotte ti sentivi schiavo?

- No, affatto - ho convenuto. Era una sensazione piacevole, anzi… promettente. Ho chiesto: - Si è data un nome, questa specie?

- Potrei tradurlo con un'idea di 'penetrazione'. Ludovico, sei stato in simbiosi con un Penetrante.

 

* * *

 

Stanotte ho compreso. Non so quanto dureranno provviste ed energia, ma sento che siamo tutti e quattro votati a un'esperienza senza precedenti. Loro ci vogliono servire e comunicare piacere, scavando nei meandri nella nostra psiche.
Forse la mia allucinazione con Erika, vividissima, straziante, non era che un preludio. Quali saranno i desideri da soddisfare, che queste creature individueranno nel fondo delle nostre menti? Cosa è più 'naturalmente' piacevole e gratificante in assoluto, per un corpo umano?

Dormivo. Mi ha risvegliato una strana, intensa sensazione ai genitali. Ho un'erezione violenta. Una 'forma' che non riesco a individuare mantiene saldo il mio membro. Questa cosa comincia a muoversi, riscaldarsi, a generare ondeggiamenti lievi, un contatto titillante come le dita di una manina o una piccola lingua. Va su, giù, avanti e indietro, è inverosimile. Ha premuto qualche tasto del mio apparato ed esso si accende - mi accendo - furiosamente. Accelera. È sesso nudo e crudo, sensazioni primordiali, staccate da ogni contesto. Lascio fare rassegnato e incapace di smettere. Pochi secondi ancora. L'orgasmo arriva implacabile, violento, da ululare.

Affannato, tremante, provo a guardare… C'è una cosa che si sta sfilando dal mio pene. Non so se è un animale fantastico creato per la fellatio, o un pezzo di quella materia, il mare alieno. Mi ha stremato. Non è questo il piacere che preferisco... non sempre, almeno.

 

* * *

 

Loro vivono del nostro godimento. Credo d'aver capito che non è solo questione di quantità ma anche di qualità del piacere che sapranno donarci, il centellinare l'attesa dei nostri orgasmi, dei preludi. Essi vogliono servirci, esserci sudditi, perché questo si trasforma in loro vantaggio, proporzionalmente. E imparano subito. Forse - deduco - l'estasi della carne (o un suo equivalente cosmico) è una costante delle forme vitali nell'universo; o almeno di molte forme di vita, dal momento che esiste una specie vagante tra le galassie nata per assorbirlo avidamente.

Armando invece pare capace di sondarli sotto un profilo più scientifico.

Oggi, era sveglio anche Giacomo, Armando si è avvicinato e mi ha chiesto in sordina:

- Sono venuti? Hai saputo altro, su di loro? - Siamo nudi, e gli guardo il pene. È arrossato, devono averglielo strapazzato in qualche modo, ma non ne parliamo. Credo però che presto le vecchie barriere comportamentali cadranno del tutto, tra noi quattro: quaggiù vigono già altre leggi. Gli rispondo sfacciatamente:

- Certo che sono venuti. Stanotte mi hanno manipolato e succhiato a dovere. L'altro giorno invece… l'allucinazione di Erika, e abbiamo fatto l'amore da impazzire. - Mi era parso veramente di star perdendo la ragione.

Finalmente si è sciolto. - Anche a me hanno mandato… una donna. Una ragazza. - Ha abbassato le palpebre. - Incredibile, assurdo, era… - Ma poi ha taciuto. Ha riaperto gli occhi aggiungendo: - Lo sai come viaggiano nel cosmo?

Non me l'ero ancora chiesto. - Dischi volanti? - ho detto. - Iperspazio? Buchi neri?

Ha sorriso. - Macché. Penetranti vuol dire anche che essi penetrano nella materia dell'universo. Aborriscono l'esterno, il vuoto. Ora ti spieghi perché sono qui, in una grotta. Sono arrivati direttamente nel sottosuolo. 'Saltano' lo spazio e passano direttamente, istantaneamente, dalla materia solida di un pianeta, dal suo cuore, al cuore di un altro mondo. Capisci?

 

* * *

 

Se si chiamano Penetranti, almeno una cosa dovrebbe essere certa: che sono vari individui anche se il piccolo mare di stelle sembrerebbe un'unica creatura. Forse noi siamo anche le loro cavie. Oggi è successo qualcosa di diverso.

Il mare non si vedeva. Giacomo si è incamminato per il declivio, verso il grande pozzo senza fondo. Ho deciso di parlargli e gli sono corso dietro. In mano aveva una torcia.

- Che vuoi fare? - gli ho chiesto.

- Vieni, vedi anche tu… Ancora nessuno se n'è accorto! È inammissibile.

Il suo solito fare misterioso e polemico, ma con me non attacca. - Avanti - ho risposto calmo - sono ansioso di vedere anche io.

Sul ciglio della voragine ha acceso la lampada e ha detto: - Osserva giù!

Sono rimasto allibito. Possibile in effetti che tra noi, solo lui si sia reso conto? La luce pioveva nelle pareti irregolari creando arcobaleni con toni rossastri e arancio. Ha ruotato la lampada, le luci hanno vorticato in un caleidoscopio accecante, riverberando sui nostri volti e sul soffitto. - Stupefacente! - ho commentato. - È tua: la Caverna è di Armando, ma decisamente il Pozzo è di Giacomo. Credo che saremo tutti d'accordo… Hai un'idea di come si verifichi il fenomeno?

- Probabilmente una particolare conformazione dei reticoli cristallini, con…

È sopraggiunto Armando, manifestando a sua volta stupore per le luci. Giacomo ha detto:

- Avete notato che il 'mare' dei Penetranti quando non è su da noi defluisce in questo pozzo? No, eh? Io vi dico che questa roba comunica direttamente con l'Inferno. E allora…

Ha posato la torcia, ha allargato le gambe muscolose da giocatore di football, e ha cominciato a pisciare nel pozzo con un bel getto robusto, da entusiasmare un urologo.

