Sogno di mille laghi di Vittorio Catani

Sibelius - Antonio Folli
Sibelius [immagine di Antonio Folli]

 

 

Lascia pur passare il tempo / giorni andare, altri venire / e di me bisogno avranno / me di nuovo cercheranno / per rifare un nuovo Sampo / fabbricar nuovo strumento / ricondurre nuova luna / nuovo sole liberare / quando sole e luna manchi / e dal mondo fugga gioia.

 

Dal KALEVALA, 50° Runo: l'ultimo canto di Väinämöinen.

 

 

Uscendo da casa verso il viale alberato, Jean quella mattina ebbe una delle sue impressioni forti. Rimase ad annusare l'aria gelida incapace di proseguire, quasi toccando con i sensi le tinte del paesaggio.

- Buona giornata, signor Sibelius - chiamò una voce profonda.

- Ciao, Martti. - Jean si riscosse. - Ricordati del legname per il camino. Sento che anche questo inverno sarà molto duro. E bisogna riparare l'asse della veranda al piano superiore, penzola e rischia di caderci in testa. - Indicò in alto con la punta del bastone, poi serrò la massiccia porta di legno, rimasta socchiusa alle sue spalle.

Martti avanzò tagliando per il prato, inconfondibile sagoma fulva e baffuta. - Sissignore. Ecco per lei. - Jean prese il giornale e lo infilò sotto il braccio, evitando volutamente di sbirciare i titoli.

- Sembra che la Russia attaccherà ancora - disse Martti accigliato. - Il Terzo Reich...

- Ne parliamo dopo - troncò Jean. - Sì, sarà un altro inverno tremendo. - Lui aveva sempre avuto una specie di sesto senso, per le manifestazioni della natura. I panorami, lì a Järvenpää, a volte toccavano queste sue corde fin quasi a farlo star male.

- Signore... qualcosa non va? Si sente bene?

- Sto benissimo. A più tardi.

Si avviò. Tutti che si preoccupavano per lui! L'aria pungente sotto il cielo coperto sembrava trattenere il fiato, come in attesa di un movimento, un segno. Le betulle si ergevano quasi spoglie del ricco fogliame giallo autunnale, una trama di tronchi come linee verticali, con larghe chiazze bianche. A sinistra il viola inatteso di una bouganvillea accendeva una macchia clamorosa. Camminò facendo ticchettare il bastone; lo portava più che altro per avere una mano occupata. I suoi settantacinque anni non avevano bisogno di stampelle. Superò il cancello, si calcò il cappello a falda larga stringendosi nel pastrano di lana, e inforcò il viottolo per i boschi e il lago a passo spedito, masticando il solito sigaro. Si sentì piacevolmente avvolgere dalla umidità fresca della foresta.

Anche Aino a volte lo innervosiva con attenzioni eccessive... o con affettuosi rimbrotti. - Tornerai qui con Heidi? - le aveva chiesto ieri l'altro, prima che lei andasse a Helsinki... O no, forse era stato qualche giorno prima. E Aino, di rimando: - Ma come... ti ho già detto che Heidi è partita per Tampere e ci resterà una settimana.

- Per niente! Lo apprendo giusto ora.

- Ne avevamo parlato, Janne. Ma tu non mi ascolti.

- Cosa vuoi dire, che è colpa dell'età, vero?

- Be'... forse. A metà. Per l'altra metà della tua musica. Quella che hai sempre in testa. E che non ti decidi mai a tirar fuori. E tirala fuori, una buona volta!

Jean non gradiva che si accennasse in questi modi al suo problema con la musica. - Cosa credi? - aveva risposto insolitamente acido. - Anche tu non sei più la persona di un tempo, con quel tuo profilo così appuntito.

Aino lo aveva fissato in silenzio. La donna non se lo meritava, e gli era balenata una immagine di Aino ventenne... Il volto di un fascino chiaro, empatico. A lui, d'altronde, il tempo aveva regalato una calvizie completa e l'espressione severa.

Ora gli alberi si infittivano, e qui la mattina (come in qualunque altro momento) il silenzio non era di casa. Lui l'aveva sempre sostenuto: per risalire alle origini dell'orchestra, anche quella sinfonica, occorreva scavare nelle foreste. Fra le chiome dei pini, nelle betulle dei pantani, sul ciglio dei mille laghi di Suomi. Martore, anatre azzurre, gru, cicogne, fogliame, vento, piogge, avevano ciascuno la propria voce; eppure questa orchestra era in miracolosa consonanza, né era mai occorso accordare gli strumenti.

Il Capanno non era lontano, un paio di chilometri, e solitamente Jean non impiegava più di mezz'ora per raggiungerlo. Più difficile era la rampa finale, su un modesto rilievo. Da lassù si godeva una bella vista del lago. Si aiutò al corrimano di fune che Aino gli aveva amorevolmente fatto montare.

Aprì il lucchetto ed entrò nella stanza.

17 dicembre 1909: "Tutto è terribilmente scuro e solitario, e butta giù il mio fisico."

27 dicembre: "Di nuovo un Himalaya. Tutto chiaro e forte. Ho lavorato come un matto."

6 gennaio 1910: "Ho grandi progetti in vista. Impegnati, caro Ego! Uccidi il dubbio, e lavora. Forse vivrai ancora a lungo."

17 gennaio: "Questo mio diario comincia a crescere. La morte! Bisogna rassegnarsi. Lavora finché puoi. Quanto tempo hai sciupato..."

7 maggio: "Ho fatto una passeggiata di dieci chilometri mentre componevo, cioè mentre martellavo sul metallo musicale per ottenere suoni d'argento."

5 novembre: "Ho lavorato molto, con l'ultimo movimento della mia Quarta Sinfonia. La giornata è stata meravigliosa e tipicamente finlandese, con neve sui rami."

5 novembre: "Una sinfonia non è una composizione nel comune senso della parola. È una professione di fede nei diversi punti evolutivi della nostra vita."

2 aprile 1911: "La mia Quarta è finita..."