- Ma che fai, stronzo - ha inveito Armando. - Stai contaminando, devi usare le sacche biologiche.

A Giacomo è sfuggito anche un piccolo peto. - Oh, scusa tanto - ha detto ironico. - Hai una sacca anche per questo?

 

* * *

 

Stanotte. La mia 'notte' soggettiva. Movimenti, sottili balenii di minuscole luci. Dormiveglia. Giungono le ancelle del godimento, evocate da creature d'altri mondi. Forse noi siamo per loro una specie elementare, con una psicologia banale. Essi sono qui per insegnarci, aiutarci a usare il cervello, più materia grigia. Babbo Freud l'ha detto: è il cervello, il vero organo sessuale. Mi chiedo che simbiosi essi riescano a instaurare con creature di altri soli, più evolute di noi. O con esseri fatti ad esempio di onde gravitazionali, o energia pura.

Le ancelle…

Mi addormento. Comincia sempre così, che cado in un sonno pesante e senza sogni. Forse in questo modo si carica il programma, penso scivolando nel graduale torpore, intuendo intorno a me un fervore di lievi ondeggiamenti e scintillii. Mi risveglio poco dopo che ho perso ogni propensione ad analizzare, so solo che negli ormoni mi preme qualcosa di lavico, eruttivo.

- Ciao!

Questa non l'ho mai vista, ma ha qualcosa di familiare. Anfora greca, prepotenti curve e un musetto a metà tra la Schiffer e la Bardot dei tempi d'oro. Un archetipo mio personale, forse.

- Ciao, pupa. - Le parole mi suonano assolutamente false. Non è una vera pupa. Non è un cavolo di niente, se non materia ammassata. - Noi due dovremmo fare l'amore, adesso?

Sorride, con un cinguettio incantevole: - Sono qui per questo! Non ti piaccio?

- Be…'praticamente' sì. Ma tu non sei niente. Forse neanche amminoacidi o proteine.

- Non parlarmi di questo… Permetti? - Mi si sdraia a fianco, mollemente. Mi sfiora. Ha una pelle, un profumo, un tepore che al confronto la stessa Erika sbiadisce. Noto con costernazione che il membro ha già reagito. Lei se ne accorge e lo sfiora con la manina tiepida, lo saggia premendolo tutto tra pollice e indice, e commenta: - Ce l'hai d'acciaio, tesoro. Per me!

- Già. Ancora non lo sai, è la mia arma impropria portatile.

- E che aspetti? Spara! - Mi si strofina contro esibendo uno sguardo profondo, esplosivo. - Dai, amore, rilassati un po'. Io voglio solo dedicarmi a te. Sei il motivo della mia esistenza... - Mi bacia con i labbroni teneri, caldi, profumati di sciroppo di pesche. Sarà un falso, ma il mio confuso organismo non nota differenze. Un falso d'autore. Senza star più a pensare entro in lei, prendo a muovermi nel suo ventre. Ma il pensiero persiste. Sospendo la performance, provo a sentirle con la punta della lingua il collo, il vallo appena sudato fra i seni, il ventre. Vado al pube e affondo la faccia nel cespuglio. È una vera donna, mi dico. Quell'odore è perfetto, sano, quasi da torta alla crema o di spiaggia marina, insomma perdo la testa. Torno a penetrarla, lei mi abbraccia, mi bacia slinguandomi. Ho gettato via ogni prevenzione, penso che il ben di dio vada apprezzato da qualunque parte ci cada nel letto e questo è un ben di dio dell'era moderna, eppure non riesco a risolvere l'amplesso. Lei si stacca, comincia a titillarmi con la lingua, la penetro in gola, quasi nell'esofago, si sta dando a me con tutta se stessa… Niente.

- Amore - mi dice comprensiva - devi calmarti. Sospendiamo, va bene? Mi lasci tanta tristezza dentro. Capisci, non potrò rivederti mai più…

Si alza dal mio povero giaciglio infuocato e lentamente, come in un ralenti, indietreggia risucchiata dalle ombre. - Addio! - Il suo sussurro si perde lontano. Resto in tilt, non penso più a nulla, non voglio arzigogolare sui mille misteri dell'universo. Sono ancora a gambe leggermente divaricate, con l'asta che punta al soffitto buio. Una vocina chiama: - Ludovico…

Le piccole ancelle!

Esistono davvero, quindi. I movimenti minimi che credevo di aver colto intorno alla mia visitatrice di poc'anzi, non erano fantasia. Nella mia nicchia pietrosa c'è un sommesso viavai di minuscole forme bianche. NO! Ora più che mai devo impormi di pensare che quanto vedo o mi palpa, non è organizzato su una base di carbonio e amminoacidi (lo è?) Sono cinque o sei ragazzine nude, con i capelli lunghi sciolti, le forme sfuggenti ma ben accennate. Età apparente?, calcolo precipitoso cercando di capire se in qualche modo possa giustificarsi un coito. Otto anni? Dieci? Impossibile saperlo. Sono assalito, cominciano a tastarmi una dozzina di mani. - Anche noi - dice una, con la vocetta oscenamente complice - siamo da te perché ti vogliamo bene. - Chi ha visto da vicino il perineo di una bambina di dieci anni? Chi, tra le persone normali, è in grado di darmi lumi? Sono tutte di carne e ossa, mi dico colpevolizzandomi. Non è vero, sono impazzito? Però… 'rimandano', alludono a creature reali. E con questo? Non so decidermi. Lei intanto mi accarezza con le piccole mani i testicoli, divenuti rugosi come un mandarino; un'altra mi infila le dita sottili nell'ano, due o tre mi baciano sulla bocca e mi leccano corpo, gambe, piedi. L'ultima mi sale a cavalcioni e, premeditatamente, si infila il membro nel piccolo ano elastico, s'impala come se l'asta debba risalire per il corpicino fino al diaframma. Ha esperti movimenti, mentre stringe le gambe non adulte ma perfettamente modellate e la contrazione si comunica al suo sfintere, stringe perché mi vuole spremere bene, è infuocata e viscida e facendo questa violenza orribile mi sorride con sguardo d'angelo innocente.

Non ricordo altro, non capisco. So solo che tornare liberi è esploderle dentro, e non mi interessa se il mio urlo rimbomba per l'intera grande grotta.

 

* * *

 

Ignoro se noialtri ci rendiamo esattamente conto della situazione. Siamo sbalestrati nel bel cuore di una sorta d'utopia del sesso, ignorando se ciò avrà uno sbocco logico, e con quali conseguenze; o se alla fine tutto scoppierà come una bolla di sapone, senza un briciolo di senso.

Intanto ho conferme che, fra noi quattro, Armando vive il tutto su una base di maggiore razionalità. Se è così, le sue esperienze con i Penetranti saranno forse meno eccessive delle mie. Perché io spesso sono consapevole di essere connivente con le mie fantasie. E i Penetranti le assecondano, per regalarmi sensazioni violente e, a loro volta, riceverne 'nutrimento'.

Comunque noi quattro non stiamo lì a spiarci, per vedere che tipo di corpi visitino i nostri giacigli. Credo di aver carpito immagini di fanciulle adolescenti che si intrufolavano da Armando, un paio di ragazze sue coetanee presso la nicchia di Giacomo; uomini, un paio anche di colore, da Ernesta. Pure, vige un'atmosfera di privacy, per quanto suoni inverosimile. Un po' ciò che accade in un campo di nudisti, ma con qualcosa in più. Poco fa, ad esempio: Ernesta mi è transitata nuovamente davanti, e ammirando le sue natiche polpose, sussultanti, gliele ho sfiorate con la mano. Si è girata e mi ha sorriso quasi avessi fatto la cosa più naturale, poi mi preso i testicoli sorridendo appena, palpandoli con delicatezza. - Tutto bene? - mi ha chiesto. Sono rimasto incerto, in quella posizione:

- Be'… sì. - Poi le ho chiesto in tono comprensivo: - È traumatico anche per te, vero?

Lei ha sorriso di nuovo ma in modo molto triste, quasi con occhi di pianto: - È vero. Ciao. - Mi ha baciato su una guancia ed è andata al fornello per prepararsi un caffè.

- Capita anche a te? - ho chiesto a Armando. - Io stento a immedesimarmi. Ma insomma, si tratta di mostri extraterrestri, dovremmo addirittura inorridire! Altro che avere reazioni sessuali, intime.

- La vedo in modo diverso - ha spiegato lui, avviando un discorso affatto banale. - Il paragone è semplice: tu leggi un libro o vai al cinema, e la storia ti fa ridere o ti commuove fino alle lacrime. Reazioni autentiche, eppure te le provoca un evento raccontato, inesistente: grazie a una temporanea sospensione della tua incredulità. Qui è qualcosa di simile. Anzi la rappresentazione ha maggior forza, perché possiede una realtà fisica, direi… palpabile. Qualunque essa sia.

- Ma - ho ribattuto - contrariamente alle illusioni di un libro o di un film, tutto ciò che ci sta accadendo qui dentro non proviene da nulla di umano, e noi lo sappiamo.

- Vero. E allora? Saresti impossibilitato ad apprezzare il panorama ravvicinato degli anelli di Saturno, solo perché non è terrestre?

Stavo per controbattere, quando dal giaciglio di Giacomo sono salite urla improvvise. Nella penombra ho visto un paio di corpi dileguarsi. Un'imprecazione, poi uno sgabello è volato fino a pochi passi da noi.

- Ognuno reagisce a suo modo - ha sentenziato freddo Armando. - Mi ha già dichiarato bellicosamente che quanto sta accadendo non gli sta niente bene. Ma allora perché non se ne va!

- Forse vorrebbe - ho risposto perdendo la mia determinazione. - Forse, semplicemente, non riesce a fuggire. - E ho pensato: io, sarei capace di tornare di sopra adesso? Un sudore gelido mi è corso giù per la schiena. Cristo, dove siamo, con chi abbiamo realmente a che fare.

 

* * *

 

Prese la parola il dottor Gorla:

- Dunque il paziente, che mi dite si chiami Ludovico, qui da tre giorni, presenta sintomi di un male inspiegabile e ora, ad analisi più approfondite, mostra di essere infettato da germi sconosciuti sulla cui eventuale pericolosità non siamo in grado di esprimerci.

Gli altri cinque medici presenti annuirono cupi, in silenzio.

- Bene. O male, se preferite. In veste di Direttore Sanitario dell'ospedale, ritengo di dover prendere immediatamente i provvedimenti del caso. Il che significa…

Il paziente 'Ludovico' fu portato nell'ala più isolata delle cliniche, appositamente sgomberata, ovvero l'ex Reparto Infettivi. I ricoverati del luogo furono smistati in altro padiglione; coloro che in qualche modo gli erano stati vicini furono messi in quarantena o sotto osservazione, benché nessun altro risultasse contaminato. Si cercò di secretare la notizia. Gli altri componenti della spedizione speleologica restavano irreperibili. Si fece vivo solo il padre di Ludovico, l'ex capitano di marina signor Amelio Suma, anni 79, vedovo.

- Novità? - chiese nel pomeriggio il dottor Gorla alla psicologa, dottoressa Francesca Barbarito.

- Sì e no… Parla con minori difficoltà. Particolari confusi e piuttosto… fantasiosi. Voglio dire…- La dottoressa Francesca, trent'anni, sposata, occhi chiari, esitava.

- Avanti, dica pure!

- Ho registrato tutto… Dottore: è un ammasso di autentiche zozzerie. Vedrà. Ma sono venuta per riferirle di una novità grave. Ludovico ha accennato anche a un morto.