Altri tempi, altri suoni. Altro animo. Da allora, quasi trent'anni. Ventinove per l'esattezza; lui ne aveva avuti quarantasei... Aprì i pesanti scuri del Capanno, la piccola stanza fu invasa da un biancore perlato. Erano pochi metri quadri, ma ci si sentiva a casa sua più che ad Ainola. Quanta buona roba aveva composto, qui. Be', ciascuno ha la sua nicchia creativa: anche il vecchio Edvard... Già, ma Grieg era morto nel lontano 1907. Sulla scrivania erano sparse delle carte, come le aveva lasciate una settimana fa. Mai che un troll amico di Edvard venisse di nascosto a scrivergli una nota, una indicazione... Sfilò cappello e pastrano e sedette pesantemente alla scrivania.

In verità, le incertezze creative non erano l'unico problema. C'erano le mani. Le sue mani, che non volevano più star ferme.
Ainola, 23 gennaio 1940: "Caro Walter, spesso penso a te, ora che sei rimasto l'unico dei comuni amici. Chi avrebbe mai scommesso che noi due avremmo vissuto tanto? Ieri notte ho sognato la tua Ljunga, bellissima! Io cercavo di raccontarle la mia amicizia con te, che l'avevi creata nei tuoi versi, ma poi mi sono svegliato."

Nel Capanno, posato su un vecchio mobile, c'era il suo violino preferito: un Guarneri del 1733. Si alzò, lo prese, rigirandolo tra le mani.

E quante volte la gente gli chiedeva: - Signor Sibelius, ma dunque: a che punto è la sua Ottava Sinfonia? - Gli scrivevano, arrivavano ad Ainola per intervistarlo, lo invitavano alle manifestazioni. - L'Ottava? Eh, ce l'ho già tutta qui nella testa, nota per nota.

- Da dieci anni lei tiene in sospeso il mondo musicale.

Solita spiegazione: - Prima di affidare qualcosa al pentagramma, devo essere certo che ogni dettaglio sia al suo posto. Lavoro così, io.

 

* * *

 

- Signor Sibelius...?

- Entra, Martti. Mi ero appena svegliato e stavo per chiamare te. Accompagnami al lago, voglio uscire in barca.

Alle tre e mezza pomeridiane il cielo appariva cupo. Martti poteva pensare che fosse impazzito, con questa sua richiesta, ma aveva replicato solo: - Bene... Bene, signore.

Sì, aveva percepito qualcosa di diverso già stamani uscendo da Ainola. E oggi pomeriggio, dopo il pasto, c'era stato quel sogno buio, come se fosse notte; una voce vagamente familiare diceva: "Non arrenderti con la tua Ottava! Guarda in te stesso! Devi solo riprendere il filo interrotto."

Uscirono. Il lago apparve come uno specchio immobile, grigio alle rive, celeste allo slargo; l'aria era tersa; sull'orizzonte una fascia di fuoco testimoniava l'esistenza di un sole ormai sepolto. Canneti e giunchi si protendevano riflettendosi in limpide pozze scure. - Spingiamo - disse Jean. La barca lunga e sottile fece gorgogliare l'acqua sul greto. Dal fondale trasparivano forme indistinte, come corpi di ninfe in movimento.

- Il remo, signor Sibelius.

- Grazie. Non preoccuparti, non andrò lontano. Ci vediamo tra un'ora. Che fai lì impalato? Ciao.

Ecco. Finalmente! Azzardò un salto come ai vecchi tempi, e fu nella imbarcazione. La luce moriva e si intuiva ancora il verde chiaro del canneto. Il verde era sempre stato qualcosa fra il Re e il Mi bemolle, una nota che non tutti avrebbero saputo distinguere o suonare. Perciò lui preferiva il violino, uno strumento non ad accordatura fissa. A Hameenlinna nella casa dei suoi genitori c'era il tappeto dalle tinte sgargianti, e aveva sempre cercato sul pianoforte le note corrispondenti. Il muschio imprigionato nella scatola dei fiammiferi invece lo annusava per ritrovarsi nel bosco, con lo stormire degli alberi e il richiamo delle gru.

Ad Ainola, Aino diceva:

- Non divagare, Janne. Parlavamo di denaro.

- Mah, mi rassegno alla mia indigenza. Sistemeremo il piano superiore di Ainola con altre mie composizioni di circostanza.

Infatti la sua Quarta era stata compresa da pochi estimatori: difficile, l'avevano definita. Involuta, personale.

- Ma tu salti di palo in frasca!

- La mente di un quasi ottuagenario, cara, non è lineare come un bel tema melodico. È... indeterministica, ecco.

- Già. Come quella dodecafonia, che a te non va giù.

- La dodecafonia, sai bene che non è affatto casuale.

- Oh, be'... insomma...

Ma stasera, scivolando sul lago, si sentiva padrone anche delle sue mani. Posizionò il violino, lo accordò, afferrò l'archetto. Trasse una nota lunga e vibrante: il Re sarebbe stato più basso, il Mi bemolle alquanto più alto. Il verde del canneto brillò, ma forse era una sua fantasia.

Fermò la barca al largo e si lanciò con lo strumento in un'improvvisazione: per le acque. Fremiti infinitesimali della superficie, il sentore dell'umido, il volo di una folaga si espandevano in melodie evanescenti, o severe, o singhiozzanti. Le estati trascorse a Sääksmäki, sulla roccia presso Kalalahti: doveva essere stato intorno al 1880. Con il panorama dell'orizzonte capovolto sulla superficie argentea del Vanajavesi... e fra le mani il suo primo violino, uno Steiner regalatogli dallo zio Pehr, che aveva saputo vedere il suo talento. Come un canto a Luonnotar, Madre delle acque. A Väinämöinen, figlio di Luonnotar e cantore eterno.
Ainola, 23 ottobre 1940: "Caro Walter, un destino crudele di guerra e ingiustizie ci impedisce di incontrarci e di parlarci, ma spero in tempi migliori. Ci sono tante cose che si possono dire, ma non scrivere. Il cielo e la terra quest'autunno sono stati di una bellezza indescrivibile."

 

* * *

 

- Hai ricominciato a comporre, dunque - disse la donna sedendo dinanzi al camino.

- Non proprio - rispose Jean. - In barca improvvisavo, la mano riusciva a seguire il pensiero. Le idee fluivano! Se alludi alla sinfonia però è un'altra cosa, lo sai bene.

- La solita storia che ormai ti senti fuori del tuo tempo?

- Oh, ma che dici - esclamò risentito. - Io non sono un naufrago dell'Ottocento, ci sono nuove generazioni che stanno partendo dalla mia musica per comporre, e tu lo sai. Ma sarò me stesso solo se riuscirò a non ripetermi.