 

* * *

 

Mi ha preso una specie di febbre. Devo sapere, vedere meglio in me e negli altri. Contravvenendo a un primo impulso, ho cominciato a spiare morbosamente nei letti altrui. Ho visto Ernesta - l'ex legnosa Ernesta - che si lasciava possedere urlando. Era un maori: scuro come carbone. Chissà quali sogni convulsi agitano la povera mente della ragazza. Lui muoveva su di lei capigliatura e barbone incolti, nerissimi, e alla fine ha sfilato dal suo corpo un pene lungo, nodoso e lucido. In giro vedo gruppetti di bambine sempre diverse, che saltellano tra le nicchie. Accompagnano d'abitudine le nostre attività sessuali, come devote ancelle. Ora le chiamo 'le Bambine'. Ne ho intravisto anche accanto a Giacomo, in piedi; ce n'era una bellissima, con lunghi capelli biondi lisci, che si limitava a guardare in silenzio corpi che si agitavano sul giaciglio. E Armando… Basta. Inutile richiamare tanti dettagli monotonamente simili. Vivo in una esaltazione ormonale, e anche se Armando la giustifica richiamando la sua 'sospensione temporanea della incredulità', è una messinscena che rischia di segnarmi a vita. Uno psicodramma collettivo sparato in un'orbita aperta, alla deriva nel vuoto. Eppure, ciascuno di noi potrebbe in qualunque istante piantare tutto e risalire… Incute orrore, che nessuno lo faccia.

 

* * *

 

Quale simbionte ha interesse a consumare il proprio partner? Dovrei dedurre che non corriamo alcun rischio? Ma forse i Penetranti ci stanno sfruttando per poi buttarci come larve succhiate, prosciugate, e proiettarsi istantaneamente nel cuore di un altro mondo vergine.

Ernesta: accade qualcosa nel suo boudoir, la sento piangere! Non visto, mi accosto.

Dalla nicchia esce un uomo, lo vedo bene perché qui il riflesso del faretto è più vivo. Chi rappresenta? Avrà cinquant'anni, fisico prestante, abbronzato. Capelli cortissimi neri ma appena brizzolati. Tipo playboy, sì, ha le physique du rôle. Si muove nel caratteristico modo di questi partner così inquietantemente autentici: indietreggia lento, come uomo sulla Luna fa saltelli che sfidano la gravitazione, si lascia aspirare dal buio verso il grande pozzo. Colgo un dettaglio del volto… Mi sembra che somigli parecchio a Ernesta. Perché, come mai. Lei esce e mi vede, fa gesti sconsolati, accenna a volermi parlare e le vado incontro.
Piange. Lacrime le rigano il volto. Mi tende le mani. Il piacere estremo può assumere le forme del dolore: cosa penetrano di questo, i Penetranti? Quasi fosse contagiata dal suo partner anche Ernesta ha movenze lente, innaturali. Si lascia cadere su una roccia quasi galleggiando, vuol sedersi. Dalla vagina colano gocce filanti di un liquido che si direbbe sperma (a tanto arriva il loro realismo?), ed è come se anche il suo ventre, con i suoi occhi, lacrimasse.

Talora penso che non i Penetranti ma noi, qui dentro, siamo i mostri. Ma forse dimentico troppo spesso che è tutta finzione.

Siamo mostri innocenti.

 

* * *

 

Ho mangiato qualcosa e sono andato a riposare. Stentavo a chiudere occhio. Sono tornato a certe antiche sere di malattia, un quarto di secolo fa. Forse perché allora mi sentivo frastornato come ora. Mia madre veniva a darmi il bacio della buona notte sulla fronte febbricitante. Era una specie di viatico per il sonno: solo così riuscivo ad addormentarmi.

Poi finalmente ho trovato una sistemazione sulla brandina e devo aver dormito. Ho riacquistato coscienza molto tardi, in una notte forse solo soggettiva perché magari fuori, sulla nostra grotta, il sole sfolgora e lungo spiagge non lontane corpi nudi intessono riti mascherati, senza sapere cosa nascondono dietro le loro maschere. Qui gli altri tre dormono. Quasi mi sento l'unico occupante della grotta.

Distante, colgo l'innesco inequivocabile dello scintillio. Tempo un minuto, non sarò più solo. Strano, mi è venuta meno la voracità sessuale, quasi disturbante, che accompagna questi risvegli.

Eccolo. Il corpo nudo è già qui. Il viso in ombra, tace, immobile. Mancano perfino le onnipresenti Bambine. Non so cosa aspetti, io vorrei respingerlo. Mi giro per evitare di guardarlo.

Persona colta e intelligente, mia madre si lamentava solo che mio padre, il capitano Amelio Suma, fosse sempre lontano per lavoro. Era un marittimo, e a me piaceva assai quando, dopo quindici o mille giorni rincasava con la sua divisa ricca, odorosa di navi e oceani, e mi portava strani regali dai mari della Cina. Toglieva il cappello con dorature e gradi colorati e io ero sicuro che i folti capelli chiari, tirati all'indietro, fossero una sabbia celante piccole stelle di mare e conchiglie, e glieli scompigliavo per guardare. Mia madre era anche una donna dal parlare piacevole, e quando ero sui tredici anni facevamo tanti discorsi e l'ascoltavo ammirato. La mamma era un tipo molto libero, e aveva l'abitudine di cambiarsi e spogliarsi davanti a me, o a mia sorella. Era bellissima. Una figura stupenda, pelle candida, labbra cremisi, ciglia lunghe, occhi color cielo. Mio padre ne era orgoglioso e lei gli era fedelissima. Si amavano molto. Allorché si sfilava le calze di velo, o il reggiseno, scorgere il bianco della sua pelle segreta mi dava sempre un'emozione che non sapevo descrivere, ma non era nulla di morboso. Era dolce, e basta.

- Ciao, Ludo mio…

QUESTO NO, mi dico. - Maledetti! - urlo verso il mare nascosto nei golfi del nulla. I tre dormono, mia madre è sempre qui e forse io non ho gridato, non ne ho avuto la forza. Mia madre?! Devo essere impazzito, è un simulacro. E io devo portare rispetto a me stesso, e alla memoria dolcissima che lei mi ha lasciato. Mi ha lasciato, anni fa…

- Ludo mio, sono di nuovo da te. - Siede sul bordo del mio misero letto di rovi, mi posa sulla fronte uno dei suoi baci soffici. - Perché ti agiti, tesoro? Hai di nuovo la febbre? Vieni, è tanto che non posso più stringerti a me. - Mi abbraccia con trasporto, sento i suoi seni prorompenti, ritempranti, contro il mio torace gelido di sudore. - Ma tu stai male…

- No, mamma - le rispondo confuso, mentre il cuore batte da scoppiare. - Sto bene. È solo che…- Oh, ma non è ammissibile. Lei si alza, va in una zona più illuminata. Dice:

- Guardami, sono ancora bella, vero? Bella come allora…

Sento che sto per piangere ma mi freno con uno sforzo immane. Le dico ciò che penso realmente. - Mamma, sei più che bella. Hai forme perfette, sei da schianto. - Vorrei anche dirle: la tua gioventù piena di sogni ti è stata strappata brutalmente però tu ti sei conservata come eri, anzi più splendente. Il mio sguardo scende. Ventre, pube, interno delle cosce. Ricordo il chiarore accecante! Rivederla con l'ammirazione della fanciullezza, e in più la consapevolezza dell'uomo che sono ora: è come se mi stiano sparando eroina pura nelle vene!

Lei siede placida. - Calmati, Ludo mio. Non tremare. Vorrei tanto proteggerti. Ma tu continui a sudare freddo, devi coprirti… - Le sue mani corrono sul mio corpo, su e giù, come se volesse riscaldarmi. Sono fuori di me. Incontrano un pene dannato per sempre.

- Oh! - esclama ridendo, complice. - Il mio Ludo è proprio cresciuto, dall'ultima volta. - Mi accarezza i genitali, credo che non resisterò. Morirò. Lei si china. - Non temere - sussurra fissandomi dal basso - di che hai paura? Forse di te stesso? - Mi bacia giù, mi distrugge, perché noto che la mia carica sessuale risorge ancora più prepotente, suicida, animale. Mai provato nulla di simile, né credo che sarebbe umanamente sopportabile ancora. Quando tutto finisce sono tremante, tramortito, dissanguato.

- Ludo mio…

- Mamma.

- Mi vuoi sempre bene? Anche dopo ciò che abbiamo fatto?

- Da morire, mamma mia. Addio.

- Non devi sentirti in colpa. Addio. Per sempre.

Bravi, Penetranti.

 

* * *

 

Per qualche tempo il mio giaciglio non ha più ricevuto visite. Ho dormito molto. Poi mi alzavo, mangiavo qualcosa, per ricadere in un sonno di piombo.

- Dove sei stato? - mi ha chiesto Armando oggi. - Eri talmente occupato?

- Macché. - Ho balbettato una scusa. Anche lui ha un'espressione provata. Mi dice:

- Comunque non dobbiamo mai dimenticare che questa non è la realtà. Voglio dire, non è la realtà neanche come 'potrebbe' essere. È solo una sua rappresentazione fantastica.

- Strano che me lo dica proprio tu. Invece ho constatato che hai ragione da vendere, la sospensione dell'incredulità… si verifica davvero. - Quella era mia madre. Con lei mi sono comportato come se lo fosse. Ma che dico, mi do la zappa sui piedi…

- Sono solo nostre fantasie. Nel mondo reale le cose non andrebbero mai così.

- Ti stai creando la corazza?

Mi guarda serissimo. - Dobbiamo, Ludovico. Per sopravvivere. Io…

Interviene Giacomo. - Che avete da confabulare sempre, voi due? - esclama.

- Non confabuliamo - risponde Armando. - Ci scambiamo impressioni e pareri.

- Bene! E potrebbe riceverne uno anche il sottoscritto?

- Sentiamo il caso - dico io con pazienza.

- Prima spiegatemi a chi di voi due devo chiedere.

- 'Fanculo, parla - dice stizzito Armando. Giacomo risponde provocatorio:

- Non ho mai preso né scolo, né sifilide né Aids, né le cosiddette creste di gallo. Ora, noi veniamo qua e scopiamo da matti tutti quanti con cose che non sappiamo chi e come sono.

- Dove vuoi arrivare? - obietto. Ho già i miei problemi, per poter sopportare le sue sparate. - Se non ti va di scopare nessuno ti obbliga, nemmeno a restare. Vorresti incolpare chi, di che?

- Personalmente - aggiunge serafico Armando - penso che i Penetranti siano una forma vitale così malleabile e evoluta che, per fare ciò che fanno, virus e simili devono essere un giochetto, per loro. Perché inoltre la cosa, se ci pensi, è reciproca: anche loro rischierebbero di morire su ogni pianeta che visitano, se non sapessero come sistemare germi e parassiti locali. Non avevi pensato a questo? E infine, a nessun simbionte gioverebbe la morte del suo partner.

- Brillantissimo - risponde Giacomo - se non fosse che la tua difesa galattica si fonda su una serie di presupposti tutti indimostrati, con crepe logiche da spaventare. Guardate!

Si mette in piena luce esibendo l'interno dell'inguine, delle cosce, sotto le braccia: la pelle è ricoperta da una scia di pustolette e piccole ferite. Armando nota senza scomporsi:

- Probabilmente un'infezione contratta da microbi di questo ambiente, o una forma di allergia. Anzi, ne sono certo. Abbiamo antibiotici, antistaminici, disinfettanti e quanto serve. Non è il caso di creare allarmismi, tanto più che a nessuno di noialtri è venuto nulla di simile.

- Neanche questa è una prova! - sbraita Giacomo invasato. Fissa Armando con uno sguardo di fuoco, poi gli dà una spinta per farsi strada e se ne torna verso la sua nicchia.

- Potrebbe avere ragione? - gli chiedo.

- Forse. Tuttavia ne dubito molto. Non conosco quel genere di pustole, ma l'apparenza mi sembra tipica di allergie. Qualche fungo, magari. Al solito per lui due più due fanno cinque prima di aver cercato la spiegazione più semplice. Seminare panico non giova a nessuno.