Tacquero entrambi. In Ainola, nella notte che dilagava, l'unico rumore era lo scoppiettare del fuoco e il crepitio di occasionali scintille. Heidi era a Tampere, le altre figlie a Helsinki, o altrove. Ma il sottofondo inaudibile lo ascoltavano entrambi: dopo Tapiola, lui aveva smesso di scrivere. Dal 1926: quattordici anni. Aino dai capelli bianchi si accostò e gli strinse la destra, appena tremula:

- Se non riesci più a leggere in te, devi cercare di vederti dall'esterno, Janne. E mi piacerebbe tanto accompagnarti al pianoforte, come abbiamo sempre fatto. Con la tua nuova musica. - Lo fissò con intensità, con fiducia.

 

* * *

 

Si svegliò di soprassalto. Disse ad Aino, concitato:

- Avevi ragione! Me l'ha detto anche...

Il letto era vuoto. Ricordò: la donna era ripartita per Helsinki quella mattina. Pensò: Me l'ha detto di nuovo. Chi? Nel sogno era tornata la voce: cavernosa, dura. Conosciuta? Forse: ma dove, quando. E quell'accento strano. "Se non sai vederti con i tuoi occhi, guardati con quelli degli altri." E chi potevano essere gli 'altri' che lui già non conoscesse a memoria. Era piena notte, ma decise di uscire.

Fuori l'investì il gelo di un inverno precoce. La Russia aveva aggredito Suomi il 30 novembre 1939 per non aver voluto cedere i territori-cuscinetto della Carelia; la Guerra d'Inverno era durata cento giorni, a 40 gradi sotto zero, con la resistenza eroica di una piccola nazione che aveva stupito il mondo. Migliaia di morti. Si erano dovuti cedere l'Istmo di Carelia e la zona di Viipuri.

Centinaia di migliaia di sfollati allo sbando. Dagli Usa gli avevano offerto di trasferirsi lì. Per unirsi a illustri esuli europei:

Schoenberg, Bartók, Strawinskij...

Non avevano capito.

Trovò sei cinture d'oro / sette azzurre sottanine / le indossò, ne adornò / la gentile personcina / pose gli ori sulla fronte / e gli argenti sui capelli / sopra gli occhi, intorno al capo / mise nastri, fasce rosse... Era la triste Aino, sorella del malvagio lappone Joukahainem. Quando Santeri Levas gli aveva chiesto: - Ha terminato la sua Ottava? - egli aveva risposto al suo segretario: - Certo. Più volte, e più volte l'ho distrutta. So che lei prende appunti: ma la prego di non pubblicare nulla su di me, prima della mia morte.

Il buio era fitto, fuori della cancellata di Ainola, ma lui non lo temeva. Anche il buio aveva la sua nota corrispondente sul pianoforte, nel pulsare silenzioso della foresta. Di colpo si bloccò: il cielo intero si stava accendendo di onde rosse, spezzate, dissimili da quelle dei laghi. Revontulet! Il Fuoco delle Volpi. Si riverberava sulla foresta come se fosse giorno. E alla sommità, quel fuoco era tagliato da una immensa fascia lampeggiante di verde smeraldino. Il suo verde.

 

* * *

 

Ainola, 12 novembre 1940: "...così, caro Walter, ho intuito dove potevo cercare per 'guardarmi con gli occhi degli altri'! È accaduto stanotte, poco fa, mentre ero nei boschi al culmine di un'aurora boreale davvero magica. Ero incantato, e ho dovuto forzarmi per non correre subito a casa a cercare. Quando poi sono giunto qui, nella pila di recensioni riguardanti le mie musiche ho scovato il ritaglio di un settimanale di quart'ordine, il Boston Listener, del 30 dicembre 1926. Me n'ero dimenticato! Il recensore si firmava Lone Bard ('bardo solitario', certo uno pseudonimo). Un dilettante, magari, eppure a rileggere mi ha illuminato. Ora ho capito!"

Jean depose la penna. Avrebbe terminato la lettera l'indomani mattina, all'improvviso gli era venuto altro in mente. Hai ancora le vecchie energie, caro Ego? Certo, e ce le hai rinnovate! Se Aino avesse potuto vedere cosa stava per fare... Sì rivestì lentamente, poi prese la lanterna.

Uscì di nuovo.

Fuori la temperatura doveva essere calata ancora, forse sui meno dieci, ma non nevicava. Due chilometri erano nulla, con l'energia che gli stava ribollendo. L'aurora boreale si era dileguata, ma sul biancore delle betulle esitava l'illusione di una rossa polverina fatata. Giunse al Capanno, entrò: i soliti fogli sparsi e pasticciati dell'Ottava incompiuta, incompletabile. Robaccia! Quel Sibelius? Un rottame. E tuttavia... L'esecuzione della sua Quarta a GØteborg, nel 1913: era stata coperta da fischi, ma perché troppo nuova, ostica, personale. Prese il manoscritto e la lanterna, richiuse il Capanno e si diresse al lago.

Notte da fiaba. Lo splendore di certe notti può rendere pazzi. Le propaggini liquide del Tuusulanjärvi rimandavano splendori glaciali; Jean alzò la lanterna avanzando per lo sterrato umido nel canneto. Sedette su un masso.

Bene: era nuovamente al Da capo. Estrasse un buon sigaro, lo accese, tirò alcune boccate. Col fiammifero dette fuoco allo spartito. Un fumo si unì all'altro. Bisbigliò: - Autocritica, mio caro Ego! Morire ancora, ma per rinascere.

Immense si estendono le cupe foreste dei paesi del Nord / antichi, misteriosi, selvaggi sogni. / In mezzo ad esse dimora il potente dio della foresta / e gli altri spiriti, nell'oscurità, intrecciano magici segreti.

Dal Boston Listener, 30 dicembre 1926: "Ci ha sorpreso e coinvolto non poco Tapiola, l'ultima composizione del signor Sibelius che abbiamo ascoltato il 26 scorso al Metropolitan di New York, diretta del Maestro Walter Damrosch. Un 'poema sinfonico' di circa venti minuti. Tapiola (la parola significa 'il luogo di Tapio', divinità delle foreste finlandesi) si è rivelata un'opera intrisa d'una stupefatta sacralità. Essa consiste in continue - talora minime - metamorfosi di un'unica breve cellula tematica, dipanate con estrema perizia orchestrale: quasi una metafora sonora della inarrestabile, ma in apparenza immobile, vita vegetale delle foreste del Nord. Forse una negazione dell'essenza stessa della musica (che è flusso temporale), la quale diviene così un perpetuo presente. Insomma non un brano che richiami sonorità della natura, o spazi vasti; piuttosto l'immagine astratta eppure stordente di un archetipo. A nostro avviso, Tapiola sancisce la morte del poema sinfonico come genere: il passo successivo a una musica 'immobile' come questa, infatti, non potrà essere che il silenzio. LONE BARD."

 

* * *

 

Jean accese la luce.

Non si sbagliava. Uno dei suoi sogni vuoti, tranne la voce scura, che stavolta aveva detto chiaramente: VIENI! Erano le due e cinquanta. Rifletté, poi con decisione mise i piedi fuori dalle coperte.

Non capiva. Stava diventando un animale notturno. Stava impazzendo. Diede una sbirciata ai fogli numerosi della partitura orchestrale della nuova Ottava, sul piccolo scrittoio presso la finestra. Era ripartito da zero. Ma nessuno aveva mai concepito qualcosa di simile. In mente c'era già l'intero schema generale. Sarebbe stata un gioco di cesello, di sensazioni, tensioni, rilassamenti. Nascita, esitazione, arretramento, morte, speranza... Non riusciva a staccarsi da quei fogli, li portava sempre con sé. Li mise in tasca.

Fuori era buio pesto. Si accorse di aver dimenticato la lanterna. Vecchio rincitrullito! Ma nell'aria c'era una inconsueta luminosità... si preparava un'altra aurora boreale? Qualcosa lo spinse a lasciarsi il lago alle spalle e svoltare verso la radura, a circa trecento metri da lì. Sì, c'era luce!

Si fermò.

Le truppe sovietiche. Dovevano aver sfondato anche il nuovo fronte. Povera Carelia, povera Suomi. Durante la Prima Guerra mondiale lui viveva già a Järvenpää, e con l'occupazione socialista di Helsinki, distante solo una trentina di chilometri, gli era toccato un soggiorno coatto.

Ainola, 14 febbraio 1918: "Le guardie rosse sono venute in casa a ispezionare e vedere se avevo armi... Sono stato obbligato ad aprire ogni cassetto, quasi avevo le lacrime. Armati fino ai denti contro un musicista inerme. Mio fratello Christian è stato arrestato, ma ora è di nuovo libero. Forse per prudenza sarà bene trasferirsi a Helsinki da lui, può ospitarci presso l'ospedale psichiatrico." Bene, se dopo più di vent'anni dovevano rientrargli in casa con i mitra tanto valeva che si costituisse egli stesso. Per sfregio.

Accelerò il passo. Alla svolta si apriva una zona spoglia, la luce s'era fatta più intensa ma, strano, non arrivava il vociare acido della soldataglia. Ora avrebbe dovuto...

Rimase abbagliato. Al limitare opposto dello spiazzo sostava una slitta con un alto cavallo bardato, stellato sulla fronte. In piedi sulla slitta c'era un vecchio enorme con una gran barba grigia, vestito con mantello e cappuccio. Schioccò una lunga frusta e la slitta avanzò. Le pietre scricchiolarono sotto il peso, le cinghie del collare gemettero come vive, le stanghe cigolarono nel tintinnare degli anelli.

- Sei venuto, dunque - disse il vecchio con voce forte. Ebbe un sorriso largo e si tolse il cappuccio.

- Tu... - balbettò impietrito Jean. - Väinämöinen!

 

* * *

 

Il verace Väinämöinen / il cantore sempiterno / cominciò dolce a suonare / cantò l'arpa con le corde / la sua kantele di luccio / fabbricata di ossi e lische / ed il tendine cantava / e i capelli di fanciulla. / Rimbombaron massi e monti / echeggiarono le rupi / era suono di letizia / si sposava il suono al suono / rispondeva al canto il canto.

Forse lui non era mai uscito da Ainola e quello era ancora un sogno, ma non poté starci a pensare. La bestia correva impazzita per il viottolo tortuoso con un galoppo quasi esultante. Abeti incatramati, rozze zolle nere, cespi spogli di ginepri tra i sassi, pini dai rami d'argento. Saliva un sottile vapore, come se Uutar figlia della nebbia setacciasse una bruma fine, eppure la luminosità aumentava. Seduto sulle assi di betulla non poteva ignorare la figura imponente e ondeggiante di Väinämöinen. Udì un rumore come di cascata, che divenne un vociare intenso. Un nuovo, più grande slargo; la slitta vi entrò a piena velocità, virò, poi rimase immobile.

Si alzò un urlo fragoroso. Väinämöinen esclamò:

- Amici, c'è con noi un altro amico. Jean: che aspetti? Alzati!

Il clamore riesplose. Una selva di mani si tese per aiutarlo a scendere. Frastornato, tremante d'emozione, Jean chiese il silenzio alzando una mano. - Grazie, è tutto troppo bello. Sono vecchio e stanco...

Väinämöinen troncò con un gesto le nuove grida. - Andiamo a sedere, Jean. Sono ansiosi di salutarti.

Si sistemarono su alcuni massi, e solo allora riuscì a mettere a fuoco la folla. Ma non era facile precisare i dettagli di un sogno, o di un incantesimo. C'era il vispo Lemminkäinen / il leggiadro Kaukomieli / consumò cento stivali / cento remi ruppe mentre / corteggiava la fanciulla / era Kyllikki l'altera / di Saari il più bel fiore.