Sopraggiunge Ernesta, che si era avvicinata e seguiva la discussione.

- Ciao - le dico sorridendo. Sento un'intesa diversa, tra me e lei, che però non ha rapporti diretti con la sfera del sesso. Anche se trovo particolarmente provocante il suo corpo nudo. Sotto il volto apparentemente disteso individuo ancora uno strato di amarezza. - Come va?

- Meglio, Ludovico, grazie. Sentite… Giacomo io lo vedo strano, su di giri. Se ha visite litiga sempre, inoltre non gli va niente bene. Forse ha bisogno di un tranquillante.

- Eviteremo altre discussioni - dice Armando. - Ha una personalità molto rigida e ciò che succede qui fondamentalmente lo disturba, anche se non sa svincolarsi.

Belle parole. Mi chiedo per chi di noi non sia così. A Ernesta lancio uno sguardo d'apprezzamento, le do un bacio sulla guancia. Mi sorride e torna al suo posto sculettando.

Me ne torno anche io, tastandomi tutto per scoprire se per caso ci sono pustole.

 

* * *

 

Mi sono assopito con pensieri misti a sensi di colpa, ma anche a nuove speranze. Penso che se resto in questa grotta, è perché sono curioso. Ho desiderio di esplorare i limiti e so di farlo a mio rischio. Mi convinco che la simbiosi con i Penetranti può rivelare cose essenziali.

…Era dormiveglia, e in questo limbo pensavo che sono sempre stato bene, in mia compagnia. Anche il mio corpo: non è il top in bellezza e prestanza, ma sono affezionato alla vecchia carcassa e mi piacerebbe saggiarne le possibilità. Per esempio, ci sono stati tentativi di impiantare un ovulo fecondato nell'omento del maschio, un tessuto particolare situato dinanzi all'intestino. L'ovulo attecchì. Potrei fecondare me stesso? Rinascerebbe l'androgino universale?

Sono steso su un fianco. Una forma bisbiglia, mi accarezza. Sento montare il desiderio, straripa lentamente come ormai so che mi accade in questi casi. - Chi sei - sospiro.

- Girati - mi risponde nell'orecchio. Al buio non vedo granché, ma faccio un salto.

- Grazie, no - dico secco. Non m'interessano i rapporti omo, e costui ha già un bel bastone rigido piantato contro di me. - Scusa tanto - dico, sgusciando dal giaciglio.

- Ludovico… - Si alza anche lui. Lo vedo.

Mi cadono le braccia. Il desiderio era già crollato prima.

- Che vuoi, tu? - dico senza forze. - Che altra infamia è questa?

- Lo sai che alcune volte ci hai anche pensato.

- Sì, lo so. - Mentire ai Penetranti è stupido. Ma ridicolo sarebbe mentire a se stessi. - Non voglio ricordare - rispondo. - Sono successe cose che mi hanno già stravolto. Va' al diavolo.

A me stesso posso rivolgermi così, anche se so che non demorderà. Ha la testa dura lui, lo so bene. - Avanti, sediamoci a parlare un po', d'accordo? - gli dico.

L'alter-ego è più giovane. Meno smagrito. Più bello, senza la mia stempiatura. Mi guardo, deduco che se fossi davvero così potrei definirmi fighetto. Ma arrapante, magari, no.

- Perché mi resisti? - dice. - Lo sai che cederai. Piantiamola. Io sono qui perché ti voglio. Lo sapremo solo noi due. Sbrighiamoci, e sarà fatta anche questa.

Mi viene da ridere. - Già. Tu da dove cominceresti?

- Da qui. - Sembra che sia la mia stessa mano, a manipolarmelo. - Vedi? Così. Sono bravissimo, lo faccio come ti piace tanto, toccando i punti giusti con le velocità giuste ai momenti importanti. Ricambia! - Mi afferra la mano, se la porta all'inguine. - Oh, bravo… Ah!

Forse ha ragione, prima finisce meglio è. So che finirà presto, ma pare che non sia così facile. Interrompe, mi spinge sul letto. - Sta' buono, lo so che questa non te l'aspettavi.

È subentrata una specie di trance. Ci muovevamo in rituali noti. Ero plagiato, non so se era sgradevole. Estremamente conturbante, questo sì. Forse una cosa che, ripetuta, poteva diventare una droga. Mi ha sussurrato sconcezze leccandomi la spalla. - Entro in te, vuoi? Sì, fammelo anche tu… Non ti incuriosisce sapere come sarebbe? Non preoccuparti, non sono uno qualunque… Dammi un nome, chiamami… Lu. Non è omosex questo, forse è masturbazione o forse neanche, magari una nuova forma di incesto, decidi poi. Mettiti supino, io siedo sul tuo inguine, frontalmente. Infilamelo… così, ora alza il bacino, portalo verso di te in modo che mi tendo a ficcartelo in bocca. Non vuoi sapere com'è arrivarsi in bocca? Impazzirai, credimi...

Una droga che poteva stordire, abbrutire, se non fosse prima accaduto qualcos'altro. E il nuovo è venuto: un grido di disperazione quasi folle. Da Ernesta.

La morbosa indescrivibile atmosfera si è frantumata in mille pezzi. Ci siamo staccati. A fatica sono rientrato nella vertigine della realtà cercando di correre verso lo spiazzo, alla luce. Con la coda dell'occhio vedevo il mio partner che si alzava lento, quasi sollevato dal suolo, come sospinto da una forza trascendente verso le ombre insondabili del fondo grotta.

- Che succede - dico. Arriva Armando.

Ernesta è sconvolta, grida: - Giacomo!

Andato. Giacomo è uscito dalla grande grotta, ma non dalla porta. - Avevamo avuto scambi di opinione, ultimamente - dice Ernesta in lacrime. - Ce l'aveva un po' con voi, secondo lui non capivate. Ho cercato di farlo ragionare. Ieri farfugliava assurdità su sesso, normalità…

- Ernesta, calmati. Non è colpa tua, chiaro? - le ha detto Armando guardandomi.