Väinämöinen faceva gli onori di casa: - Costui è Paavali, il giovane idealista... Ecco Ilmarinen, Jean, il fabbro creatore e scassinatore che fucinò il magico Sampo. Uhm... fucinò anche un nuovo sole e una nuova luna, ma non riuscì a farli risplendere! - Un amichevole spintone al fabbro, che rispose con una risatina irridente. Giganti gli stringevano le mani, fanciulle lo baciavano sulle guance, braccia gli si posavano sulle spalle, dita lo sfioravano quasi fosse un oggetto raro. - Kullervo. - ...che di Kalervo era figlio / dai capelli gialli, bello / con i bei calzari in cuoio. / Afferrò Kullervo allora / la tagliente spada aguzza / domandò se preferisse / le piacesse di gustare / la colpevole sua carne / e l'infame sangue suo. - Jean, sei tra le fanciulle di Saari. - Con le liete giovinette / fra le belle altochiomate / dove il capo egli voltava / tosto un bacio si prendeva / se la mano egli porgeva / una man la sua stringeva. Una moltitudine di visi dolci, capelli di lino, occhi di lago, sguardi complici, labbra sorridenti. Lega i nastri sopra gli occhi / metti gli ori sulla fronte / e le pure perle al collo / i capelli avvolgi a treccia / alle dita anelli d'oro / e la cintola di seta / stivaletti poi di pelle. Alcune erano nude, maliziose, quasi fosse estate e si trovassero in solitaria intimità sul greto del Tuusulanjärvi; due avevano corpi e liquidi sguardi fauneschi. Oh, ma non poteva accadere tutto in così poco tempo, le ore erano dilatate, la notte era il miglior palcoscenico.

- Parlaci di te, Jean! Della tua musica che tante volte ci ha fatto rivivere in tutti gli angoli del mondo! - Väinämöinen gli porse una coppa di scorza di betulla e comandò: - Raccogliete pane di segale! Prendete l'orzo dal moggio, conciate buona birra! - Corpi, vesti, fuochi, sguardi. Väinämöinen insisté: - Dicci delle tue gioie, della tua tristezza.

Jean rispose emozionato con una delle sue frasi: - La musica è tristezza.

Väinämöinen annuì. - Anche la guerra lo è.

- La signora di Pohjola, la malefica figlia del Nord, è tornata ancora. C'è una guerra brutale, Väinö. Stasera temevo che gli invasori si fossero di nuovo spinti alla mia porta.

L'omaccione sorrise appena. - Lo so bene io, re di Carelia in esilio. E fremo. Ma voialtri - puntò l'indice verso Jean - vi siete alleati con i barbari.

- La Germania ha...

- Barbari! E a est e nord premono altri selvaggi! Genti anche oneste, ma che acconsentono al comando di barbari sanguinari! Chiunque attenti alla libertà delle popolazioni lo è.

- Vero. Ma allora tu, Väinö - disse Jean con voce tesa - dimmi quali sono le scelte.

Lo sguardo dell'uomo si fece intenso, feroce, scuro come le rocce di Tuonela. - Io...

- Ascoltate! - gridò qualcuno.

- Siamo circondati! - strillò una ragazza correndo.

Väinämöinen salì su un masso e scrutò in giro: - Orsi! Orsi a decine nella foresta, calati dall'eterno nemico, il maledetto Nord. Stringiamoci in cerchio!

Si raggrupparono al centro della radura. Jean vide spuntare musi tra gli alberi. Confluivano da ogni direzione, ondeggiando il capo in una pantomima allucinante.

- Sono affamati - disse qualcuno. - Attaccheranno.

- Non muovetevi - comandò una voce. Lasciatemi scoprire il capo branco.

Chi aveva parlato uscì allo scoperto. Fronteggiò un animale enorme, che emise un ringhio di bestialità pura e allungò una zampata da squartare un alce. L'uomo scattò indietro appena in tempo; girando intorno all'avversario urlò: - Hai davanti Lemminkäinen, figlio di Lempi. Tu non mi fai paura. Sono sceso nell'antro di Tuonela, mi hanno gettato a pezzi nel fiume Tuoni e poi ricomposto, per risuscitarmi. - Ebbe un ghigno, poi uno scatto di ferocia assoluta e saltò con le mani alla gola del mostro. Jean non vide cos'altro accadesse. Alla fine il gigante si rialzò grondando sangue e lasciando la bestia strangolata, in agonia. Il gruppo uscì in un urlo assordante. Ma gli orsi, vide Jean, stringevano ancora. Da un lato si udì una risatina acuta.

- Soffiate su quel fuoco! - disse chi aveva riso. Si alzò un uomo alto e mingherlino, Ilmarinen. Gridò: - Chi ha un anello d'acciaio, una fibbia? Soffiate, attizzate!

Ilmarinen afferrò due enormi pietre piatte. Dalla foresta si sollevò un vento impetuoso, le fiamme lingueggiarono alte, le scintille crepitarono, una colonna di fumo crebbe oscurando ogni cosa, ma il tempo interiore pareva congelato. Ilmarinen batté pietra su pietra, martellò per un'eternità l'acciaio incandescente in colpi assordanti, urlò un suo incantesimo. E all'improvviso il fracasso era terminato, il fumo scomparso e il Fabbro Eterno stringeva uno spadone lucido appena fucinato, sfidando la bestia.

L'orso calò un fendente. L'arma volò verso la foresta, l'uomo fu scaraventato per terra. Si rialzò, riafferrò ginocchioni la spada, la belva caricò. Anche stavolta Jean perse il seguito, vide solo il dorso ursino, immobile come una montagna scura. Poi l'animale rotolò di lato. Ne emerse Ilmarinen innaffiato di sangue nero, la spada nella destra e la testa dell'animale nella sinistra. L'urlo che si levò fu come un boato di guerra.

- Ci accerchiano - disse Jean a Väinö. - Non ce la farete. - Aveva rinunciato a porsi domande; e il suo fisico pareva non risentire degli eventi, dell'ora, del luogo.

- Non abbiamo possibilità, dici - rispose Väinö duro. - Indietro, Jean. Spero che gli orsi siano disorientati, due capi branco sono stati uccisi e hanno nel naso l'odore del loro stesso sangue. - Gridò: - Abbassatevi... A terra!

Lo spiazzo diventò un mare di corpi neri accoccolati mentre il fuoco ruggiva di nuovo come in un camino, e a quel frastuono Väinö unì una sua cantilena roca, incomprensibile, mentre girava su se stesso fissando le belve negli occhi, una per una. - Dovrei tramutarvi in serpenti, ma i serpenti sono inorriditi nel saperlo. Dovrei trasformarvi in morta terra, ma la terra si è vergognata nel sentirlo. Vi cambierò in modo che dobbiate nascondervi per sempre agli occhi del mondo! - Riprese la litania dell'incantesimo, come il ronzare rabbioso di un grosso calabrone. E qualcosa accadde.

Ci fu movimento tra le bestie, un rimescolare crescente. Brillii di piccoli flutti, onde sinuose. La marea di corpi si sfaldò, parve sciogliersi come un fango scuro che si allargava sul suolo, poi Jean vide un brulicare e contorcersi di piccole entità molli. Una fiumana di vermi, milioni di vermi neri che si sopravanzavano in uno scavare frenetico, cercando scampo nelle viscere del mondo. Poco ancora, e si inabissarono. Dal suolo prese a levarsi una nebbia sottile.

Il fragore che esplose superò i precedenti.

Vino e birra presero a scorrere a fiumi in coppe di ferro, di oro, e nel lippi, il boccale di scorza di betulla. Furono montati spiedi e accesi altri fuochi. A Jean una ragazza offrì un piatto di legno con burro fresco, carne di porco e crema fritta. Väinämöinen prese la sua kantele poggiandone la cassa sulle ginocchia, e pizzicò le corde di capelli di fanciulla. Non c'è forse un posto a Saari / qui di Saari sulla terra / dove possa porre giochi / e ballar su suolo liscio / con le liete giovanette / danzatrici altochiomate? La notte fu ancora alta, il fuoco rumoreggiò gonfiandosi, i canti si allargarono nella foresta e le danze non si fermavano nel carosello di boccali e bevande. Venne una fanciulla:

- Concedimi questo ballo - disse sorridente a Jean.

La guardò. Era vestita riccamente con spesse gonne, monili preziosi e un corsetto istoriato dai colori vividi. I lineamenti erano purissimi, i capelli color grano, fermati da una stretta fascia di velluto rosso con guarnizioni di oro. - Chi sei - le chiese stupito.
Lei gli porse la mano e Jean si lasciò tirare su, trascinare verso il centro dello spiazzo. I presenti fecero spazio. - Sono Kyllikki l'altera, la ribelle. - Väinö trasse arpeggi dalla sua kantele, avviando una danza vorticosa.

- Oh - si schernì lui sorridendo - non è esattamente il ritmo che mi si addice. - Ma prese a muovere alcuni passi.
La ragazza aggiunse: - Mi hai dedicato una delle tue musiche più belle. Molti oggi la conoscono.

Jean aveva l'affanno, Kyllikki se ne accorse e si fermò. Gli strumenti tacquero. - Prendi - gli disse con occhi brillanti. Sciolse la fascia rossa dal capo e gliela porse; poi gli diede sulla guancia un bacio affettuoso, reverente.

La musica riprese a vorticare, le danze si scatenarono. Jean tornò a sedere stordito. La baldoria proseguì, finché il fuoco perse vigore e i canti si affievolirono. La voce di Väinö disse accanto a lui:

- Abbiamo battuto l'Orso. Questo è un segno importante, per noi e per te.
- Vuoi dire - disse Jean tornando con fatica a pensieri di ogni giorno - che la guerra verrà vinta? Suomi avrà finalmente pace e libertà dal giogo russo?

- Io - disse Väinö seduto contro il tronco di un albero - ti dico che Suomi vincerà. Ma non sarà ora. E tu, vecchio, vivrai ancora a lungo, e avrai modo di vedere l'avvio di una faticosa rinascita. Lunga vita a Jean Sibelius!
I calici si sollevarono nel coro. - Lunga vita!

- Quest'uomo - riprese Väinö - ha scritto musiche che parlano di Kaleva e di Karjalan, di Suomi Terra dei Mille Laghi e del suo desiderio di libertà. Le ha rese famose. La sua opera è valsa più di cento falangi armate fino ai denti. - Poi il Cantore si rivolse con aria più seria a Jean: - Vieni a sedere da quella parte, amico mio. Ora dobbiamo parlare con calma di una cosa... la più importante fra tutte. La tua nuova musica. Questa 'ottava sinfonia', come tu la chiami.

Jean sentì una vampata salirgli dalle gambe alla testa. Ricordò la voce dei suoi sogni. - Eri tu, quindi!

- Siedi, ti prego.

Adesso erano al riparo nella foresta scura e Jean improvvisamente sentì un gran freddo, il gelo gli contava tutti i suoi anni. Si strinse nel pastrano.

- Prendi, amico. - Väinö si sfilò il mantello di renna e glielo pose sulle spalle.

Sullo spiazzo ricominciavano libagioni e canti. Jean udì la voce scherzosa di Ilmarinen e di una ragazza che replicava, ridendo forte. Vide Lemmi danzare e piroettare sorridendo con Kyllikki. - Perché è importante parlarne? - chiese. - Per me lo è, comunque. Più di ogni cosa al mondo. Ho qui lo spartito. - Impulsivamente l'aveva preso con sé, prima di uscire nella notte. Estrasse la risma di fogli.

L'altro ebbe un gesto di diniego. - Non saprei leggere una sola di quelle tue note, ma so bene cosa vogliono dire.

- Ti piace? Dimmelo, almeno. L'idea complessiva...

- È l'idea più grande che potrebbe mai concepire un musico. Io stesso, il Cantore sempiterno, non avrei mai potuto arrivarci. Eppure, tu non dovrai scrivere quei suoni.

- Ma... Perché, cosa vuoi dire! - Ebbe un moto di rifiuto, anche verso Väinämöinen. Non c'era neanche da pensarci. - La scriverò. Mi spiace, ma devo. È l'esito di un'intera esistenza.

- Ti credo. Ma ora che conoscerai i motivi capirai da te. Anzi, non potrai non essere d'accordo.

 

* * *

 

"...ora, caro Walter, comprendo le ragioni per cui avevo rimosso dalla mia mente la recensione di Tapiola sul Boston Listener. Lone Bard scriveva che oltre quella musica per me sarebbe potuto esistere solo il silenzio: e questo, come compositore, non potevo assolutamente accettarlo... forse anche perché intuivo un fondo di verità. Dio, per quanti anni, o decenni, in effetti non ho più scritto qualcosa che potesse definirsi vera musica? Solo minuscoli, insignificanti brani di circostanza. Ma ora attraverso Bard capisco che, invece, posso compiere un passo oltre Tapiola. Se questa era l'apoteosi di una atemporalità archetipica, metamorfosi continua di un'unica breve cellula tematica, il gradino successivo (ciò che definirei la immobilità dell'increato sulla soglia della creazione o della stasi definitiva) sarà una composizione giocata su una unica nota. Quale, è presto detto: un suono fra La e Sol diesis sotto il Do nella chiave di basso, sul pianoforte; quattro sesti circa di tono sotto il La e due sopra il Sol diesis. Detta così l'indicazione resta vaga, dovrei precisarla con un riferimento matematico (l'esatta frequenza del suono) e prima o poi lo farò, ma sai bene come detesti ogni accenno di razionalizzazione in campo creativo. Questa suono è per me il momento in cui nella notte comincia a intuirsi un fantasma di luminosità del giorno incipiente.