Giacomo ha voluto andarsene: significativo che per farlo si sia gettato tra le braccia dei Penetranti, per così dire. Si è lanciato a capofitto nel grande pozzo buio. L'anima nera del mondo, o dell'universo. Forse là in fondo essi avranno un loro quartier generale, non so.

- Proviamo a dare un'occhiata - dice Armando con una voce priva di speranze.

- Non si è sentito nessun rumore, quando è precipitato - dice atona Ernesta.

- Lo immagino - aggiungo cupo.

Siamo sull'orlo. Mi affaccio e indirizzo il fascio potente della torcia verso il basso.

Dal fondo ci investe un vampata di luce che è un vortice di fuoco! Ci acceca di rosso e altri colori violenti, penetra addirittura attraverso le palpebre abbassate. Resto dolorante, impietrito. - Spegni! - urla Armando.

Torna il buio, ma negli occhi resta ancora quel sole.

- Che accidenti… - farfuglia Ernesta.

Non lo so. Forse è che abbiamo perso l'abitudine alla luce, e anche i riflessi di quelle strane rocce diventano un'esplosione stellare. O i Penetranti hanno ulteriormente modificato qualcosa, nel pozzo. Avranno salvato per caso Giacomo?

L'unica cosa certa è che non sappiamo.

 

* * *

 

Marozzi fissava un po' divertito la vecchietta minuta, che veniva a chiedere la 'verità' su sua figlia. Disse:

- Ernesta e il suo collega Armando sembra che non corrano pericoli.

- Allora perché me la tenete qui in isolamento, cos'è successo? Io i segreti li so conservare, glielo giuro solennemente su Sant'Antonio, che è il mio protettore.

- Mi creda, signora Zarri. La quadra di soccorso che ha individuato la grotta ha trovato anche sua figlia in uno stato di forte stress, ma in pochi giorni si dovrebbe risolvere tutto.

- Dottore…- la vecchietta si torse le mani. - Il capitano Suma è preoccupatissimo, suo figlio Ludovico ha un male sconosciuto! - Scoppiò a piangere. - E poi… Si parla di porcherie a base di sesso, erano tutti nudi! Quel povero Giacomo, dicono che si è suicidato…

Marozzi si sforzò di sorridere. - Signora, Ernesta ha 29 anni, e comunque questi aspetti sono da chiarire. Per Giacomo potrebbe trattarsi di un incidente. Ludovico ha cominciato a parlare un po', e la Polizia cerca di comporre il mosaico. Ripeto: né Armando né la sua Ernesta, alle analisi, hanno rivelato virus, o altro, dannosi o estranei alle nostre conoscenze.

Marozzi si alzò dalla sua sedia. La vecchietta lo imitò, riluttante.

- Signora: si fidi. Vada a casa e guardi alla tv il suo programma preferito. - Le sorrise.

Uscita la vecchietta, Marozzi chiamò al citofono l'assistente. - Dottoressa Nerini? A Ludovico mandiamogli la psicologa, anche oggi. - Estrasse una cartella dal cassetto. Era intestata con la grafia legata di Gorla: EXTRATERRESTRI(?) La sfogliò rapido, poi la richiuse a chiave con una smorfia.

 

* * *

 

Sì, abbandono tutto. La grotta alle mie spalle, il cielo è bianco... Il mondo pieno di luce. Mattino, come allora. Verde scuro, vallette rovi arbusti. Troppa luce, perché. Nitido, forte. Intenso e strazia. La sindrome di Stendhal, mi sento male…

………

Che staranno facendo ancora là sotto loro due. Non mi trovano. Al diavolo. Cosa pensano, che mi sono gettato nel pozzo. Macché. Non troveranno questi vestiti. Ho lasciato pure il bagaglio. Basta.

Il viottolo. Dov'è il Land Rover. Il sole alto? Mezzogiorno. Lì sotto mezzanotte.

Questa pietra mi ha indolenzito a stare seduto, il sole picchia da matti. Sotto gli alberi. Picchia. All'ombra picchia. Ernesta… Vedere uno che si butta giù, che si ammazza. Poveretta. Che amplesso da stordire. Sei polposa. Durato troppo poco. Hai smesso subito di piangere. Il tuo leggero grido… Fare l'amore non solo per spremersi testicoli o vagina. Un atto di amicizia, di consolazione: comunicare: abbiamo comunicato. Si potesse sempre. Amore, sesso come amicizia, consolazione naturale. Una stretta di mano. Di corpo. Più di un abbraccio fraterno. Ho fame.

………

Stanchezza. Già pomeriggio? Ma dove sono finito. Evito i centri abitati. Fa un caldo. Orino, defeco. Il furore del sesso. Mi torna? Svanito? Perché il cielo ha sempre questa luce strana, il mondo continua a sfolgorare. Troppo intenso! I suoni. Cielo acido, blatera con quel caleidoscopio acido. L'orizzonte con le reti grigie che ribollono, ho dolori lancinanti.

………

Di notte il cielo è cremisi. Vedo come un gufo? Nictalopia? Ma vorrei dormire.

……….

Come mai sono qui. Ricordo? La testa un macigno. Dov'è la grotta, il giaciglio di pietra. Perché sono in aperta campagna sotto gli alberi, il cielo stellato con la luce rossastra.

Ricordo... La grotta, l'uscita di luce bianca accecante. Vuoto, sensazioni strane, come posso capire questo. Riorganizzare la memoria. Con Ernesta è stato dolce, là in fondo. C'erano le Bambine. Sfrontate. Ricordo. Carezzavano, manipolavano. Basta ho urlato, cos'altro volete da noi dopo quello che è successo. Si sono bloccate, non ho sentito più niente.

Credevo fosse finita, ma c'era ancora qualcuno. Piccolo, mi strisciava sulle gambe, le natiche, si adattava alla forma del corpo. Soffice rassicurante, un pupazzo di peluche, un gattino che s'infila nel letto e gioca a nascondersi.