"Una nota simile, inesistente negli strumenti tradizionali ad accordatura fissa, comporterebbe grossi problemi di esecuzione orchestrale. Comunque, l'orchestra dovrà avvolgere la mia unica nota (la Nota) in una nube timbrica discreta, sotterranea, entrando continuamente in sintonia e in estrema tensione con essa: questa 'storia' sarà il cuore dell'Ottava. "

 

* * *

 

Stavolta Jean si svegliò rendendosi conto che non aveva sognato assolutamente nulla.

 

Accese la luce: le tre e mezzo. Il gonfiore sotto le coltri, accanto a lui, lo rese consapevole della presenza di Aino. Lentamente, in silenzio, sgusciò fuori dal letto.

Accidenti! In serata - subito dopo questo secondo arrivo ad Ainola della donna - si erano seduti ancora nel soggiorno e lei gli aveva raccontato delle ragazze e delle cose fatte e non fatte a Helsinki; e poi naturalmente avevano parlato della maledetta guerra; il discorso era scivolato su questioni di denaro e quindi, conseguenza inevitabile, sul suo lavoro. D'altronde, che fare? Per stargli accanto, una donna brillante come Aino aveva rinunciato ad ogni aspirazione artistica e lavorativa appena sposata (e meno male che suonava ancora bene il piano). Ora non poteva pretendere di lasciarla al buio su tutto.

- Ci siamo crogiolati nella beata solitudine, eh? - aveva scherzato Aino. - Situazione ideale, per un artista.

Qui Jean, guardandola soprappensiero, si era lasciato scioccamente sfuggire:

- Stanotte Väinämöinen mi ha detto che... - Si era bloccato dandosi dell'imbecille. Ma Aino aveva buon udito.

- Väinämöinen? Janne, hai sognato o che altro? - Sospirò. - Devi assolutamente fare qualcosa per la tua salute. Non smetto mai di rammaricarmi doppiamente per la morte del povero Christian, lui certo avrebbe...

- Mio fratello se n'è andato nel lontano '22, tesoro, e per fortuna non ho mai avuto bisogno delle sue cure psichiatriche! Spero che l'argomento sia esaurito.

- Scusa, ma cosa hai inteso? Volevo solo dire che voi due avevate un affiatamento anche musicale, e forse Christian con la sua scienza avrebbe saputo aiutarti a uscire da questo vuoto creativo, che certo sarà cosa transitoria, e io...

- Badava ai matti, Aino.

- A proposito, sai cosa ho saputo da Heidi? - se n'era uscita lei con l'aria di chi ha capito l'antifona.

Ecco, questa la nuova situazione attuale: dover tenere ormai tutto per se stesso. Cose enormi. In punta di piedi si allontanò dal letto dirigendosi verso l'appendiabiti. Sullo scrittoio giaceva ancora la lettera per Walter von Konow. La prese. Ovvio che dopo quanto era accaduto la notte precedente lì fuori sullo spiazzo, ciò che aveva appreso, non aveva più senso spedirla. La custodì nella tasca interna del pastrano. In quel momento accadde l'inevitabile.

- Janne... ma dove vai, a quest'ora!

Aino era a occhi sgranati, seduta sul letto.

- Oh, non preoccuparti... È un'abitudine recentissima. No, ho già preso le medicine. Vado e rientro, non temere. Una mezz'oretta, le idee si chiariscono e il sonno ritorna.

Aino scese dal letto sempre più esterrefatta, un fantasma pallido nella lunga camicia bianca. - Ma saranno venti gradi sotto zero! E sta nevicando! - quasi gridò in falsetto.

- Ti dovrai abituare - le disse burbero, continuando a vestirsi. - Mi giova: è per la mia Ottava, capisci? - Parola magica! L'espressione di Aino cambiò, non diminuirono però le sue sollecitazioni. Colbacco, guanti, stivali da neve. Maglie. Sei pazzo, Jean. Da legare. Oh, mio dio. Eccetera. E torna presto ma attento a non scivolare. Ti accompagno! Maledizione, sei tu la matta, non te lo permetto assolutamente. Infine si accostò alla donna: - Ti prego, non temere. Rientro subito. Su, torna a letto. - Le sorrise. Lei aveva uno sguardo smarrito che gli comunicò tanta tenerezza dei loro tempi migliori. - Ciao... e sta' tranquilla! - L'abbracciò e uscì.

Fuori era davvero tempo da orsi, e magari lui era proprio un incosciente, ma doveva. Nulla sarebbe stato più come prima, ormai. Si mosse con fatica nella leggera tormenta, vide tuttavia che la nuova neve ancora non attecchiva. Perfetto. La radura non era poi distante. Mentre camminava si rammentò della lettera per Walter: ottimo momento per sistemare la faccenda. Si fermò, la lacerò in pezzi minuti gettandoli via, e furono altri effimeri fiocchi di neve. Cercò nella tasca interna del cappotto... i fogli della sinfonia erano lì. Väinö non l'aveva neanche guardata. Eppure...

 

* * *

 

- Non potrò non essere d'accordo con te sul fatto che non devo scriverla? Ma...

Väinö lo fissò, ed era triste. Poi il Magico Cantore parlò, e la voce parve giungere a Jean da lontananze ormai irraggiungibili.

- Jean, tu sai che questa musica è diversa da tutte le altre. Con le tue parole di uomo di un tempo così lontano dal mio, in tutti i sensi, hai definito la nuova composizione come l'increato in equilibrio fra il soffio vitale e la stasi definitiva. Ma sappi, Jean, che la tua è davvero quella musica. Molto semplice, come ora capisci. Chiamala Musica Primordiale, quella che governa (e giustifica) il mondo... o come vuoi. Essa accompagnò i primi istanti di Ukko, dio supremo reggitore delle nubi; di Luonnotar Madre delle acque, quando uova di folaga scivolando dal nido sulle sue ginocchia si ruppero e i frantumi formarono terra, cielo, astri, profondità e secche dei mari. Un'altra sola volta dovranno risuonare quelle sonorità di vita e di morte assoluta. E io e te ci auguriamo che sia in un tempo futuro, impensabilmente lontano.