Sì, è incominciato così. La piccola cosa ha premuto un pulsante bio-elettrico e ho sentito accendermi. Lui sguscia, si attorciglia intorno al pube, dà calore accogliente, acquista movimento, ritmo, mi seduce. Mi lascio andare, galleggio…

E arriva l'onda. Altissima. Una folgorazione, e allora LI HO VISTI. I Penetranti, sì. Una comunione della carne. O forse delle proteine e amminoacidi, delle forme vitali cosmiche. Comunione della sopravvivenza rabbiosa, feroce, della vita che in un istante dissipa miliardi di anni, eoni, sofferente arrogante ma orgogliosa. C'era un grande silenzio nella grotta, la notte delle galassie nere dell'anima, e il fuoco mi bruciava alto, ruggiva. Piccolo partner spigliato! L'ho afferrato - sensuale cedevole affettuoso - e posizionato bene. Ha trovato la strada, estenuante, sfibrante. Entrava in me, mi penetrava per fecondarmi. Ho creduto di scoppiare, ho stretto i denti da spaccarli, un atto dal dolore sfrenato, esaltante, maledetto. Un urlo contro il mondo, un patto d'amore col nemico, il bacio di un giuda alieno.

………

Da quest'altura scopro nuovi cieli, nuove terre. Luce, tenebra. Entro nella natura vivida, rutilante. Vedo atomi nelle cose. Mi arrendo un poco alla morte. Svengo per risuscitare. Spengo e riaccendo arcobaleni. Cammino. I piedi nell'erba, la testa fora il cielo di cemento. Studio la voluttà di ammassi stellari. Specchio il mio viso sui laghi lucenti di una cellula. Ho dimenticato o ricordato? Queste immagini frammenti vogliono regalarmi o rubarmi pensieri? La pelle si accappona, il tempo mi si rovescia addosso, in me una nuova solitudine brucia bluastra. Cammino tra rovi e arbusti, mi imbatto in creature. Io parlo ma loro non capiscono, o non ascoltano. Mi attorniano esagitati e urlano comunicano, comunicano ma a voltaggio troppo basso. Mi forzano.

Troppa luce...

 

* * *

 

Io lo sapevo, dottoressa Francesca, che presto saresti venuta bussando delicatamente alla vetrata, con occhi grandi come luci sulla tua mascherina antibatterica. I tuoi colori così accesi. I nuovi colori del mondo. Avremmo cominciato a parlare, ancora. Tu di là sulla tua sedia, io sul mio giaciglio. La penombra della mia camera, le serrande sempre a metà (la luce). Ieri mi avevi detto: Ludovico, sono contenta che la memoria le stia tornando e continueremo la nostra conversazione. Ti avevo risposto, ne ho recuperato forse un ottanta per cento, dottoressa Francesca mi dia del tu. D'accordo diamocelo e non dispero che recuperi anche quel venti residuo, avevi ribattuto, tutto il resto della tua memoria, dalla risalita fuori della grotta fino al 'risveglio' qui in ospedale.

Stavi per ripresentarti silenziosa alla vetrata. C'era un buco di due giorni come uno squarcio nella mia carne, di cui però ricordavo... lampi. Scariche nervose che neanche potete immaginare. Forse non di questo mondo. Perse, mai più rivivibili. Capivo che avrei dovuto coabitare con questa falla, per sempre.

Ed eccoti, ciao Ludovico, novità da stamani. Scuotevo il capo.

Mi fissavi quasi turbata e dicevi: Ludo, hai uno sguardo così profondo che si vede appena. A me piaceva assai questa frase. Mi raffigurava occhi che presagiscono immagini mai concepite. Tacevo. C'erano altre cose che ricordo bene. Non le dirò mai. I Penetranti? Mi sforzavo a chiedere come stanno Ernesta, Armando. Pensavo, se so cosa hanno detto loro forse ricordo particolari nuovi. Rispondevi: nulla di diverso da quanto mi racconti.

Dei Penetranti non si sapeva niente, o tu tacevi presumendo di lasciare vergine il mio narrare. Ma non capivi che esistono esperienze così diverse da esigere il pudore del silenzio.

Il grumo che mi arroventa dalla mente ai testicoli è febbre solo mia, nessun vostro termometro saprà mai misurarla. Ludovico, dicevi, la novità è che quelle cellule estranee non abitano più il tuo sangue. Metabolizzate? Sparite. Cade la quarantena? Io capivo solo il mio bisogno di falciare il passato, come un campo incolto. Leggevo i tuoi occhi. Sei psicologa, ma so scoprirti dentro cose che non sai.

Ernesta. L'amore sull'orlo di un baratro...

Cose che neanche immagini. Potrei prenderti adesso, Francesca. Saresti felice ma non puoi renderti conto, lo saremmo entrambi per un attimo o per un'ora. Leggo che in te contieni a stento un grumo ignoto di lava. Ma a queste condizioni non lo farei mai. Sesso e piacere come routine, ricatto, potere, violenza. Basta per sempre.

Comunicazione: comunione, fraternità. Attimi di gioia come una carezza, un saluto, uno sguardo significativo. Unirsi, come un sospiro, un abbraccio. Amare, amare se stessi, conoscersi. Ma tacevo.

Dicevi ciao, la nostra ora è terminata chiamami se hai bisogno. Andavi, insoddisfatta per non riuscire ancora a elevarmi ai tuoi test, sconcertata da un nuovo che non coglievi. Il dolore sordo che continuava a scorrermi dentro, lento; il fastidio della luce dei colori. Si assesteranno, pensavo. Ora sento salire qualcosa di avvolgente, con cui vedo e sento all'interno e fuori. È estraneo ma familiare, più umano che mai. Non tornerò mai come ero. Sono sperduto, diverso. In attesa. Potenzialmente pronto. I Penetranti sono giunti perché il momento era giusto, perché il mutamento era nell'aria.

Ho raccolto un testimone di fuoco, ma lo impugnerò come uno scettro per congiungere fra loro cielo e terra.

 

© 1997 Vittorio Catani

 

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