- Ma se io... - Jean esitò, non trovava parole. - Se io almeno terrò solo per me l'intero spartito... Väinö: almeno vederlo realizzato! L'ultima fatica della mia vita!

- Troppo rischioso. Quelle carte non devono sopravviverti. Domani le troverebbero, vorrebbero suonarle, diffonderle al vento. Venderle. Guadagnarci denaro. Sarebbe la devastazione. - Jean vide su di sé occhi di profondità oltre-umana. - Eppoi, l'hai già scritta: essa è tutta ben chiara nella tua mente. Avrai molti anni davanti a te per farla crescere ancora, renderla perfetta nel silenzio della tua memoria. Altri concepiranno un'idea paragonabile alla tua. E la realizzeranno. Ma non troveranno il suono esatto, saranno solo versioni spurie, snaturate, prive d'ogni sacralità. - Sorrise. - Non ci sarà alcun pericolo.

- Oh - esplose Jean - ma allora perché mi hai esortato a completarla? Era tua, la voce che ascoltavo di notte: 'Guarda in te stesso', 'guardati con gli occhi degli altri'.

Il gruppo aveva smesso ogni attività. I fuochi erano spenti. Tra il buio pesto e la luce intuibile di un'alba a venire c'era solo una impressione di sagome immobili, ectoplasmi sbiaditi, e a Jean sembrava che fissassero lui. Väinö era immaginabile, più che visibile. Jean si sfilò il mantello - Tieni, non ho più freddo - disse secco. - Allora: perché completarla?

- Ti sarà facile capirlo - furono le parole svanenti di Väinämöinen.

 

* * *

 

Ecco, ce l'aveva fatta. Aino era tornata a letto, docile ma non del tutto convinta Percorrere il tragitto era stato abbastanza facile, nonostante le condizioni atmosferiche. Era quasi giunto allo spiazzo. Oh, non avrebbe più potuto vivere con quel peso. Chissà che la notte precedente non fosse stata tutta una sua allucinazione di vecchio svampito: e magari sarebbe stato meglio. Ma altrettanto (e forse più forte), ammise, era la speranza che si fosse trattato di eventi reali.

Lo slargo gli si aprì davanti, deserto. La luce della lanterna evidenziò che la neve cominciava a ricoprire ogni cosa. Dovevano aver sbaraccato tutto essi stessi: nessuna traccia del bivacco, del pasto. Le libagioni, le carcasse degli orsi uccisi. Il sangue. Sangue, sogni. Follia! I massi... c'erano ancora. Sedette sotto la tormenta crescente, ma rintanandosi fra gli alberi del vicino bosco. Chiamò: - Väinö! - sentendosi un po' ridicolo. Lui doveva crearla... e poi distruggerla. Perché? Perché avrebbe dovuto capirlo da solo? No, non ci sarebbe riuscito. Non l'avrebbe mai distrutta.

La lanterna, smossa, trasse un bagliore nella neve al limitare degli alberi. Si alzò e andò a vedere. C'era un minuscolo oggetto semisepolto. Lo estrasse: il nastrino di velluto rosso con le guarnizioni d'oro di Kyllikki. Della sua Kyllikki. L'aveva lasciato cadere, era quasi ubriaco stanotte quando lei se l'era sfilato per lui e...

Fermò il ricordo, trattenendosi a stento. Non poteva essere il tipo che si commuove facilmente per un pezzetto di stoffa.

Però poteva fare qualcos'altro.

Custodì in tasca il nastro. All'improvviso gli saliva alla memoria l'enigmatico motto che Beethoven, nel Quartetto n. 16, aveva apposto come commento a un suo singolare tema musicale: "Muss es sein? Es muss sein". Grande, il vecchio Maestro: "Dev'essere così? Che sia". Ora capiva, certo. È legge che le opere dell'uomo debbano nascere e perire, in un modo o nell'altro. Devastazione. Affacciati sull'orlo della totale consapevolezza, saper tacere. E... d'accordo, la mia Ottava non può trasgredire a questa norma.

Era una notte stupenda, nonostante tutto. Da fiaba. Una di quelle in cui fumarsi un buon sigaro sarebbe stato un piacere speciale. Che dici, vecchio Ego? Sei alla tua prova migliore. Tornò a sedersi. Con calma accese il sigaro, riprese i fogli dello spartito e appiccò loro il fuoco con lo stesso fiammifero. Li lanciò in aria, e si sparpagliarono come il getto di una fontana bruciando con violenza, divorati da fiamme rabbiose. Esplose un boato assordante. Jean traballò sul masso e scivolò per terra, stordito.

Si rialzò a fatica, rassettandosi.

Riprese la lanterna, si guardò intorno, poi lentamente si mosse sulla via per Ainola. Da ovest giungeva un presagio di alba. Quindi il vecchio Väinämöinen / prese il largo con la barca / tra il frusciare della chiglia / il battel di rame spinse / fino al punto dove il cielo / si congiunge all'orizzonte.

 

VITTORIO CATANI

 

 


Sibelius [immagine di Antonio Folli]

 

NOTA DELL'AUTORE

Jean Sibelius si spense ad Ainola il 20 settembre 1957, all'età di 92 anni. Nella ricorrenza del suo novantesimo anniversario sir Winston Churchill gli inviò dei sigari, Arturo Toscanini alcune registrazioni discografiche di sue composizioni, sir Thomas Beecham diresse una serie di concerti a lui dedicati. La fama del compositore subì nei decenni varie vicissitudini, ma rimase sempre molto viva - oltre che in Finlandia - soprattutto in Inghilterra e negli Usa. Nonostante Sibelius avesse ripetutamente annunciato una ottava sinfonia, nulla è mai stato trovato fra le sue carte. "Oh, ma io continuo a comporre!" fu nella vecchiaia la sua sorridente, enigmatica risposta agli ammiratori sconcertati dal suo radicale silenzio creativo.

Molte delle notizie concernenti la vita del compositore, e alcune frasi del suo diario, sono attinte dal prezioso volume "Jean Sibelius" di Ferruccio Tammaro, ed. ERI, 1984.

 

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